RIO 2016: Il CPI non si smuove, Russia fuori dalle Paralimpiadi

Il Comitato Paralimpico Internazionale difende la linea della fermezza contro la Russia per quanto riguarda la questione doping. Se il CIO ha lasciato che fossero le singole federazioni a decidere dopo la pubblicazione del rapporto McLaren, il CPI mantiene il ban per tutti, senza distinzioni. Respinti, dunque, gli appelli degli oltre 175 atleti che chiedevano di poter partecipare ai Giochi Paralimpici a titolo individuale, in quanto puliti.

Ma le regole, sostiene il CPI, sono uguali per tutti. E le regole impongono che un atleta possa partecipare solo in rappresentanza di un comitato nazionale in linea con i regolamenti internazionali. Il comitato paralimpico russo, ha spiegato il capo dell’IPC Xavier Gonzalez, sarà sospeso «finché non dimostrerà di poter effettivamente applicare le norme previste dal codice anti-doping senza interferenze da parte del governo».

Ma il CPI, accusa il presidente del comitato paralimpico russo Vladimir Lukin, «non ha mai chiarito i criteri per ottenere la riammissione, per questo abbiamo promosso un’inchiesta e stiamo lavorando con il CPI per individuare quale bozza di road map abbiano preparato o stiano preparando».

«Chi ha preso la decisione di escludere la Russia dai Giochi di Rio – ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov  dovrebbero assumersi almeno la responsabilità morale delle loro azioni», che violano «il principio stabilito dall’Assemblea Generale dell’Onu per cui lo sport è al di sopra della politica e non può diventare terreno per una qualsiasi forma di discriminazione. E quella messa in atto nei nostri confronti è esattamente questo, una discriminazione su base etnica».

«I nemici della Russia hanno provato a ferire questa nazione, ma hanno fallito -ha dichiarato all’agenzia TASS il capo della Repubblica di Crimea, Sergej Aksënov – Hanno provato a tenerci fuori dalle Olimpiadi, e non ci sono riusciti. Così ora se la prendono con i disabili». Per questo, ha chiesto e ottenuto di ospitare la competizione separata per gli atleti esclusi dalle Paralimpiadi, con gli stessi identici premi previsti per la spedizione a Rio che ha promesso Putin. Questa sorta di contro-Paralimpiade ospitata in Crimea, scelta dal forte valore simbolico nazionale, ricorda un po’ i Giochi dell’Amicizia, la manifestazione alternativa organizzata in occasione del boicottaggio sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Il rapporto McLaren, però, è molto di più di un atto d’accusa rivolto a una singola nazione. È un punto di non ritorno nella continua lotta fra l’integrità dello sport e il doping. Ed è su questo fronte che si sta giocando una partita decisiva. A Copenhagen, 17 agenzie anti-doping nazionali hanno finalmente invocato un cambio di paradigma nelle politiche e nei controlli, l’unico cambiamento che davvero potrebbe rappresentare una svolta non solo di principio.

Da un lato, evitare i conflitti di interessi e fare in modo che i dirigenti WADA non abbiano altri incarichi. Dall’altro, è questo l’aspetto decisivo, «separare la gestione dei controlli anti-doping e delle relative indagini dalle organizzazione sportive», da cui oggi dipendono le risorse a disposizione di chi svolge i controlli. «Un’organizzazione sportiva – sostengono i rappresentanti delle 17 agenzie, come scrive Insidethegames – non può essere chiamata a promuoversi e a controllarsi nello stesso tempo». Soprattutto perché le organizzazioni sportive pagherebbero un danno di immagine fortissimo in caso di positività di un atleta di punta. Con il rischio di coperture ad alto livello, come insegnano Lance Armstrong o la celebre e sempre attuale confessione di Carl Lewis. Un rischio che lo sport non può più permettersi.

Chi è Alessandro Mastroluca

Alessandro Mastroluca scrive di sport da dieci anni. Collabora con Fanpage.it, Spazio Tennis e tennis.it. Segue per l'agenzia Edipress l'inserto settimanale sulla Serie B del Corriere dello Sport. È telecronista per Supertennis e autore di La valigia dello sport (Effepi), Il successo è un viaggio. Arthur Ashe, simbolo di libertà (Castelvecchi) e Denis Bergamini. Una storia sbagliata (Castelvecchi).

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