SIRIA: Quello che resta di Raqqa, due volte capitale del Califfato

«E’ importante proteggere la diversità democratica del popolo siriano che, sentitosi abbandonato, si e’ rivolto al jihadismo pur di liberarsi del regime». Lo diceva padre Paolo Dall’Oglio nell’aprile del 2013, un mese dopo che Raqqa era diventato il primo capoluogo della Siria liberato dai ribelli. Novanta giorni più tardi quella stessa Raqqa inghiottiva padre Dall’Oglio, rapito, forse ucciso. Durante una manifestazione l’aveva definita “la prima capitale della Siria libera”. Ma Raqqa ormai stava precipitando verso un destino diverso: capitale siriana dello Stato Islamico, nuova capitale del Califfato di al-Baghdadi.

Era la seconda volta, a 1200 anni di distanza. Distanza che il metro del tempo non restituisce appieno, abituati come siamo a pensare l’Islam fuori dalla storia, sempre uguale a se stesso, sempre ‘medievale’. Califfo era Harun al-Rashid che elevò Raqqa a centro della dinastia abbaside, insieme a Baghdad. Califfo (autoproclamato) è il capo dell’Isis. Le analogie dovrebbero finire qui. Ma la cronaca e il voyeurismo mediatico ingigantiscono il secondo, ne fanno spesso il volto dell’Islam e persino di un’intera cultura, e schiacciano inesorabilmente il primo. Schiacciano anche la storia e le sue ricchezze, la colorano di orientalismo e la profumano di terrore. E così il nostro sguardo schiaccia, irrigidisce o cancella anche quella diversità – culturale, religiosa, etnica – che padre Dall’Oglio invitava a difendere. Di queste ricchezze, invece, Raqqa è un esempio magnifico.

I Seleucidi ne intuiscono il valore di crocevia e la fondano tre secoli prima di Cristo come Nikephorion, più tardi Kallinikos. Piuttosto la rifondano, visto che il sito nascondeva l’antica città babilonese di Tuttul. Sul corso del medio Eufrate, porta del Mediterraneo tanto quanto della Mesopotamia, incrociava rotte carovaniere che ne hanno forgiato il carattere commerciale. Terra di frontiera continua ad esserlo anche in seguito. Il re dei re sasanide Cosroe I la distrugge nel 542, l’imperatore Giustiniano poco dopo la ricostruisce. Fortificata e militarizzata poiché lì persiani e bizantini si scontrano a lungo, diventa al tempo stesso anche città dell’incontro tra i due imperi.

Kallinikos parlava allora il greco e l’aramaico, la lingua di Gesù. È in quest’epoca che la città diventa un importante centro del monachesimo cristiano siriaco. (Padre Dall’Oglio, è noto, rifondò negli anni ’80 la comunità monastica cattolico-siriaca di Mar Musa, nord di Damasco). Sorgono il monastero di Deir Mar Zakka (San Zaccheo), per almeno tre secoli grande luogo di riferimento per la spiritualità siriaca, e il monastero della colonna, Daira d-Estuna, che diventerà sede del Patriarcato di Antiochia. Nei secoli ha prosperato anche una comunità ebraica, che aveva come punto di riferimento nella città una sinagoga cui accenna ancora, nel XII secolo, il geografo ebreo-spagnolo Beniamino di Tudela.

Cristiani, ebrei, e infine musulmani. La conquista araba avviene nel 639 per mano di Iyad ibn Ghanm, durante la primissima fase di espansione che porterà l’Islam in poco più di 100 anni dai Pirenei all’Indo. L’odierna Siria è tra le prime terre di conquista. Raqqa prende il suo nome attuale, e con i fedeli delle altre religioni viene stipulato un trattato: libertà di culto negli edifici esistenti, ma divieto di edificarne di nuovi. Una libertà che si estende a molti altri ambiti. È il trampolino per fare di Raqqa uno dei centri più importanti del Califfato, sotto la dinastia abbaside.

L’occasione la coglie il Califfo al-Mansur che progetta al-Rafiqa – letteralmente: la compagna – città gemella di Raqqa, che ne amplia il nucleo originario nella seconda metà dell’VIII secolo. Raqqa diventa così più estesa di Damasco, cuore della precedente dinastia Omayyade. Al centro, dietro a 132 torri circolari, sorge anche una grande moschea congregazionale, pensata per la guarnigione del Khorasan lasciata a presidio. Con l’avvento al potere di Harun al-Rashid, Raqqa conosce il momento di massimo splendore: eletta capitale del Califfato tra il 796 e l’808, mentre Baghdad resta sede amministrativa, diventa tappa essenziale del pellegrinaggio verso le città sante della Mecca e Medina.

Anche il terremoto sciita ha lasciato il segno, con la moschea che racchiude le tombe di Uwais al-Qarani e Ammar ibn Yasir, compagni del Profeta morti in battaglia nella vicina Siffin. Oggi non esiste più, è stata distrutta dall’Isis. E la narrazione dell’Isis, se non prestiamo attenzione, si trascina via anche quel clima di liberalità, di fermento culturale, filosofico e poetico, che non appartiene soltanto a quella che per noi è l’epoca di Carlo Magno, ma che resta iscritto nel presente e nel codice genetico di Raqqa.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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