INCHIESTA: La “pietra miliare”: origine del traffico di rifiuti tossici tra Italia e Romania

di Massimiliano Ferraro

pubblicato su Ecoinchiesta e Narcomafie

Ad est dell’est c’è Sulina, piccola cittadina del distretto di Tulcea: il punto più orientale della Romania e dell’intera Unione Europea. Quattromila anime sparse tra casette di legno e orribili condomini di epoca sovietica. Poche strade, alcune ancora in terra battuta che conducono quasi tutte al porto, situato allo sbocco del ramo centrale del Delta del Danubio. È stata questa la breccia che ha trasformato la Romania nel primo paese pattumiera d’Europa. Una “pietra miliare” dei traffici illeciti di rifiuti provenienti dall’Italia, come la definì in una lettera al settimanale Famiglia Cristiana lo 007 Guido Garelli (personaggio coinvolto nel progetto Urano per lo smaltimento di materiale pericoloso in una depressione dell’ex Sahara spagnolo). Di certo nella seconda metà degli anni ’80 il porto franco di Sulina rappresentava un salvacondotto per molti trasporti illegali e dal 1987 in poi divenne anche l’approdo privilegiato delle navi dei veleni provenienti dall’Italia.
Nella primavera del 1987 due mercantili carichi di rifiuti pericolosi, la Akbay I e la Corina, salparono dai porti di Marina di Carrara e di Chioggia diretti a Sulina. A commissionare i viaggi fu un’azienda italiana, la Sirteco Italia S.r.l. , che si impegnò a smaltire tramite la compagnia rumena Kimika ICE varie centinaia di barili d’acciaio per mezzo di incenerimento o conferimento in discarica. Ma era tutto falso: a Sulina non esistevano né inceneritori né discariche adatte a smaltire materiali tossici. Dopo essere state stoccate in via provvisoria nei magazzini del porto, le sostanze nocive dovevano semplicemente essere gettate nel Mar Nero. A questo proposito il capitano turco Mustafa Aygor, imbarcato sulla nave Faz 1 Mete ha dichiarato che «fra giugno e luglio del 1988 furono caricati sulla nave turca Munzur, ormeggiata nel porto di Sulina, dei barili sigillati con la lettera “R”. In quell’occasione parteciparono anche chimici italiani come supervisori delle operazioni di carico».
Da un dossier di Greenpeace del 2002 si apprende che la Corina giunse in Romania l’11 aprile 1987 con 2796 fusti e solo cinque giorni più tardi la Kimika ICE emise un falso certificato attestante la distruzione dei rifiuti. Il 26 di aprile dello stesso anno la seconda nave, la Akbay I, scaricò nel porto rumeno 828 tonnellate di rifiuti industriali.

Il disegno criminoso prevedeva l’arrivo in Romania di 150.000 tonnellate di scorie all’anno pagate, così pare, dalla Sirteco alla Kimika ICE circa 600 lire al chilo, quando lo smaltimento legale in Italia sarebbe arrivato a costare oltre 2000 lire al chilo. Un business colossale stimabile secondo l’Agenzia Ambientale delle Nazioni Unite in 100 miliardi di lire (circa 50 milioni di euro) che ancor prima dello sbarco all’est della criminalità organizzata vide protagoniste alcune aziende italiane con la complicità delle alte sfere del regime di Nicolae Ceausescu. Ma non tutti si mostrarono d’accordo perché Sulina ospitasse una bomba ecologica. Nel corso di una dichiarazione rilasciata nel 1995, Aldo Anghessa, legato ai servizi segreti, affermò che il comandante del porto venne fucilato per essersi opposto al traffico di rifiuti.

La fuga di notizie
Nell’estate del 1987 una fuga di notizie dall’Urss (probabilmente dall’Ucraina) rivelò che nei magazzini del porto sul Danubio veniva conservata da diversi mesi una quantità importante di rifiuti industriali provenienti da paesi del Patto Atlantico. Il quotidiano francese Liberation pubblicò un articolo sulla vicenda, subito rilanciato da altri media internazionali.
Lo scoppio dello scandalo provocò la dura reazione di Nicolae Ceausescu che si attivò per punire i responsabili degli accordi segreti che avevano permesso lo stoccaggio dei rifiuti tossici. La notte successiva all’uscita della notizia sul giornale francese, infatti, un commando composto da decine di uomini fece irruzione negli uffici dell’autorità portuale di Sulina. Alcuni dipendenti vennero prelevati da casa e interrogati per diverse ore. Al mattino il direttore del porto, Mihai Macu, e il contabile, Dumitru Gavanescu, vennero arrestati insieme ad altre cinque persone e condannati a pene detentive comprese tra gli 11 e i 18 anni. Uscirono dal carcere a dicembre del 1989 perché ritenuti, forse a ragione, vittime del regime.

In Romania alcune fonti sostengono infatti che i rifiuti vennero introdotti nel Paese su ordine diretto di Elena Ceausescu, moglie del presidente, vice primo ministro e fautore dello sviluppo dell’industria chimica rumena. La stampa internazionale fornì tuttavia una versione diversa, affermando che l’affare venne organizzato da alti funzionari del ministero del commercio e trascurando il coinvolgimento della consorte del dittatore.
La verità, probabilmente non del tutto svelata, potrebbe essere ancora sepolta negli archivi del Partito Comunista Rumeno. «Ho sempre pensato che le prove si trovassero in Romania» dichiarò a tal proposito al quotidiano The European il giudice Ivano Nelson Salvarani, che alla fine degli anni ’80 aprì a Venezia un’inchiesta sul caso, «sfortunatamente il nostro ministero degli Esteri non è riuscito a trovare i canali diplomatici necessari ad ottenere certi documenti dalle autorità rumene».

La città dipinta con i rifiuti italiani
Mentre in Europa si diffondevano gli echi dello scandalo internazionale, a Sulina la propaganda del regime fece sì che la notizia dei rifiuti tossici custoditi nei magazzini del porto arrivasse alla popolazione in maniera distorta. Corse voce che in città venissero conservate sostanze misteriose, e nonostante i barili d’acciaio scaricati dalle navi provenienti dall’Italia emettessero un forte odore, i residenti ignorarono il pericolo. Più volte i depositi vennero saccheggiati. Il materiale di scarto altamente nocivo contenuto nei fusti venne addirittura utilizzato come pittura per dipingere case, cancelli e mobili di legno.
Intanto le autorità della città si accorsero che il bestiame lasciato a pascolare vicino alla zona in cui erano custoditi i fusti si era ammalato. Il sindaco vietò quindi esplicitamente di utilizzare quelle strane sostanze come vernice, ma quasi nessuno lo ascoltò al punto che tracce di quei rifiuti si trovano ancora oggi nelle case e nelle strade di Sulina.
Almeno tre degli uomini che parteciparono al saccheggio dei magazzini del porto morirono poco dopo. Come causa del decesso il regime rumeno fece scrivere “sconosciuta”.

La nave fantasma
La Stampa di Torino del 13 agosto 1988 riportò la notizia delle dimissioni del ministro del Commercio del regime di Ceausescu in seguito allo scandalo del traffico di rifiuti tra Italia e Romania. Nello stesso articolo si apprese anche dell’esistenza di una terza nave, la Kapitan Fehmi, battente bandiera turca, che avrebbe scaricato a Sulina altre duemila tonnellate di rifiuti italiani. Ciò confermerebbe i sospetti di Greenpeace circa l’esistenza di altre navi dei veleni attraccate nel porto franco. Una di queste, la meno conosciuta e misteriosa, è la Prahova.
Di questo cargo e del suo carico si sa pochissimo. Arrivò in Romania, non si sa da dove, nell’estate del 1987. I lavoratori del porto scaricarono dalla nave barili d’acciaio con scritte di pericolo in italiano e in tedesco ed alcuni di loro svennero a causa dei fortissimi odori rilasciati dai contenitori. Forse proprio a causa di questi malori l’operazione di scarico non venne completata. I barili già arrivati sulla banchina vennero lavati con l’acqua pompata dal Danubio e poi trasportati nei magazzini del porto, altri rimasero nella stiva del mercantile a causa del clamore suscitato dal caso, che proprio in quei giorni investì alcuni importanti esponenti del governo rumeno. La successiva interruzione dei traffici spinse le autorità portuali (o altre compagnie intermediarie) a sbarazzarsi dei rifiuti scaricandoli direttamente nel Danubio o sul fondo del mar Nero. I fusti rimanenti trovarono alloggiamento per ben quattro anni nella stiva della Prahova, ancorata, o meglio abbandonata, nel porto di Sulina con il suo carico di veleni senza che nessuno ne reclamasse la proprietà. Finché il 24 febbraio del 1991 la nave scomparve nel nulla. Quasi si dissolse, nella nebbia di una notte d’inverno.

Ma dove finirono i centinaia di fusti zeppi di sostanze tossico-nocive?

Alcuni abitanti di Sulina dichiararono che dopo la fine del regime di Ceausescu le voci sulle presunte malattie provocate dalle scorie stoccate nel porto convinsero le autorità a disfarsi della nave. C’è chi dice che la nave venne demolita nel porto turco di Aliagra dopo aver scaricato i suoi veleni al largo. Secondo un’altra versione dei fatti il cargo misterioso venne prelevato da un rimorchiatore turco, l’Ocean Asli, e poi affondato nelle acque internazionali del Mar Nero. Un destino comune a quello della Akbay I, una delle prime navi dei veleni arrivate in Romania, che non venne mai più ritrovata.

I veleni sulle coste turche
In Italia l’inchiesta di Venezia sul traffico di rifiuti con la Romania rivelò che la Sirteco (già sottoposta a procedura di liquidazione) aveva raccolto e trasportato rifiuti tossici sversati nel Mar Nero. Ma dietro la verità giudiziaria c’è una ancor più triste realtà: centinaia di contenitori metallici provenienti dall’Italia e transitati per Sulina vengono ancora restituiti dal mare sulla costa turca, tra Istanbul e Rize.
Nel luglio del 2000 il Ministero dell’Ambiente turco dichiarò che fino a quel momento erano stati ritrovati in Turchia 367 barili con stampigliata la lettera “R” e le cui etichette indicano senza ombra di dubbio la presenza di rifiuti tossici prodotti in Italia.
Secondo Greenpeace l’80% dei 367 fusti spiaggiati sarebbero stati stoccati in due magazzini del villaggio di Souksu (località Sinop) e ad Alacam (località Samsun). Il rimanente 20% pare sia stato recuperato dalla popolazione locale e riutilizzato proprio come in Romania, la “pietra miliare”…
«Nella regione in cui sono stati stoccati i barili», ha riferito Musa Uzunkaya, membro del parlamento turco, «i decessi causati da forme tumorali sono aumentati, le acque di falda sono state inquinate, la produzione agricola è diminuita, i casi di morte per ragioni sconosciute sono aumentate fra gli animali selvatici ed infine, come conseguenza ovvia, il numero di turisti in visita nella regione è diminuito negli ultimi anni».
Nel 1989, il ministero dell’Ambiente italiano dichiarò che avrebbe riportato i barili in Italia se si fosse provata l’origine dei rifiuti. Una copia della documentazione relativa alle scorie venne inviata al governo italiano che nonostante l’evidenza valutò di non aver ricevuto sufficienti prove per dimostrare l’origine italiana del materiale nocivo.
Attualmente, l’appoggio italiano all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea impedisce di fatto al governo di Ankara di chiedere una bonifica delle zone contaminate.


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