Bosnia, l'urlo strozzato e il sogno europeo

di Alfredo Sasso

Entrare in Europa”: una frase che si legge, si sente e si usa molto (e forse troppo) spesso quando si parla di Bosnia-Erzegovina. Ma la politica, le istituzioni, l’accordo ASA e i fondi IPA per una volta non c’entrano nulla. Ieri sera la Bosnia si giocava l’ingresso nell’Europa del calcio, ovvero la qualificazione agli Europei del 2012. Francia-Bosnia segnava ultima giornata di un girone D che vedeva i bleus primi con 20 punti e gli zmajevi a seguire con 19. Era stata giustamente ribattezzata la “finale”: la vincente si aggiudicava il primo posto e la qualificazione diretta per gli Europei di Polonia-Ucraina; la perdente era costretta agli spareggi. Francesi favoriti in tutto: fattore campo, blasone, organico e soprattutto il vantaggio in classifica, dato che a loro bastava un pareggio per qualificarsi. Gli zmajevi, invece, erano costretti a espugnare lo Stade de France. Alla vigilia, l’allenatore bosniaco Safet “Pape” Susić si schermiva: i francesi sono tra i migliori del mondo, non illudiamoci, pensiamo alla realtà degli spareggi, più che al sogno dell’impresa.

Eppure, dopo il fischio d’inizio, la Bosnia sembra crederci sul serio. Solida tatticamente e brillante fisicamente, domina il possesso palla. La difesa di Spahić e Papac è attenta a coprire, a centrocampo Pjanić e Misimović surclassano la mediana transalpina e servono ottimamente Džeko. Che fallisce un paio di buone occasioni, prima di segnare una splendida rete al 40’, con un destro da fuori a girare, imprendibile per Lloris.

L’urlo delle centinaia di tifosi che assiepano il BBI Centar a Sarajevo è incontenibile, ma parte in ritardo, aspetta il gonfiarsi della rete. Forse c’entreranno le frustrazioni croniche del paese eternamente diviso, le illusioni della comunità internazionale, il governo che non c’è da (ormai più di) un anno? L’importante è lasciarsi tutto alle spalle, stringendosi attorno a uno dei pochi simboli che, da queste parti, riesce a regalare un po’ di sincero orgoglio e di genuina spensieratezza.

Džeko lancia la Bosnia in Europa. Lo Stade de France è attonito, mentre Sarajevo esplode, quasi incredula. Dopo un primo tempo inguardabile e reso ancora più imbarazzante dai fischi degli 80.000 di Sant-Denis, la Francia nella seconda metà si lancia all’arrembaggio. Prende le redini della partita e sfiora il pareggio con due punizioni di Martin e Nasri, entrambe magistralmente sventate da Asmir Begović. Il portiere bosniaco rinvia la prima in corner, respinge la seconda sulla traversa. E il tifoso medio della BiH la vive come un presagio, un risarcimento per la traversa che negò il gol decisivo a Džeko contro il Portogallo, due anni fa. Era lo spareggio per l’accesso ai mondiali in Sudafrica. Allora il legno condannò la Bosnia. Adesso la salva.

E invece no. Perché al 78’, dopo una lunga fase di attacco da parte francese, l’arbitro concede un rigore molto generoso a favore dei bleus per un fallo di capitan Spahić su Nasri. Ed è quest’ultimo a trasformare il penalty, infiammando gli 80.000 dello Stade de France. Proprio come dopo il goal del Portogallo di due anni fa, la piazza del BBI si riempe di un silenzio irreale, per fare immediatamente spazio agli insulti contro l’arbitro, nonché alle invettive cospirazioniste anti-establishment (d’altronde Jebo te Blatter! Jebo te Platini! si ascoltava già molto prima del rigore incriminato). Negli ultimi minuti la Bosnia ha poche energie, la Francia si dimostra ben più lucida e spreca il 2-1 in più occasioni. Al fischio finale, tanta è la delusione degli zmajevi, fermati a un passo dall’impresa. “Sono triste, soprattutto per i miei giocatori”, dichiara a fine partita Pape Susić.

Giovedì il sorteggio determinerà l’avversario degli spareggi, previsti tra un mese. Nel frattempo, la piazza del BBI si svuota, in attesa di riempirsi di nuovo per gli spareggi, e di liberare fino in fondo quell’urlo che stasera, ancora una volta, è rimasto strozzato.

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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