UCRAINA: In arrivo nel Donbass una missione OSCE?

Dopo settimane in cui la tensione tra l’esercito ucraino ed i ribelli lungo la linea di demarcazione è tornata di nuovo a crescere, a Kiev si è ricominciato a parlare della possibile missione di peacekeeping OSCE per il Donbass. Argomento discusso anche durante la recente conversazione telefonica quadri-laterale nel “formato Normandia” tra i firmatari del protocollo di Minsk, Francia, Germania, Russia e Ucraina. Sebbene dopo l’incontro Poroshenko abbia annunciato un comune accordo di massima nella discussione sulla necessità di una missione di peacekeeping guidata dalle forze OSCE, diversi ostacoli di natura pratica e politica rimangono sul tavolo negoziale.

Problemi politici

A Mosca, dopo una netta opposizione ad ogni tipo di missione di peacekeeping sotto l’egida dalle Nazioni Unite, si registra una parziale apertura. In effetti, significativo è stato il recente passo indietro da parte di Poroshenko durante il summit a Washington con Barck Obama, dove ha parlato per la prima volta di una missione a guida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), mettendo da parte l’idea di coinvolgere i caschi blu delle Nazioni Unite. L’OSCE è di certo l’organizzazione preferita dal Cremlino, e negli ultimi due anni ha avuto il difficile compito di monitorare, spesso non senza polemiche da parte di Kiev, il conflitto nel Donbass.

Nonostante quest’avvicinamento, però, le posizioni rimangono piuttosto lontane, specialmente per la differente interpretazione dei compiti, obiettivi e struttura dell’eventuale missione. Kiev sostiene la necessità di una missione molto ampia, con larghi poteri per il personale armato dislocato su tutto il territorio fuori dal controllo delle autorità ucraine e specialmente lungo il confine con la Russia. Gli obiettivi di questa missione guidata dall’OSCE dovrebbero essere quelli di assicurare l’attuazione del cessate il fuoco, garantire l’impermeabilità della parte del confine con la Russia fuori dal controllo di Kiev, preparare il terreno per future elezioni locali e garantire un pacifico passaggio di potere dopo di esse. Per Poroshenko e la sua amministrazione questa missione dovrebbe essere la condizione necessaria per poter procedere con l’attuazione completa degli accordi di Minsk (salvo impedimenti di carattere politico interno) con lo scopo ultimo di riportare, seppur con una forte autonomia, i territori del Donbass sotto la giurisdizione di Kiev.

Il Cremlino però rimane piuttosto diffidente rispetto a questa proposta. Per adesso Vladimir Putin ha parlato solo di un eventuale ampliamento, da concordare tra l’altro con i rappresentanti di Donetsk e Lugansk, dell’attuale Missione di Monitoraggio Speciale OSCE che opera prevalentemente lungo la linea di demarcazione. In altre parole, Mosca sostiene l’utilità di una revisione dell’attuale missione, magari con l’ampliamento delle sue capacità di “autodifesa”, ma senza ritoccare in maniera sistematica il suo ruolo secondario nel conflitto. Si vocifera, inoltre, che una delle condizioni poste dal Cremlino sarebbe quella della presenza di un massiccio contingente russo, evidentemente inaccettabile per Poroshenko.

Il tentennamento di Bruxelles

Mentre a Kiev la discussione in materia sembra accesa, segnali piuttosto cauti arrivano da Bruxelles e dintorni. Sebbene disposti a sostenere l’ampliamento della missione OSCE, da Berlino e Parigi hanno fatto capire che la discussione in materia appare molto problematica. Il vice direttore dell’attuale missione OSCE in Ucraina, Alexander Hug, ha fatto notare, ad esempio, come l’attuale presenza degli osservatori sia stata da poco rinnovata per un altro anno e come “ogni modifica a questo mandato debba essere confermata da parte di tutti i 57 stati membri dell’organizzazione”.

Per una missione di peacekeeping con pieni poteri sarebbe auspicabile, inoltre, il consenso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove non dovrebbe essere così facile trovare un accordo. Si è affrettato a ribadire che non bisogna attendersi notizie nel breve termine anche il Segretario Generale dell’OSCE, Lamberto Zannier, sottolineando come per ora si tratti solo di una discussione generale tra i membri. In una recente intervista il diplomatico italiano non ha mancato di sottolineare, inoltre, come l’attuale missione di osservazione in Ucraina si avvicini già in pratica ad una vera e propria missione di peacekeeping.

Assenza di know-how

Altro ostacolo al possibile potenziamento della missione OSCE auspicato da Kiev è rappresentato da problematiche di carattere tecnico. Pur essendosi dotata, secondo la “Dichiarazione finale” (sezione III) del summit di Helsinki del 1992, di strumenti necessari per svolgere missioni di peacekeeping, l’Organizzazione non l’ha mai effettivamente messi in pratica autonomamente. Il tipo di processo decisionale, che richiede il consenso di tutti i membri, e il carattere piuttosto vago della stessa “Dichiarazione finale” e della successiva “Carta per la Sicurezza Europea” (paragrafo 46) del 1999, hanno limitato le capacità di reazione autonoma dell’Organizzazione. Di fatti, durante gli ultimi venticinque anni l’OSCE ha avuto sì un ruolo importante nella risoluzione di diversi conflitti regionali, ma sempre come spalla nelle operazioni di peacekeeping di altre organizzazioni internazionali (ad esempio in Bosnia sotto guida NATO e in Transnistria sotto coordinamento della Joint Control Commission a guida russa).

Non dovrebbe sorprendere che l’entusiasmo mostrato da Poroshenko dopo il recente incontro quadrilaterale si sia andato a smorzare rapidamente. Sembra altamente improbabile che si riesca a raggiungere un accordo introno ai termini proposti da Kiev anche perché, oltre all’opposizione di Mosca, un massiccio coinvolgimento dell’OSCE in un conflitto così politicizzato rischierebbe di trasformare i principali attori europei come Francia e Germania in una delle parti del conflitto, responsabilità che a Berlino e Parigi non sembrano disposti ad assumersi.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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