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BASKET: Il derby di Atene, una rivalità tra sassaiole e campioni

Panathinaikos contro Olympiacos. Un’accesa rivalità spacca la Grecia in due tronconi: l’atleta olimpionico con la corona d’alloro da una parte e il trifoglio dall’altra, gli eroi dei portuali del Pireo opposti ai beniamini della borghesia ateniese. In patria la chiamano Mitera ton machon, la “madre delle battaglie”, una sfida ricca di pathos che trova forse la sua massima espressione nella pallacanestro, capace di far palpitare più volte i tifosi delle due squadre sulla scena internazionale. E ieri sera Panathinaikos e Olympiacos si sono contese il primo posto in regular season, in un derby vinto 72-59 dai primi, che agganciano così in vetta i rivali. Salvo alcune sporadiche eccezioni, il massimo campionato greco è quasi sempre stato un affare tra biancoverdi e biancorossi.

Ma gli “eterni rivali”, altro appellativo delle due squadre più titolate del paese, non hanno goduto fin da subito di cotanta supremazia: fondate rispettivamente nel 1919 e nel 1931, le sezioni cestistiche di Panathinaikos e Olympiacos devono attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale per festeggiare la conquista del primo titolo nazionale.

Per tutti gli anni Settanta e fino alla prima metà degli anni Ottanta il quintetto biancoverde si trasforma in una macchina da canestri: in quattordici stagioni trionfa ben dieci volte, abdicando in un paio d’occasioni in favore dei nemici di sempre. Che non riescono a creare un ciclo vincente fino al 1993, quando danno il via a un filotto di cinque scudetti: da quell’anno s’instaura il duopolio delle due rivali, interrotto solo una volta dall’AEK Atene.

La bellezza di Panathinaikos-Olympiacos non si riduce però a un freddo elenco di numeri e statistiche: a scrivere le pagine più belle sono stati soprattutto i campioni, greci e stranieri, che hanno indossato le rispettive casacche. Alcuni, come Dimitris Papanikolaou, Stratos Perperoglou e il due volte argento olimpico Dino Rađa, hanno persino vissuto il derby su ambo le sponde.

Ma non c’è solo lo spirito apollineo delle schiacciate a canestro e delle prodezze dalla linea dei tre punti: soprattutto nell’ultimo decennio è emerso l’impulso dionisiaco delle focose tifoserie, spesso inclini a causare incidenti. I primi si registrano nell’annata 2001/02: una delle due sfide di stagione regolare viene interrotta a due minuti dal termine del terzo quarto, sul 62-52 in favore del Panathinaikos, per intemperanze da parte dei tifosi biancorossi.

Dieci anni dopo ci scappa la sassaiola: il bus del Panathinaikos sta viaggiando verso il Pireo quando, improvvisamente, viene colpito da una raffica di pietre che scheggiano i vetri e feriscono un paio di giocatori. D’intesa con la polizia e con il segretario generale dello sport Panagiotis Bitsaxis, la federazione greca di pallacanestro fa rinviare l’incontro e slittare l’inizio della finale play-off, poi vinta dall’Olympiacos che pone così fine all’egemonia rivale dopo ben nove titoli consecutivi.

L’ultimo caso eclatante risale al derby del 2 maggio 2015, quando il pubblico dell’OAKA risponde nel peggiore dei modi a un’esultanza dell’ex di turno Vassilis Spanoulis, guardia tiratrice dell’Olympiacos, che porta provocatoriamente le mani alle orecchie. I tifosi lo bersagliano di fischi e di oggetti, costringendo tutta la panchina ospite a scappare verso gli spogliatoi: la gara poi riprende e finisce regolarmente. Il presidente biancoverde Dimitris Giannakopoulos invoca addirittura la mano pesante del premier Alexis Tsipras, chiedendo una squalifica per Spanoulis “che voleva solo provocare”.

Non sarà ai livelli di un Cavaliers-Warriors, per quanto il livello tecnico sul parquet sia ugualmente piuttosto elevato, ma il derby di Grecia mantiene intatto un fascino senza eguali.

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