KOSOVO: Nuovi incidenti al confine, situazione critica

di Filip Stefanović

 Due giorni dopo il ferimento del poliziotto kosovaro Enver Zumberi, 32 anni, deceduto all’ospedale di Pristina in seguito alle gravi ferite, la tensione sul confine serbo-kosovaro rimane molto alta. Mercoledì sera, attorno alle 19:00, un gruppo di serbi mascherati giunti da Mitrovica ha attaccato con spranghe e bottiglie Molotov il punto di confine di Jarinje, dato alle fiamme. Si sono sentiti anche colpi d’arma da fuoco diretti contro i soldati della KFOR, che hanno risposto. Successivamente, ritiratisi i serbi, attorno alle ore 20:00 sono arrivati mezzi corazzati americani che hanno occupato la strada tra Jarinje e Mitrovica, nei pressi di Lešak, impedendo qualsiasi passaggio. Intanto, i serbi continuano a presidiare le loro barricate di tronchi sulle vie per il confine, per impedire ai poliziotti kosovari di prendere posizione.

Kosovo settentrionale: i luoghi del conflitto.

L’aggravarsi dei rapporti tra albanesi e serbi kosovari dimostra, come da noi già detto mesi fa, che il “dialogo tecnico” tra Serbia e Kosovo,  così come è stato voluto dall’Unione europea, è solo uno specchietto per le allodole. Negli ultimi quindici anni, la Serbia ha cercato con ogni mezzo di risolvere la questione kosovara; prima con l’uso illegittimo della forza, poi tramite gli strumenti della legge (il ricorso presentato all’ONU, poi ritirato), infine, quando ogni speranza era persa, con un lento gioco diplomatico dalla duplice faccia: collaborazionistica e costruttiva agli occhi degli osservatori occidentali, protezionistica e difensiva degli interessi serbi a quelli dell’opinione pubblica nazionale.

Forse, a Pristina, hanno capito finalmente che l’unico modo di sbloccare la situazione era quello di stuzzicare i serbi, che si sarebbero traditi da soli. Il ritiro delle forze speciali di polizia dal confine era stato concordato pacificamente proprio dalle due parti in causa, e aveva preso avvio lunedì mattina: il dietrofront impartito ai poliziotti kosovari, tornati sulle proprie posizioni, è stata la miccia che ha innescato il semidormiente nazionalismo serbo. Sarà anche vero che i patti erano altri, ma in fondo chi vieta a uno stato riconosciuto (dal mondo, non dalla Serbia) e indipendente di dislocare come meglio crede le proprie forze di polizia? Che voce può avere la Serbia su delicate questioni di politica interna e sicurezza dello stato kosovaro, fintanto che i diritti della minoranza serba non vengono intaccati? Questa prova di forza del governo di Thaçi è stata quindi una trappola perfetta in cui i serbi sono caduti appieno: la reazione sconsiderata dei serbi kosovari, fomentati, sovvenzionati, organizzati e sfruttati da Belgrado a cinici fini di politica interna, secondo i migliori canovacci degli anni ’90, è stata la più convincente dimostrazione – se ancora ce ne fosse bisogno – che le intenzioni serbe sull’ex provincia sono tutt’altro che chiare, e le sue ingerenze marcate e inopportune. La patata bollente passa così ora direttamente nelle mani prima della KFOR, poi dell’EULEX, che ha già confermato di aver aperto un’inchiesta riguardo all’uccisione del poliziotto trentaduenne ed altri incidenti. Sta agli europei e agli americani chiedere adesso una presa di posizione chiara e netta a Belgrado, che nella disperata rincorsa di una candidatura all’Unione europea ha già dato via Mladić e Hadžić, e deve ora inghiottire il rospo più grosso, l’addio ufficiale al Kosovo. Una decisione che con ogni probabilità significherebbe il suicidio politico di qualsiasi governo se ne assumesse l’onere. Basti a tal proposito, per assaggiare il clima che si respira in Serbia, pensare all’inverosimile titolo che campeggiava ieri sul quotidiano belgradese Blic: “Pristina con l’aiuto degli USA vuole strappare il Kosovo settentrionale”.

È plausibile l’ipotesi di una nuova guerra? No. Primo, perché l’ONU ha già le sue forze dispiegate sul campo, secondo, perché non esiste più nessuna JNA, l’esercito serbo è troppo ridotto, il paese eccessivamente impoverito per una vera campagna bellica. Ciò nulla toglie alla gravità della situazione, è al massimo una riprova che un costante monitaroggio fisico dei territori ex jugoslavi è, a 12 anni dall’ultimo conflitto aperto, ancora necessario. Se cercavamo uno stress test per verificare la tenuta politica dei Balcani, eccolo.

Chi è Filip Stefanović

Filip Stefanović (1988) è un analista economico italiano, attualmente lavora come consulente all'OCSE di Parigi. Nato a Belgrado si è formato presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano e la Berlin School of Economics, specializzandosi in economia internazionale. Ha lavorato al centro di ricerche economiche Nomisma di Bologna e come research analyst presso il centro per gli studi industriali CSIL di Milano. Per East Journal scrive di economia e politica dei Balcani occidentali.

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