SIRIA: Il piano della Turchia per conquistare Raqqa

Mentre l’operazione per strappare Raqqa all’Isis sta per entrare nel vivo, la Turchia torna a reclamare un ruolo nel tentativo di bloccare l’avanzata dei curdi siriani. Lo fa con una serie di incontri di alto livello con i vertici delle forze armate americane e le solite minacce nemmeno troppo velate. Ankara prova a forzare ma, almeno per il momento, gli Usa da quell’orecchio non ci sentono.

La corsa verso Raqqa

Le richieste non sono certo nuove. Da quando la Turchia è entrata in Siria, lo scorso agosto, ha tentato più volte di accreditarsi come alternativa alle forze curde nella lotta all’Isis. Adesso il tempo stringe, i curdi avanzano verso la “capitale” siriana del califfato alla testa delle Syrian Democratic Forces (SDF) e gli Usa devono prendere una decisione importante: rifornirli di armi e mezzi migliori, oppure accettare l’aiuto interessato della Turchia.

Nel primo caso l’esercito turco sarebbe tagliato fuori, i curdi si affermerebbero definitivamente nel nord-est della Siria e – questo il timore di Ankara – dopo aver preso Raqqa potrebbero usare i nuovi armamenti oltre confine, in Turchia, passandoli al Pkk con cui hanno stretti legami. Nel secondo caso i curdi resterebbero al palo e la Turchia avrebbe un ruolo centrale nell’operazione. Un primo passo per sganciare i curdi siriani dall’abbraccio degli Usa e, in prospettiva, impedire che ottengano più autonomia in Siria.

Così sono ripresi contatti e visite. Il 13 e 14 febbraio una delegazione turca era a Washington per convincere gli americani a cambiare cavallo, scaricando i curdi siriani. Proposta accolta con freddezza, se non del tutto ignorata. Ma Ankara non si è data per vinta e ha rilanciato il 17 febbraio, nel corso di un incontro tra il capo di stato maggiore turco Hulusi Akar e l’omologo americano Joseph Dunford nella base di Incirlik. Akar ha presentato due possibili piani con cui la Turchia potrebbe marciare verso Raqqa.

Tra piani militari e minacce spuntate

Mappa al-Bab RaqqaIl primo vede l’esercito di Ankara entrare da Tell Abiyad e scendere direttamente su Raqqa. È la via più breve, ma soprattutto taglia in due i territori curdi in Siria. I curdi quindi non solo dovrebbero accettare di farsi da parte, ma anche garantire ai turchi un corridoio che separerebbe Kobane, più a ovest, da Qamishli e Hasakah a oriente. Senza alcuna garanzia che, una volta presa Raqqa, l’esercito turco se ne torni da dove è venuto.

Se questa proposta è quasi fantascienza – per i curdi equivale al suicidio – la seconda alternativa è completamente irrealizzabile. La Turchia sostiene di poter raggiungere Raqqa partendo da al-Bab, città in mano all’Isis a pochi chilometri da Aleppo, dove da mesi è impantanata in un assedio senza sbocchi. Se i turchi non riescono a prendere al-Bab nonostante abbiano inviato più volte rinforzi, tanto meno possono sperare di arrivare presto a Raqqa per quella via. Altro “dettaglio” da non trascurare: anche l’esercito di Assad avanza verso al-Bab ma da sud, in modo da bloccare ogni velleità turca di procedere oltre.

Se la Turchia si limitasse a queste richieste, gli Usa potrebbero tranquillamente scrollare le spalle e continuare come se nulla fosse. Ma c’è dell’altro. Negli stessi giorni, Erdoğan e esponenti del governo turco hanno dichiarato che dopo al-Bab vogliono “liberare” anche Manbij. È una città a pochi chilometri da al-Bab sotto il controllo dei curdi siriani fin dallo scorso agosto, quando le SDF insieme alle forze speciali Usa hanno cacciato l’Isis. Il gioco della Turchia è semplice: se gli Usa non interrompono la loro collaborazione con i curdi, Ankara non avrà problemi ad attaccarli. La minaccia è esplicita, ma resta da vedere se non si tratta di un semplice bluff. Marciare su Manbij farebbe entrare definitivamente in rotta di collisione Turchia e Usa, alleati Nato ma con agende del tutto diverse per la Siria. La Turchia se lo può permettere?

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Mappa via Imago Pyrenaei (dettaglio)

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.

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