Trump, il nuovo ordine mondiale e il trionfo della propaganda

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Dopo gli attacchi, le uccisioni extragiudiziali e il rapimento del leader di un paese sovrano, fino a qualche anno fa, il coro di indignazione internazionale si sarebbe immediatamente sollevato all’unanimità, per lo meno in quella parte di mondo che da decenni si erge non solo a faro di civiltà, ma soprattutto a tutela del diritto internazionale. Tuttavia, da quando questo faro è stato spento e ottenebrato dalle più violente e retrograde forze reazionarie, tutto è permesso, ogni cosa può essere normalizzata – che sia un genocidio in diretta streaming o un golpe vecchio stile – e il diritto internazionale viene affossato, o comunque “conta fino a un certo punto”.

Fino all’invasione russa dell’Ucraina, il vecchio modo di fare relazioni internazionali reggeva ancora: un esercito attacca un paese sovrano e viene sanzionato, isolato e ostracizzato in tutte le sue forme: via dai consessi internazionali, via dalle competizioni sportive, e in alcuni casi la sua cultura bandita.
Poi è iniziato il genocidio del popolo palestinese: due anni di orrori indicibili e violenze mai viste, nemmeno durante l’Olocausto. Case, scuole, ospedali, università, infrastruttura, moschee, chiese, ONG rase al suolo dal più potente esercito della regione; decine e decine di migliaia di bambini ammazzati, affamati fino a morire, lasciati congelare fino all’ipotermia, e annegare in accampamenti peggiori delle baracche dei lager nazisti. Tutto sotto i nostri occhi, ma soprattutto col nostro sostegno politico, finanziario, militare e culturale. Il vecchio Occidente ha fatto tutto questo per un semplice motivo: ripristinare la supremazia imperialista. Come ci è riuscito? Con la più vittoriosa campagna di propaganda.

Una campagna che, però, non è nata contestualmente allo sterminio dei palestinesi – sebbene le risorse per giustificare o falsificare i crimini contro l’umanità degli ultimi due anni siano state ingenti – ma qualche anno fa.
Il primo passo della propaganda reazionaria è stato convincere gli elettorati delle società occidentali che la risposta alla crisi è attaccare presunti nemici, un tutt’uno messo in un unico calderone e il cui potenziale è stato perlopiù immaginato ed è iperbolicamente così riassumibile: la sinistra, amica degli immigrati, alleata dell’Islam, composta da femministe e teorici del gender che vogliono imporci l’agenda green e snaturare la cultura occidentale. Infatti, qualsiasi forma di pensiero e azione che abbia un minimo di coscienza critica viene chiamato “comunismo”, sia questo il sostenere l’universalità dei diritti umani o il promuovere il limite dei 30 all’ora in città.
Per eliminare questo nemico, però, le forze reazionarie non hanno attuato alcuna soluzione pratica. Ma le hanno promesse tutte: porti chiusi; via le accise; sostegno alle famiglie tradizionali. In Italia, niente di tutto questo è stato realizzato: immigrati e accise sono aumentati, e le famiglie – anche quelle tradizionali (qualsiasi cosa significhi) – hanno sempre più difficoltà. Il successo della propaganda reazionaria sta tutto qui: aver convinto la società che aver impedito che al governo ci fosse “il comunismo” sia un successo, anche a costo di un peggioramento concreto della nostra vita.
L’obiettivo reale e realistico di questo tipo di governo, in Italia e altrove, è innanzitutto culturale: occupare ogni spazio pubblico e cambiare la retorica, sovvertendo quello che viene spacciato come dittatura del pensiero unico, sia questo il semplice e inequivocabile sostegno al diritto alla vita proprio di tutti gli esseri umani o difendere la divisione dei poteri.

L’ascesa al potere dell’estrema destra reazionaria a Roma, Washington, Buenos Aires e altrove è stata possibile grazie alla sua normalizzazione, in primis a mezzo stampa: ecco quindi che un partito composto da fascisti convinti che porta la fiamma della tomba del duce nel simbolo non viene nemmeno chiamato “estrema destra”, bensì “centro-destra”. Uno strumento retorico che si replica e si riproduce in ogni aspetto della vita pubblica, traducendosi in propaganda che permette di normalizzare anche le prese di posizione più estreme e di estremizzare quelle più normali ed universali: il diritto alla casa, alla sanità e all’istruzione pubblica e la necessità di redistribuzione delle risorse in un momento in cui un pugno di persone detiene oltre il 50% della ricchezza diventano “la sinistra radicale”, mentre chiedere di affondare le navi di migranti, attaccare l’indipendenza della magistratura e punire ogni forma di dissenso è “centrodestra”. Il primo è il nemico; il secondo il difensore della normalità.

E arriviamo così al secondo maggior successo della propaganda reazionaria. Dopo l’occupazione e l’appropriazione degli spazi culturali interni alle società occidentali, il passo successivo è stato nella politica internazionale. Il principale fautore di questo successo è Donald Trump, l’uomo che ha messo in discussione tutte le istituzioni e i princìpi della presunta maggior democrazia mondiale. Senza entrare nei meandri della politica interna a stelle strisce ci basta pensare che il suo ritorno al potere è arrivato sulla scorta del falso e del complotto, grazie a quanti cinque anni fa sostennero un colpo di stato al Campidoglio di Washington, il new normal. Da allora, questo modo di governare, che ricorda il distopico Biff Tannen di “Ritorno al futuro”, ovvero un riccone che vive in una torre, si compra donne e consensi, è diventato la normalità. Già durante il primo mandato, Trump era riuscito a convincere i suoi beniamini di essere un peacemaker, l’uomo che riporterà la pace e farà finire le guerre. Analogamente alle promesse fatte dall’estrema destra in Europa, tutte rimaste lettera morta, Trump non ha messo fine a nessuna guerra, e anzi, ne ha iniziate di nuove. Solo nell’ultimo anno ha bombardato sette paesi e minacciato altri quattro. Curioso poi come poche settimane fa abbia ricevuto da una FIFA piegata ai potenti “il premio della pace” e dopo l’attacco a Caracas abbia incassato i complimenti della Nobel per la Pace: un’epoca, la nostra, che verrà ricordata come la più grande dissociazione dalla realtà. L’incuranza del mondo, delle istituzioni internazionali e gli attacchi al vecchio modo di fare relazioni sono poi stati conditi da una goffa ignoranza, come quando disse di aver terminato la guerra tra Albania e “Aberbaijan”, che semplicemente testimonia quanto il suo potere sia illimitato e spietato.

Infine, il più recente episodio della saga della propaganda trumpista: il Venezuela, appunto. Il presidente USA ha per mesi rilanciato una campagna falsa, quella secondo cui Caracas e il leader venezuelano Nicolas Maduro stessero portando avanti attacchi terroristici contro gli USA, usando la droga come arma letale. Dopo aver inserito il cartello de los soles, che in realtà non esiste e di cui Maduro sarebbe il capo, nella lista di organizzazioni terroristiche, Washington si è spianata la strada legale per fare quello che ha fatto: un attacco armato, un colpo di stato e il rapimento di Maduro, che verrà processato come narcotrafficante. Un’azione che ricorda, nelle fattezze e nei capi di accusa, l’arresto del leader panamense Manuel Noriega, anch’egli catturato il 3 gennaio, di 36 anni fa. Trump sta non solo ripristinando la dottrina Monroe – ribattezzata, con la sua proverbiale umiltà, “Donroe” – ma sta altresì riportando le relazioni internazionali indietro di decenni.

Il giorno dopo l’operazione, Trump ha tenuto una conferenza stampa di un’ora in cui ha detto senza mezzi termini che gli USA controlleranno il Venezuela e che l’interesse americano è il petrolio del paese, che detiene la più grande riserva mondiale di oro nero. Sebbene la ragione ufficiale del golpe fosse la guerra al narcotraffico e sebbene gli USA nei mesi precedenti avessero ammazzato 116 persone in esecuzioni extragiudiziali poiché ritenute, senza alcuna prova né processo, narcotrafficanti, Trump ha usato la parola “narcoterrorismo”, cioè il principale capo di accusa contro Maduro, appena una volta. La parola democrazia è stata menzionata zero volte. “Petrolio”, invece, ben 27.
Vent’anni fa, quando gli attivisti in piazza accusavano Bush di fare guerre per il petrolio venivano spesso additati di complottismo e di essere ideologicamente antiamericani e nemici della democrazia (quella d’esportazione); dal canto loro, gli stessi americani perlomeno ci provavano a giustificarsi e autoassolversi, mostrando fialette di armi inventate. Oggi, invece, questo velo di sostegno alla democrazia, ai diritti umani e altre cose cui gli USA non hanno mai realmente badato è del tutto caduto: “Ci siamo ripresi il petrolio rubato”.
Eppure, le reazioni dal mondo hanno perlopiù seguito due filoni. Innanzitutto, esultare per la vittoria USA contro il narcotraffico; e poi gioire per la fine della tirannia e il ritorno della democrazia in Venezuela. Chissà cosa sarebbe successo se nel febbraio del 2022 ci fossimo complimentati con Putin per la “denazificazione” dell’Ucraina orientale e se avessimo attaccato la legittimità politica del presidente del paese aggredito. Ma siamo in Europea, i doppi standard ci impongono di guardare cose uguali in modo diverso. Trump, dal canto suo, gongola dell’ingenuità del suo fan club. Elogiato per aver ripristinato la democrazia, della stessa è il più sprezzante: l’azione in Venezuela non aveva il sostegno del Congresso; ci sono state uccisioni extragiudiziali; ha rimosso il presidente di un paese esigendone le risorse. E ha pubblicamente rivendicato tutto ciò con orgoglio. Come non ricordare, poi, gli innumerevoli precedenti di interventi militari con cui gli USA hanno portato democrazia e stabilità? Afghanistan, Iraq, Libia, Nicaragua, solo per citarne alcuni, sono oggi paesi dotati di istituzioni forti, democrazie consolidate e garanti di stabilità nelle rispettive regioni. Come dubitare che questa ricetta non funzionerà in Sudamerica, data la lunga storia di successo di regime-change made in USA?

Guidati ciecamente da falsità, i leader della democratica Europa hanno del tutto ignorato che al loro guru interessa solo il petrolio, poco la lotta al narcotraffico, nulla la democrazia. Nessuno dei suoi paggetti ammaliati ha condannato la violazione della sovranità, il saccheggio di risorse naturali e la fine della diplomazia; nessuno ha poi ricordato che il ruolo del Venezuela nelle rotte sudamericane della droga è secondario e marginale per le piazze dello spaccio negli USA. D’altronde, perché rovinare una bella storia con la verità?
Se la presunta lotta al narcotraffico serviva per mascherare la sete di petrolio, il governo autoritario di Nicolas Maduro serviva per celare il colpo di grazia al diritto internazionale, già martoriato da due anni di propaganda a sostegno della necessità di compiere il genocidio a Gaza. Qui il successo della propaganda è stato anche più grande, contagiando anche i presunti liberali, perché ha usato la giuste categorie per identificare i nemici, come dittatura e terrorismo. E quindi chi difende il diritto internazionale a tutela della sovranità venezuelana sta con un dittatore, e allo stesso modo chi denuncia i crimini di guerra nella Striscia di Gaza sta con il terrorismo islamico. La delegittimazione politica è tutta qui.

Dopo esserci abituati alla trasformazione del falso in vero, alla prevaricazione invece del dialogo e alla politica del più forte, ora dovremo abituarci anche all’illegalità.
Sarà interessante osservare quali strumenti politici e retorici adotterà Bruxelles quando il leader del caos dirigerà l’imperialismo USA verso la Groenlandia, che non è parte integrante dell’UE, ma la cui difesa è in capo alla Danimarca, che invece è un paese membro dell’Unione. Probabilmente, la Commissione userà le solite espressioni “highly concerned” o “closely monitoring” e i seguaci del ciuffo inviteranno le parti in cause al dialogo e al compromesso, come fossero sullo stesso piano con uguali diritti: già, perché la vittoria principale della propaganda reazionaria è, appunto, la normalizzazione dell’estremo, per cui aggressori e aggrediti smettono di esistere se dietro c’è una sudditanza politica. E forse le procure americane sgomineranno i temibili traffici dei popoli Inuit, che – si sa, da sempre – minacciano l’industria ittica statunitense; parallelamente, forse, nel vecchio continente faremo la nostra parte e arresteremo coloro che finanziano il famigerato terrorismo Inuit celandolo come beneficenza.

Andrà così, che sia in Groenlandia, in Colombia, a Cuba o anche in un paese amico, spacciando il falso per vero, il male come necessario e l’illegale come giusto. Il “mondo al contrario” sarà però quello di chi denuncerà tutto questo, di chi continuerà a credere in democrazia, uguaglianza e diritti, persone che verranno tacciate di essere “radicali” e quindi pericolosi nemici della nostra, nuova normalità.

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Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione è Research Fellow e publications editor presso ISPI. Ha collaborato con EastWest, Balkan Insight, Il Venerdì di Repubblica, Domani, il Tascabile occupandosi di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. È tra gli autori di “Capire i Balcani occidentali” (Bottega Errante Editore, 2021) e ha firmato due studi, “Pandemic in the Balkans” e “The Balkans. Old, new instabilities”, pubblicati per ISPI. È presidente dell’Associazione Most-East Journal.

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