Se l'Europa parla all'Europa e si spiega i nazionalismi

di Gabriele Merlini

Qualsiasi individuo sia stato partorito prima del millenovecentonovantatré nella fetta di terra comprendente l’attuale Boemia, la Moravia, più le regioni di Trnava, Trenčín, Nitra, Žilina, Banská Bystrica, Prešov e Košice, tendenzialmente può affermare di essere nato in Cecoslovacchia dunque di essere cecoslovacco.

Tuttavia, al netto della non particolare brillantezza della constatazione, per Martin Šimečka (venuto al mondo nel cinquantasette a Bratislava, quindi cecoslovacco fatto e rifinito) risulta migliore la definizione di ceco-slovacco. Potere del trattino e spiegazione quantomai semplice: buona parte dei propri scritti e studi Šimečka li ha dedicati alle nature nazionali e le dinamiche che hanno accompagnato, nel ventennio appena trascorso, la genesi, la crescita e lo sviluppo di Repubblica Ceca e Slovacchia come stati autonomi e indipendenti, nonché i rispettivi ruoli all’interno della appartenenza continentale riconquistata (il fatto che Šimečka sia di padre ceco e madre slovacca mette tutti al riparo da eventuali accuse di eccessivo trasporto per l’argomento o scarsa conoscenza dei fatti.)

Consequenziali due ulteriori righe di bio un filo più approfondita: Martin Šimečka di mestiere fa il giornalista e lo scrittore (visto che siamo in vena di trattini potremo definirlo senza eccessivi problemi un «giornalista-scrittore») e nel curriculum può vantare ruoli di spicco in quotidiani sia cechi che slovacchi. È stato attivista del movimento Verejnosť proti násiliu -ossia il corrispondente slovacco del Forum Civico di Havel che contribuì ad abbattere il regime in Cecoslovacchia- più in numerose altre associazioni. Ha scritto un libro e dichiarato che per la Slovacchia sarebbe stato più importante il 1998 del 1989. E proprio la competenza unita alla praticità con la quale Šimečka tratta simili tematiche la ragione che ha determinato la sua presenza nel ciclo di conferenze Europe talks to Europe organizzato dalla rivista Eurozine in numerose città dell’Europa centrale (questo il link con tutti gli incontri) nel biennio duemilanove-duemilaundici.

Menzione particolare alla riflessione conclusiva (sta qui) nella quale Šimečka illustra quanto il primo sentore di un collasso della ex Cecoslovacchia lui l’abbia avuto parallelamente alla emersione di svariati fenomeni nazionalistici o decise spinte slovacche in quella direzione; adesso una simile percezione la avrebbe nei confronti dell’Europa intesa come Unione Europea. Parimenti al comunismo -dice Šimečka- alla base dei problemi dell’Ue ci sarebbe il fallimento di una idea. «Europe used to be united by its past, its motto never again. Now it is united by the fear of the future: of migrants and financial collapse. As an artificial political union, Europe is inherently harder to defend than the nation: the alternative, as the fate of Czechoslovakia showed, is re-nationalization.»

Punti di vista e due sole domande: ma la scissione cecoslovacca fu la via più saggia da percorrere o l’esemplificazione di un fallimento? Inoltre, l’alternativa della ri-nazionalizzazione Ue è sinonimo di cura per l’Ue o (come da dizionario) solo «una possibilità di scelta tra più soluzioni?»
Europe talks to Europe si è concluso ma certi dibattiti continueranno un bel po’.

Ps 1. Altro Šimečka su Eurozine, intervistato qualche tempo fa per la European Stability Initiative, su Eurotopics, Salon e Press Europ.

Ps 2. Il disegnino di Šimečka riportato in questo pezzo viene dal magazine ceco Respekt per il quale Šimečka è stato a lungo editor in chief.

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