SIRIA: Benedette bombe. Perché l’intervento della Russia può fallire

di Lorenzo Marinone e Simone Zoppellaro

Sarà un nuovo Afghanistan? La Russia ha davvero fatto il passo più lungo della gamba con l’intervento in Siria? È ancora presto per dirlo, ma i segnali non sono certo incoraggianti. Una cosa è sicura: Putin vince (o resta a galla) se riesce a sistemare il dossier siriano nel giro di pochi mesi.

Le tante fragilità della Russia

Primo, la guerra costa. Sulla scrivania di Putin troneggiano minacciosi i dati sulla pessima condizione economica del paese. È la peggior contrazione dalla crisi del 2009, un crollo verticale di almeno il 4% del Pil. Colpa del prezzo di petrolio e gas che resta basso e non crescerà nel breve periodo. Colpa delle sanzioni che accompagnano da mesi l’avventura russa in Ucraina. Mentre il rublo traballa l’inflazione schizza al 12%. Nell’insieme è un quadro a tinte fosche che può far crescere il malumore interno.

Per non ripetere gli errori di Andropov nella “tomba degli imperi” – e per allontanare il rischio di over-stretching militare – Mosca sta bombardando col freno a mano tirato. In media una ventina di sortite al giorno, esattamente come la coalizione internazionale. Le guerre degli ultimi decenni avevano altri numeri (la Nato in Serbia ne faceva più di 400, contro Saddam nel ’91 oltre 2500 al giorno) e duravano pochi mesi. In Siria i tempi si potrebbero allungare.

Specie se i ribelli ricevono qualche aiuto in più dagli sponsor regionali. L’Arabia Saudita fa sapere che invierà armi anti-aereo ai ribelli del sud. Quelli del nord presi di mira dai russi in queste settimane hanno creato un unico comando congiunto. Se Turchia e Qatar decidono di sostenerli non basterà certo l’aviazione per cacciarli da Hama, Idlib e Aleppo. I successi siriani di Putin, a questo punto, dipendono da come andranno le offensive di terra. Le prime sono state disastrose. Senza un serio rinforzo dall’Iran si mette davvero male per Mosca.

L’incognita di Teheran

Ma anche con Teheran, non sono sole rose e fiori. L’accordo sul nucleare raggiunto a Vienna proietta l’Iran ad assumere un ruolo di protagonista inedito sullo scenario internazionale. Cosa che, volenti o nolenti, lo mette in competizione con le altre potenze della regione, Russia inclusa. Tensioni che già si vedono emergere, ad esempio, nel Caucaso del Sud, dove Mosca si oppone alla costruzione delle infrastrutture necessarie a una nuova penetrazione economica e politica di Teheran.

Ma anche per quanto riguarda la Siria – dove la posta in gioco è più alta – siamo sicuri che la Repubblica islamica sia disposta a fare il “lavoro sporco” che la Russia si rifiuta di fare, concedendo una voce in capitolo da pari a pari sul futuro della Siria? La recente morte del generale Hamedani – figura di primo piano dell’establishment militare iraniano – è solo l’ultimo episodio di una guerra che ha avuto per Teheran un costo non certo paragonabile all’impegno attuale della Russia. Dato anche il magro bottino all’orizzonte – una Siria divisa in zone d’influenza, come pare profilarsi negli ultimi tempi – non è affatto detto che ci sia lo spazio per la Russia per una via d’uscita onorevole, senza entrare in conflitto con Teheran. E senza l’Iran, la “Santa Allenza” caldeggiata da Mosca non è davvero possibile.

Gli USA e il fattore tempo

Ancor più complicato, infine, il rapporto con gli USA. Realisticamente, è inimmaginabile per Mosca chiudere il cerchio con nuovi negoziati di pace senza il loro sostegno. Se per ora Washington resta a guardare, ciò non significa che abbia gettato la spugna e che sia disposta a darla vinta a Putin. Tutt’altro. Si tratta innanzitutto – come dicevamo – di una questione di tempistica. Se Mosca ha bisogno di concludere al più presto, il tempo gioca tutto a favore degli Stati Uniti. Cosa chiarissima allo stesso Obama, che ha dichiarato a inizio ottobre che “ogni tentativo da parte della Russia e dell’Iran di sostenere Assad e tentar di pacificare la popolazione non farà che bloccarli in un pantano”.

Dunque, nessuna nuova Guerra Fredda in vista, e anzi è la Russia che rischia davvero grosso in Siria. Non basta certo un colpo di mano condito con un po’ di propaganda per cambiare le carte in tavola: troppo il divario economico, militare e di soft power fra le due potenze, a maggior ragione in questo momento. Troppe, infine, le incognite di questo conflitto, anche per quel che riguarda gli alleati di Mosca. La partita in Siria è ancora apertissima, e gli USA hanno il coltello dalla parte del manico. E l’arma decisiva è il tempo.

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Foto di A. Khlebin: benedizione di un jet militare effettuata il 15 agosto 2015 in occasione della giornata dell’aviazione militare a Morozovsk, in Russia.

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2 commenti

  1. La lettura della situazione mi sembra un pò affrettata se non distorta: le sortite sono circa una sessantina nell’arco delle 24 ore (cioè il triplo di quelle da voi dichiarate) e non possono essere comparate a quelle fatte nella Guerra del Golfo o nel Kossovo quando gli assetti disponibili erano decine di volte superiori a quelli russi presenti sul campo. L’esercito siriano è in ripresa, se non altro dal punto di vista del morale, che invece comincia a flettere nelle formazioni ribelli (specialmente quelle meno ideologizzate). In Iraq il coordinamento con gli iraniani e i padroni di casa sembra dare positivi risultati (vds. bombardamento sul convoglio del califfo, anche se non è stato ucciso le perdite sarebbero considerevoli). Il fattore Cina non è stato nemmeno menzionato (e dovrebbe essere noto che una parte della lista delle spese di guerra sarebbe a carico di Pechino). Il fatto di fornire più armi e più moderne ai ribelli da parte degli stati del Golfo potrebbe rivelarsi un boomerang, datosi che sono impegnati in Yemen contro una guerriglia che gli dà abbondante filo da torcere e che potrebbe essere rifornita di veri sistemi antiaerei (russi naturalmente) che metterebbero fine alla supremazia dei cieli dei sauditi. La vera forza della Russia, che non viene percepita in occidente è il fatto di poter ribattere colpo su colpo a chi mette in pericolo i suoi interessi perchè anche noi democratici occidentali abbiamo molti interessi da curare e molti nemici che non concordano con il nostro modo di vivere e di sfruttare gli altri; oltretutto sarebbe curioso vedere l’Europa e le sue smidollate e recalcitranti opinioni pubbliche che hanno fatto della pace e dell’abolizione dell’uso della forza anche per gli interessi più evidenti (Immigrazione illegsle) volere rischiare grosse perdite umane per Damasco o per Al Nusra…. Pertanto direi di aspettare ancora qualche settimana e vedere gli sviluppi sul terreno, specialmente se Assad riuscirà a riconquistare almeno una parte dello Stato, quella più legata al dittatore, ed infliggere perdite consistenti alle fazioni “moderate” che si vedrebbero costrette ad accettare le proposte di spartizione etnica della Siria che dovrebbe essere l’obbiettivo più semplice e fattibile come sicuramente immaginato dal pragmatico Putin.
    Cordiali saluti.

  2. Lo censurerete di nuovo?:

    I cosiddetti “ribelli moderati” che combattono contro Assad (quindi contro la Siria, visto che l’attuale Governo è stato votato legittimamente più volte dalla stragande maggioranza del popolo siriano) non sono tutti siriani ma in massima parte sono forze esterne al paese, create e foraggiate dai soliti noti (i servizi USA-francesi-israeliani) e che sono della stessa pasta dell’Isis (creata e foraggiata sempre dai soliti noti per far cadere i governi legittimi del medioriente non asserviti ad USA ed israele.
    I profughi siriani non fuggono da Assad bensì dai bombardamenti scellerati dell’Isis e dei “ribelli moderati”, contro i quali la Russia (oggi unica difesa del vero occidente) sta dando prova di combattere seriamente e coerentemente, a differenza della coalizione internazionale che fino ad adesso ha bombardato soltanto le inermi popolazioni civili. Vedi Libia, Irak, Afghanistan ecc. – See more at: http://nena-news.it/siria-usa-e-russia-unite-su-una-cosa-le-opposizioni-moderate-hanno-perso/#comment-3559

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