SIRIA: Gli alawiti scaricano Assad. “Non associateci ai crimini del regime”

All’inizio di aprile la BBC ha pubblicato un documento molto interessante. Proviene dalla comunità alawita siriana, che rappresenta il fulcro del potere della famiglia Assad fin dai primi anni ’70. Il titolo – “Dichiarazione di una riforma d’identità” – e il contenuto ruotano attorno a temi dottrinali e religiosi. Ma il vero messaggio di questo documento è profondamente politico. Tra le righe emergono giudizi sul rapporto degli alawiti con il regime, sulle relazioni con l’Iran, sul futuro della Siria alla fine della guerra. Giudizi che forse possono cambiare le carte in tavola, adesso che l’intervento russo ha salvato il regime di Assad, il peso di Teheran è sempre più evidente e restano infinite incognite sui rapporti tra le diverse comunità etniche e religiose del Paese.

Tagliare il ‘cordone ombelicale’ della comunità alawita con Assad

A riprova dell’importanza tutta politica del documento, gli autori preferiscono restare anonimi. La BCC li identifica solo come “leader religiosi della comunità alawita”. E riporta alcuni loro commenti a margine. Gli alawiti, che costituiscono circa il 10% della popolazione siriana, “non dovrebbero essere associati con i crimini che il regime ha commesso”. Con il loro intervento, gli autori del testo sperano di “liberare” gli alawiti, tagliando il “cordone ombelicale” che li lega agli Assad.

Né sunniti né sciiti

Il documento rivendica per gli alawiti un terzo modello di Islam, diverso e distinto da quello sunnita e soprattutto da quello sciita. Viene esplicitamente rifiutata ogni fatwa che consideri la comunità alawita parte integrante di quella sciita o un suo ramo. Il riferimento è alla fatwa (opinione legale) pronunciata nel 1974 dall’importante chierico sciita libanese Musa al-Sadr, che assimilava gli alawiti agli sciiti duodecimani.

La portata politica di quella fatwa era di tutto rilievo: dava una solida base religiosa ad Hafez al-Assad, padre di Bashar salito al potere pochi anni prima. Su questa stessa base trova appoggio anche il rapporto con l’Iran khomeinista post 1979, che continua tuttora sotto forma di finanziamenti copiosi e aiuti militari fondamentali per tenere a galla Assad dopo 5 anni di guerra.

Un colpo all’Iran…

Dire “non siamo sciiti”, quindi, significa incrinare la relazione speciale tra Damasco e Teheran. L’Iran sta emergendo sempre più chiaramente come il maggior vincitore della guerra in Siria, dal momento che ha un controllo capillare dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane, elementi necessari per dare stabilità al Paese alla fine della guerra e, soprattutto, per legittimare il potere politico.

Infatti in molti passaggi il documento rivela quale futuro la comunità alawita vuole per la Siria. Uguaglianza, libertà e cittadinanza – sostengono – dovranno essere i principi sui quali fondare l’unità sociale della Siria. Chiedono uguali diritti per tutte le religioni, nessuna delle quali deve stare alla base della politica. Sostengono che la legittimità del potere politico non debba dipendere da altro che dai criteri di democrazia e diritti fondamentali.

…e un colpo ad Assad

Precauzione d’obbligo: resta da vedere quanto è condiviso il documento dalla comunità alawita, e quindi che effetti potrà avere in concreto. Di certo è un chiaro messaggio a chi immagina di smembrare la Siria o, per tenerla unita, di farne uno Stato confessionale sul modello del Libano. Con un po’ di malizia si può anche leggere questa mossa come un tentativo di restare al potere anche senza Assad, tendendo una mano alle altre fazioni religiose.

In ogni caso, il documento scardina dalla fondamenta il gioco di Assad, e questo è senz’altro l’aspetto più importante. Perché è Assad che ha fatto di tutto fin dal 2011 per trasformare le rivolte di piazza in uno scontro settario. È Assad che ha liberato decine e decine di islamisti (sunniti) e membri di al-Qaeda dalle sue prigioni per far deragliare la rivoluzione e spaccare il Paese, stringendo a sé le minoranze. È Assad che, in questo modo, ha cercato di presentarsi come baluardo contro il terrorismo e recuperare credito a livello internazionale. Adesso il suo giocattolo è rotto. L’ha rotto la sua stessa base di potere. Non è detto che basti. Di certo è un inizio.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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