CALCIO: L’appello di al-Sisi agli ultrà egiziani, a quattro anni da Port Said

Il mese di febbraio tra tutti è crudele, almeno per quanto riguarda il calcio egiziano. Un mese che negli ultimi quattro anni è stato continuo crocevia della disfida tra i gruppi ultrà militanti e il regime militare di Abd al-Fattah al-Sisi, ora apparentemente giunta a una svolta. Il presidente si è infatti rivolto al principale gruppo ultrà egiziano, gli Ultras Ahlawy, sostenitori della squadra del Cairo al-Ahly, con un messaggio di apertura, che potrebbe però rivelarsi solo di convenienza e facciata.

Da piazza Tahrir a Port Said

Il primo febbraio ricorreva il quarto anniversario della strage di Port Said, consumatasi al termine di una partita tra i padroni di casa dell’al-Masry e la superpotenza cairota dell’al-Ahly. Al fischio finale, una carica da parte della curva di casa, lasciata libera di agire dalle forze dell’ordine, travolse gli Ahlawy, intrappolandoli di fronte a un cancello chiuso e costando la vita a 74 tifosi, alcuni dei quali morti per le ferite riportate dopo aver cercato rifugio negli spogliatoi con la squadra. La strage di Port Said si consumò sotto l’egida del governo ad interim di Mohamed Hussein Tantawi, il ministro della Difesa che raccolse nelle sue mani le funzioni di presidente come capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate dopo la caduta di Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011 in seguito alle proteste della Primavera Araba.

Port Said fu, soprattutto, un atto che segnò il culmine dell’antagonismo tra ultrà militanti e regime militare in Egitto: secondo molti osservatori e secondo lo stesso gruppo Ahlawy, la polizia e i militari avrebbero fatto passare armi all’interno dello stadio, avrebbero disposto la chiusura del cancello che intrappolò i tifosi dell’al-Ahly e si sarebbero fatti da parte, permettendo la carica letale di un gruppo di violenti prezzolati. Il motivo? Una vendetta politica per il ruolo giocato dai gruppi ultrà nelle proteste di piazza Tahrir, quando gli Ahlawy – insieme ai rivali stracittadini Ultras White Knights, tifosi dello Zamalek – furono una delle grandi forze organizzative delle manifestazioni contro il regime di Mubarak, grazie all’esperienza accumulata in quattro anni di scontri allo stadio con le forze dell’ordine.

Port Said ebbe l’effetto di radicalizzare lo scontro: gli Ultras Ahlawy si strinsero intorno alle famiglie delle 74 vittime, una delle quali rimasta completamente ignota, e si impegnarono in una lunga battaglia legale perché fosse riconosciuta la responsabilità delle forze dell’ordine in quanto avvenuto nello stadio dell’al-Masry. I processi, con 73 imputati, nove dei quali facenti parte delle forze dell’ordine portarono a 21 condanne capitali (poi ridotte a 11 nel processo di appello) e alcune sentenze di detenzione. Le manifestazioni avvenute contro le decisioni del tribunale a Port Said portarono a nuovi disordini nella città, con due poliziotti e quaranta civili uccisi negli scontri alla fine del gennaio 2013.

Zamalek, l’altra riva del Cairo

Da quel primo febbraio, al netto di numerose sospensioni della lega, tutte le gare del campionato egiziano si sono disputate a porte chiuse, vista l’impossibilità per le forze dell’ordine di garantire la sicurezza. Una motivazione che è però contestata dalle organizzazioni di curva, che sospettano che lo scopo del regime sia quello di raffreddare” i gruppi ultrà, togliendo loro occasioni di incontro e mobilitazione. Nel febbraio – di nuovo febbraio – del 2015 viene annunciata la riapertura degli stadi. La prima gara è una partita dello Zamalek, l’altra squadra del Cairo, acerrima rivale in un derby sempre torrido in cui l’al-Ahly negli ultimi anni ha però trovato, a tratti, un’insospettabile compagna di lotta.

Anche i supporter dello Zamalek vivono un periodo non facile, con un rapporto difficile con il proprietario del club Mortada Mansour, uomo vicino al regime militare scampato nell’agosto 2014 a un attentato di cui ha accusato gli Ultras White Knights. Ora Mansour è un parlamentare, e nel momento in cui ha preso servizio ha modificato le parole del giuramento ufficiale, dichiarando di prestare rispetto solo ad alcuni articoli della Costituzione e non all’intero testo, che contiene un preambolo in onore della rivolta popolare del 2011.

L’8 febbraio 2015 si dovrebbe giocare dunque la prima gara del campionato egiziano con un pubblico: allo stadio della Difesa Aerea lo Zamalek affronta l’ENPPI. La sicurezza però non è garantita: anzi, diecimila tifosi vengono condotti attraverso una gabbia di metallo e, al crescere del loro numero, vengono sparati dei lacrimogeni verso di loro, causando la fuga nel panico dei supporter e la morte di venti di loro per soffocamento o lesioni.

L’appello di al-Sisi

Questo febbraio non è iniziato nel modo più tranquillo per il calcio egiziano: un’amichevole di preparazione della nazionale guidata da Héctor Cúper contro la Libia allo stadio di Aswan è stata sospesa per un quarto d’ora, con l’evacuazione di giocatori e ufficiali di gara, al 24′, apparentemente per l’uso di lacrimogeni intorno allo stadio, anche se la motivazione ufficiale non è al momento ancora stata chiarita. Un momento di tensione che si affaccia a pochi giorni dal derby del Cairo tra al-Ahly e Zamalek, previsto per il 9 febbraio e che si disputerà allo stadio Borg el-Arab ad Alessandria e non nella capitale: una decisione contestata dal presidente dello Zamalek Mortada Mansour, che ha dichiarato che chiederà di giocare la gara di ritorno “in Libia, Yemen o Siria”. L’allenatore tedesco Felix Magath, inoltre, negli scorsi giorni ha rifiutato la panchina dell’al-Ahly per preoccupazioni relative alla situazione politica del paese.

Nel frattempo, il quarto anniversario della strage di Port Said ha portato con sé il solito strascico di polemiche. Il presidente dell’al-Ahly Mahmoud Taher ha stigmatizzato i cori contro il regime e contro il ruolo di Mohamed Hussein Tantawi durante la commemorazione della strage allo stadio Mokhtar el-Tetsh, attraverso un comunicato che recita: “Rigettiamo le dichiarazioni offensive fatte dai fan nei confronti di qualsiasi delle istituzioni statali, che godono del pieno rispetto da parte della dirigenza e dei fan dell’al-Ahly”. Taher ha inoltre dichiarato che i fan sono banditi dall’assistere agli allenamenti della squadra. In un editoriale sul sito KingFut, Youssef el-Hadidy si è espresso così nei confronti del presidente del club: “La storia ti ricorderà sempre come il presidente che voleva arrestare i tifosi, qualcuno che ha gettato al vento uno dei principi fondanti del club: l’al-Ahly è di proprietà delle persone che hanno fondato il club, e coloro che hanno fondato l’al-Ahly sono i fan“.

Altre polemiche sono invece arrivate dagli Ultras Green Eagles, il gruppo ultrà dell’al-Masry, che ha vissuto le sentenze legate a Port Said come un accanimento politico e che accusa il governo di aver trattato ingiustamente Port Said, “uccidendo i figli della città”. La dirigenza dell’al-Masry ha voluto dissociarsi dalle parole degli UGE, chiedendo ai suoi tifosi, con una dichiarazione ufficiale sul proprio sito, di non partecipare alle dimostrazioni annunciate dal gruppo ultrà.

Quello che ha lasciato più perplessi, invece, è stata la reazione del presidente al-Sisi, che ha lanciato un appello agli Ultras Ahlawy attraverso una telefonata fatta al popolare programma televisivo al-Qahera al-Youm: “Chiedo agli Ultras di scegliere dieci dei loro membri di cui hanno fiducia perché facciano parte di un comitato che indaghi tutti i dettagli relativi a questo caso [di Port Said, NdA] e determinino cosa si può fare di più”, ha detto il presidente golpista, affermando “È un nostro problema il fatto di non essere in grado di comunicare in maniera adeguata con questi giovani indignati. Siamo noi quelli che non riescono a trovare un terreno comune. Sto facendo molti sforzi relativamente a questo e sono cosciente che ci vorrà del tempo. Il bilanciamento tra misure di sicurezza e diritti umani è un tema sensibile e delicato, che necessiterà di molti sforzi”.

L’appello di al-Sisi, sottolinea l’esperto di calcio e politica mediorientale James Dorsey, non faceva riferimento né al livello di accesso garantito a tale comitato né a quali sarebbero state le regole operative dello stesso. Non c’è stata alcuna risposta da parte degli ultrà fino a questo momento, ed è probabile che la proposta non verrà accettata fino a quando non ci saranno delle garanzie di una commissione pienamente indipendente e con pieno accesso a tutte le fonti. Secondo Dorsey, gli ultrà potrebbero inoltre sfruttare questa inattesa apertura per chiedere la riapertura degli stadi al pubblico. A motivare al-Sisi, sempre secondo Dorsey, sarebbe la necessità di richiudere le divergenze tra il governo egiziano e i suoi principali investitori, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dissociatisi negli ultimi tempi dalla repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani. La Fratellanza Musulmana riscuote un discreto consenso all’interno della curva dell’al-Ahly, che non ha mai interrotto le sue proteste per il colpo di stato contro Mohammed Morsi che ha portato al-Sisi al potere e per le conseguenti misure repressive attuate dal regime militare.

Foto: Mohamed Azazy (Flickr)

Chi è Damiano Benzoni

Giornalista pubblicista, è caporedattore della pagina sportiva di East Journal. Gestisce Dinamo Babel, blog su temi di sport e politica, e partecipa al progetto di informazione sportiva Collettivo Zaire74. Ha collaborato con Il Giorno, Avvenire, Kosovo 2.0, When Saturday Comes, Radio 24, Radio Flash Torino e Futbolgrad. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla democratizzazione romena, ha studiato tra Milano, Roma e Bucarest. Nato nel 1985 in provincia di Como, dove risiede, parla inglese e romeno. Ex rugbista.

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