Attila di Verdi: le seduzioni del “barbaro” e il fascino della storia

L’Attila di Giuseppe Verdi nasce nel corso dei cosiddetti “anni di galera” (1842-1850), quel periodo di vero e proprio tour de force operistico in cui Verdi compose numerose opere per assicurarsi il primato commerciale e artistico dopo il successo travolgente di Nabucco ed Ernani. Il compositore si era specializzato in una tipologia di opera caratterizzata da una forte componente patriottica e, allo stesso tempo, nell’Ernani, aveva aggiornato con successo l’opera donizettiana a personaggi puntando sulla velocità dell’azione e su forti contrasti psicologici.

I grandi modelli del Romanticismo

Il compositore emiliano, in poco tempo, musicò opere teatrali nate dalla penna dei massimi autori del teatro europeo, da Hugo (Ernani), a Byron (I due Foscari) fino al sommo Shakespeare (Macbeth): significativa l’assenza di modelli italiani, segno drammatico dell’assenza di un teatro tragico italiano paragonabile a quello delle altre lingue di cultura europee. Con Giovanna d’Arco, tratta da Schiller, Verdi entra in contatto per la prima volta con il grande teatro tedesco. Nel 1846, per inaugurare la stagione teatrale della Fenice, Verdi scelse con entusiasmo un altro dramma tedesco, questa volta decisamente “barbarico” e brutale: Attila re degli Unni di Werner (1808). Questo autore, oggi quasi sconosciuto, era considerato da Madame de Stael, la fonte grazie a cui Verdi ha potuto conoscere la tragedia in francese, il più grande autore tragico tedesco dell’epoca dopo Schiller e Goethe.

Un soprano androgino e un barbaro “cortese”

Il libretto di Attila è affidato allo sperimentato Temistocle Solera, autore di Nabucco, professionista nella confezione di melodrammi patriottici, che ristruttura drasticamente il dramma tedesco. Odabella, la protagonista, è una donna guerriera latina che, in preda a un ossessivo furor guerriero, diviene razionale artefice sia della sua vendetta personale che del riscatto nazionale su modello della Giuditta biblica. Attila, al polo opposto, è un nobile e crudele barbaro innamorato della ragazza latina, condottiero pieno di dignità e rispettoso di un proprio codice d’onore. Se la figura di Foresto, promesso sposo di Odabella, è convenzionale e sostanzialmente voce delle istanze risorgimentali, l’altro personaggio che presenta interessanti risvolti, è il generale Ezio, anch’esso, come Attila, personaggio realmente esistito: l’”ultimo romano” è in realtà un doppiogiochista, che tenta dapprima di accordarsi con Attila per poi sostenerne l’eliminazione e il riscatto nazionale. Una figura complessa e sfaccettata, dunque, in un’opera dove un vero personaggio positivo non esiste. La lettura verdiana del dramma di Werner è dunque tutta umana e “storica”.

Un’opera mal riuscita o un laboratorio per il futuro?

Sicuramente Attila non è un capolavoro. La musica di Verdi è quella tipica degli “anni di galera”: rude, energica, bandistica e teatrale ma non raggiunge, se non in pochi momenti, vette memorabili. I cronisti dell’epoca notarono un uso insistito di tempi veloci, di figure ritmiche elementari e di accordi a chitarra tanto da coniare un terribile neologismo: cabalettismo: in effetti la partitura è disseminata di queste improvvise impennate ritmiche che spazzano via il belcanto melodico della generazione di Bellini e Donizetti.

Attila nasce sotto le migliori intenzioni artistiche: la fantasia di Verdi si mostra attratta dalla grandezza della storia e dalla non convenzionalità di alcune situazioni. Se la vicenda amorosa tra Foresto e Odabella è a mala pena accennata in un duetto rapido e scritto quasi con non curanza, sappiamo dalla corrispondenza del compositore quanto gli stesse a cuore la scena che chiude il prologo. Una terribile tempesta flagella la laguna veneta e, alla fine del temporale, un gruppo di eremiti esulta per il ritorno del sole in quello che è un piccolo, rudimentale poema sinfonico con voci. Subito dopo, l’arrivo dei profughi di Aquileia e l’aria “risorgimentale” di Foresto, pur nella sua marziale convenzionalità, descrive un momento storico importante come la fondazione di Venezia! Possiamo solo immaginare l’entusiasmo del pubblico della Fenice, in una città che due anni dopo si sarebbe sollevata contro il dominio austriaco. Ancora più significativo è il duetto tra Ezio ed Attila: la storia vera entra nella finzione operistica e nel duetto vengono discusse questioni politiche e piani segreti tra due voci maschili gravi. Un filone sotterraneo della produzione verdiana che porterà, negli anni della maturità, alla descrizione di vicende storiche complesse come quella di Simon Boccanegra, opera di intrigo politico e ragione di stato tra gravi voci di basso.

Chi è Federico Donatiello

Sono nato a Padova nel 1986, città in cui mi sono laureato in Letteratura medievale. Sono dottore di ricerca sempre a Padova con una tesi di storia della lingua e della letteratura romena. Attualmente sono assegnista di ricerca a Padova e docente di letteratura romena a "Ca' Foscari" a Venezia. Mi occupo anche di traduzioni letterarie e di storia dell'opera italiana.

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