ROMANIA: I transilvani sfidano Bucarest

L’1 dicembre i romeni hanno festeggiato il centesimo anniversario dell’unione della Transilvania al resto del paese. Un evento accompagnato da esaltazioni nazionaliste pervasive e strumentalizzazioni politiche bipartisan. Al di là della retorica identitaria, tuttavia, su entrambi i versanti dei Carpazi da 100 anni regna un reciproco sospetto, una diffidenza malcelata e tangibile. Alcuni la definiscono una differenza quasi antropologica, altri semplicemente culturale, ma tutti concordano nell’identificare l’arco carpatico come lo spartiacque di due mondi distinti e spesso in lotta tra loro. La recente nascita della cosiddetta “Alleanza dell’Ovest” (Alianta Vestului) conferma ulteriormente questa atavica contrapposizione.

I sindaci dell’Ovest contro Bucarest

L’Alleanza dell’Ovest è un patto politico siglato dai sindaci di quattro importanti città occidentali (Cluj, Timisoara, Arad e Oradea) con l’obiettivo di attrarre fondi europei e lavorare insieme a un più rapido ed efficiente sviluppo regionale. Stando alle dichiarazioni dei diretti interessati, il fine primario sarebbe quello di garantire una maggiore efficienza infrastrutturale; solo in un secondo momento si potrà pensare a una riforma dell’ordinamento amministrativo dello stato romeno volta a una maggiore decentralizzazione. Ufficialmente i leader dell’Alleanza hanno dichiarato di voler collaborare con il governo centrale, ma i meno ingenui hanno visto nel progetto un chiaro guanto di sfida lanciato al Partito Social Democratico (PSD), attualmente azionista di maggioranza dell’esecutivo. Nel 2019 l’Alleanza dell’Ovest potrebbe addirittura trasformarsi in un vero e proprio partito politico, con un proprio candidato alle elezioni presidenziali del 2019: il più papabile sembra l’ex primo ministro e attuale sindaco di Cluj-Napoca, Emil Boc.

Il PSD e la Transilvania

Non è un caso che la sfida lanciata al PSD venga dalla Transilvania e dal Banato, regioni dove i social-democratici hanno tendenzialmente sempre fatto fatica a imporsi. Se si va a guardare la geografia del voto delle ultime elezioni presidenziali, si nota come la maggior parte dei voti per il candidato socialista Victor Ponta siano arrivati dalle regioni della vecchia Romania (Oltenia, Muntenia, Moldova), mentre la Transilvania ha optato chiaramente per Klaus Iohannis, transilvano lui stesso ed ex sindaco di Sibiu. La maggior parte dei notabili del PSD viene anch’essa dalla vecchia Romania; attualmente il partito è dominato dalla “cricca” di Teleorman, una provincia poverissima del sud del paese. La maggior parte dei transilvani vede nel PSD l’incarnazione dei difetti della Romania: corruzione, bizantinismo, ignoranza, populismo. Piaghe da cui la Transilvania sarebbe esente (o comunque meno afflitta) in virtù di un passato che l’ha legata maggiormente all’Europa centrale, di cui condividerebbe la cultura e la tradizionale efficienza. La frattura risalirebbe quindi addirittura all’epoca dei grandi imperi, facendosi sentire ancora oggi; da un lato la Transilvania asburgica a vocazione mitteleuropea, dall’altro la vecchia Romania ottomana, orientale sotto tutti i punti di vista.

Un passo indietro

L’esistenza di queste due Romanie era percepita già nel 1918, da chi aveva lavorato attivamente all’unione. I transilvani speravano di ancorare la Romania all’Europa centrale, ma si ritrovarono inghiottiti nel mondo politico bucarestino, fatto di intrighi, corruzione e faccendieri. Per tutto il periodo interbellico la Transilvania lottò per una riforma federalista dello stato, ricevendo soltanto dinieghi. Niente nella capitale era (ed è tutt’oggi) più temuto della decentralizzazione amministrativa; a Bucarest tutti temono infatti che essa possa costituire il primo passo di istanze “eccessivamente” autonomiste. Non sono solo gli ungheresi a preoccupare il governo; il milione di magiari che attualmente vive in Romania non ha la forza per portare avanti un certo tipo di battaglie. A spaventare sono anche, e soprattutto, i fratelli di lingua. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, quando ancora non si sapeva se la Transilvania sarebbe stata concessa alla Romania, all’Ungheria, o addirittura spartita, nella mente di qualcuno balenò l’ipotesi di una Transilvania indipendente, multietnica, da trasformare nella Svizzera dell’est. Alla fine Stalin decise di premiare la Romania, che per prima aveva abbandonato Hitler, concedendole tutta la regione. Oggi nessuno sogna più concretamente una Transilvania indipendente, ma l’idea della “transilvanizzazione” del resto della Romania non è mai morta. E’ questo, probabilmente, il vero obiettivo dell’Alleanza dell’Ovest.

foto digi24.ro

Chi è Francesco Magno

Aspirante storico, nato a Messina nell'anno di grazia 1992, è stato adottato da Padova, ma col cuore rimane a Bucarest. Si occupa soprattutto di Romania e Moldavia, con qualche sporadica incursione in Bulgaria. Non ha ancora capito se è di destra o di sinistra, pensa di essere per le cose giuste. Sogna di fuggire con un grande amore nella campagna transilvana. Da settembre 2019 è direttore editoriale di East Journal.

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2 commenti

  1. molto bene , sono proprio contenta sicuramente le cose andrà molto meglio .Ad Maiora , Transilvania !!

  2. Un intervento documentato, non privo però di un orientamento “originale”! L’autore non ci dice affatto che i 4 sindaci transilvani sono tutti ex uomini di Basescu (il presidente che voleva instaurare un regime presidenziale, cioè una dittatura personale, pomposamente dichiarata liberale…

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