MOTOCICLISMO: Behnaz Shafiei, la motociclista iraniana che sfida le convenzioni

Una Suzuki 250 cc gialla sfreccia su strade sterrate e percorsi battuti, tra le montagne che sovrastano Teheran. La gente fa il tifo, entusiasta. Ma quelle stesse persone rimangono poi stupite quando, tolto il casco, scoprono che il motociclista è una donnaBehnaz Shafiei è una 26enne iraniana che da 15 anni porta avanti una scelta coraggiosa: guidare la moto in pubblico nel suo paese. Shafiei è una delle poche donne iraniane ad aver ottenuto dei permessi per allenarsi nei circuiti fuori strada e la sola ed unica ad aver partecipato a gare professionistiche.

Le donne hanno il veto di guidare motociclette in pubblico: addirittura non vengono rilasciate loro le apposite patenti. Fortunatamente le cose stanno iniziando ad evolversi: un’emittente nazionale ha fotografato e intervistato Shafiei, alimentando la speranza che prima o poi la motociclista possa gareggiare nel suo paese. Infatti, come spiega la giovane, nonostante venga invitata in Europa o negli Stati Uniti, non ha abbastanza fondi per affrontare viaggio per la mancanza di sponsor.

Shafiei racconta come la sua passione per le moto sia nata all’età di 15 anni durante una vacanza con la famiglia all’interno del paese. «Ho visto questa giovane donna in un villaggio viaggiare in moto. Mi son detta: “Questo è quello che voglio fare, voglio guidare anch’io una motocicletta”. Ho imparato come stare in sella per la prima volta proprio durante il mio soggiorno là». Supportata dalla famiglia, soprattutto dalla madre, Shafiei spese i suoi risparmi per comprare la sua prima moto. Qualche anno dopo, dopo aver preso lezioni da un gruppo di motociclisti provenienti dalla sua regione, si comprò un veicolo da motocross.

A Shafiei non è permesso di allenarsi in circuiti officiali, una situazione che la costringe a guidare in percorsi clandestini, senza nessuna assistenza medica. «Non abbiamo neanche una singola ambulanza nell’impianto. Se qualcuno si facesse male, potrebbe anche peggiorare nel tragitto verso l’ospedale». La giovane ha avuto opportunità di allenarsi all’estero in paesi meno restrittivi sull’argomento, come gli Emirati Arabi, ma la sua intenzione è di rimanere in Iran: «Vorrei far sapere al mondo che anche le donne iraniane possono praticare questo sport».

Nonostante le donne guidino la macchina da decenni, dopo la Rivoluzione Islamica è stato vietato loro di andare in moto o addirittura in bicicletta. Le cose stanno lentamente cambiando: sempre più donne sfidano il veto delle biciclette e alcune di loro si cimentano sui pattini. Alcune case motociclistiche organizzano già da qualche anno corsi riservati solo alle donne, con notevole successo. Nel 2002 Faezeh Hashemi, figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjan, lanciò un appello per permettere alle donne di salire in sella, senza però ottenere risultati concreti.

Non solo praticare sport risulta problematico per le donne in Iran, ma anche assistere a eventi sportivi: durante la partita della nazionale maschile di pallavolo contro gli Stati Uniti, il 19 giugno 2015, alle donne è stato proibito l’ingresso, nonostante avessero già acquistato il biglietto. Le motivazioni sono state diverse, tra cui i cori da stadio a sfondo sessuale e i vestiti succinti degli atleti. Quando nel 1997 la nazionale di calcio iraniana si qualificò alla Coppa del Mondo di calcio per la prima volta dopo vent’anni, diverse donne uscirono in strada, alcune addirittura levandosi l’hijab, per festeggiare. Tre giorni più tardi, in occasione della celebrazione ufficiale della qualificazione presso lo stadio Azadi di Teheran, cinquemila donne si accalcarono ai cancelli dello stadio, rivendicando il diritto di festeggiare un successo nazionale («Siamo anche noi parte di questa nazione, e abbiamo il diritto di festeggiare! Non siamo formiche!») e caricando i blocchi di polizia per farsi strada verso le gradinate, a loro proibite dal 1979.

Quella di Shafiei è una vera passione: «Non riesco a passare due giorni senza salire in sella. Anche solo il pensiero mi fa sentire male! – afferma la motociclista – A volte mi chiedo come abbia fatto la gente in passato a vivere senza una moto. È possibile?». Inoltre aggiunge: «La motoclicletta è il mio amore. Mi ha cambiato la vita in meglio. Se non corro, sto male. È un modo per sentirmi libera».

Foto: @behnaz_shafiei via Instagram

Chi è Giulia Pracucci

Classe 1991, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale con una tesi sulla carriera degli interpreti dei dittatori. Dopo aver passato un inverno in Lettonia e una primavera in Germania, si stabilisce a Budapest dove vive e lavora da quasi tre anni.

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