LIBANO: ‘You Stink’, la protesta che infiamma Beirut

Un morto e centinaia di feriti. Questo il tragico bilancio delle proteste che hanno infiammato nel weekend la capitale libanese, Beirut. Lacrimogeni e idranti sono stati utilizzati dalla polizia per disperdere i manifestanti dopo che una parte di loro ha fatto ricorso alla violenza. L’esercito e i mezzi corazzati sono stati dispiegati per riportare l’ordine, e attorno alla sede del governo è stato eretta una barriera di protezione. Il momento più alto di tensione si è avuto domenica, quando il centro della città è stato teatro di scontri durissimi.

All’origine di tutto, il mancato smaltimento di rifiuti nella capitale e nelle zone limitrofe. Nonostante le proteste dei residenti, il governo e le autorità locali si sono dimostrate incapaci per settimane di far fronte al problema, emerso già alla metà di luglio. Il malcontento ha finito così per investire la classe dirigente del paese, accusata di corruzione e inefficienze. La protesta porta il nome di ‘You Stink’ (letteralmente: “Voi puzzate”), dove il malodore non è solo quello dei rifiuti non smaltiti, ma anche e soprattutto quello di una politica incapace di far fronte ai bisogni più elementari dei cittadini.

In un crescendo di tensione, fra sabato e domenica Beirut ha conosciuto proteste come non se vedevano da anni. Sotto accusa lo stallo politico prodotto da un sistema consociativo fatto di precari equilibri basati sull’origine religiosa dei suoi cittadini. Un sistema che, nonostante una guerra civile che ha insanguinato il paese fra il 1975 e il 1990, mantiene ancora inalterato il suo impianto generale. Dietro la questione identitaria, un sistema di corruzione capillare che erode dall’interno lo stato libanese, rendendolo di fatto impotente. Ma anche gli interessi di alcune delle potenze della regione, Iran e Arabia Saudita in testa, che hanno un peso determinante sulle scelte di alcuni partiti.

E così è esplosa, spontanea e improvvisa, la rabbia dei cittadini di Beirut. La Croce Rossa libanese riferisce di aver prestato soccorso domenica a più di 400 persone, mentre il ministero dell’interno ha parlato di 99 feriti fra le forze di sicurezza e 61 fra i civili. Vetrine in pezzi, semafori distrutti, alberi abbattuti e in fiamme. Simboli di un Libano che sta vivendo un periodo complesso e pericoloso, da molti punti di vista. Da 15 mesi il paese è senza presidente della repubblica, per l’incapacità da parte dei partiti di giungere a un compromesso. Il mandato del parlamento è stato esteso fino al 2017 per ragioni di sicurezza, e le elezioni sono state rimandate ben due volte. L’ultima volta in cui si è votato in Libano risale al lontano 2009. Uno stallo che si è esteso di recente anche sulla scelta del capo di stato maggiore dell’esercito. Una crisi a cui il governo di unità nazionale presieduto da Tammam Salam sembra aver poco da opporre. Ammesso che lo voglia davvero.

Ha fatto scandalo un filmato che ritrae il ministro dell’interno Nohad Machnouk darsi alle danze e ai bagordi in Grecia mentre Beirut era in fiamme per la protesta. In un paese dove la luce e l’acqua vengono tagliate di continuo e la corruzione è la norma, i veri centri del potere restano al di fuori dalle mani dello stato. Ammesso che sia mai esistito, da queste parti, uno stato degno di questo nome. La guerra in Siria, inoltre, non fa che esacerbare le divisioni fra partiti e fazioni, impedendo che si trovino soluzioni da un punto di vista istituzionale. Se a tutto ciò si aggiunge il dramma di oltre un milione di rifugiati riversatisi in un paese grosso più o meno come l’Abruzzo, si avrà un quadro più completo del dramma in corso.

Eppure, queste proteste di Beirut hanno dato anche qualche segnale positivo. Innanzitutto, proprio il loro carattere antisettario, capace di riunire sotto la bandiera libanese cristiani e musulmani senza distinzioni. In un paese dove l’identità nazionale è spesso subordinata a quella religiosa o di clan, non è una cosa da poco. Certo, difficile immaginare che un movimento spontaneo come questo possa vincere un sistema consolidato di interessi che vanno al di là dei confini del paese. Dietro alle violenze di questi giorni, secondo molti, ci sarebbe proprio la longa manus dei clan e dei partiti di sempre.

Sia detto una volta per tutte: niente primavera araba a Beirut, almeno per il momento. Ma un muro di silenzio e omertà è stato scalfito, e non è un segnale da poco. Alla lunga la società civile libanese – colta, cosmopolita e con una notevole tradizione – potrebbe riservarci delle sorprese.

Chi è Simone Zoppellaro

Giornalista e ricercatore. Ha trascorso sei anni lavorando fra l’Iran e l’Armenia, con frequenti viaggi e soggiorni in altri paesi dell'area. Scrive di Caucaso e di Medio Oriente (ma anche di Germania, dove vive) su varie testate, dal Manifesto, alla Stampa, fino al Giornale, e ancora sulla rivista online della Treccani. Autore del volume 'Armenia oggi', edito da Guerini e Associati nel 2016. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda.

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