Io me ne fotto delle splendide colonne di Palmira

È successo finalmente: un attimo di pietà ci ha colti di nuovo per la Siria. Non capitava da un pezzo, siamo onesti. Ma quando i miliziani dell’ISIS dopo giorni di battaglia hanno preso Palmira, un brivido è corso sulle nostre schiene, e le pagine dei giornali sono tornate a riempirsi di accorati appelli e buoni sentimenti.

Ci siamo sentiti meglio: non pensavamo di essere ancora capaci di provare compassione. Ci siamo sentiti al caldo, più umani, meno colpevoli. Ma solo per un istante, prima che affiorasse un dubbio a rovinare tutto. Perché a Palmira, più che il destino degli innumerevoli civili morti sotto i colpi d’arma da fuoco o giustiziati sommariamente, quel che ci colpisce oggi è il destino di un patrimonio artistico e culturale unico minacciato di distruzione. Pietre antiche al posto di corpi, archeologia invece che vita. Agli uomini che muoiono in quelle terre ormai siamo completamente assuefatti, e anche a quelli che per miracolo riescono a sopravvivere, tanto è vero che in Europa – patria di tutte le virtù e le libertà belle del mondo – nessuno li vuole. Ma se solo toccano un sito dell’UNESCO, allora tutto cambia, e scoppia un vero subbuglio.

Ben inteso, non è mia intenzione rifilarvi una predica. Tutt’altro, vi racconto una mia crisi che è tutta personale e interiore: ci sono passato anch’io per questa odiosa bulimia di cadaveri straziati che porta dritta all’indifferenza. Non giudico, mi interrogo e racconto quello che è successo anche a me in questi anni – perché si tratta ormai di anni di guerra, ce lo ricordiamo?

Sorge allora spontanea la domanda: che cosa è andato storto in noi? Che cosa ci impedisce di reagire al nostro torpore? Se una cosa del genere capitasse a noi non troveremmo mostruoso che mezzo mondo si voltasse dall’altra parte? Non dico certo che dovremmo diventare tutti Gandhi o Che Guevara, ma almeno avere un attimo un pensiero, santiddio, un incubo ogni tanto, un turbamento.

E invece niente. Nel pozzo senza fondo delle nostre coscienze è precipitato anche questo: la guerra in Siria. Archiviata come una cosa naturale e scontata, e dimenticata per sempre. Scuotiamoci il torpore di dosso un momento e proviamo a ragionare, prima di finire risucchiati dal coro di quanti oggi si strappano i capelli per la sorte ancora incerta delle rovine di Palmira. Chiediamocelo una buona volta: non vale di più la vita di un uomo che una pietra antica di secoli? Io ci ho riflettuto un po’, e la mia conclusione è quella che segue.

Io me ne fotto delle splendide colonne di Palmira. Che siano belle lo so bene. Ero lì a guardarle a bocca aperta, nel gennaio 2011, poco prima che scoppiasse la guerra. Una cosa da non credere: vedere una cosa così familiare per noi come una città dell’antichità in mezzo a un deserto è una cosa da mozzare il fiato. Eppure, giunti a questo punto, ne auspicherei la distruzione immediata se ciò servisse a scuotere una volta per tutte a scuotere le nostre coscienze e a fermare questa carneficina. Perché quello che abbiamo di fronte a noi è un olocausto, forse la più grande tragedia dai tempi della seconda guerra mondiale, e tutto quello che riusciamo a dire è che è ci preoccupa l’eventualità in cui un sito dell’UNESCO venga danneggiato o distrutto?

C’è qualcosa di profondamente malato in noi, ammettiamolo, nella nostra capacità di reagire solo quando ad essere a rischio sono degli oggetti inanimati, delle pietre, e non dei nostri simili. Di questo passo, potremmo arrivare dire che la vita di un uomo vale quanto una Mercedes, o forse meno, e a fissarne un prezzo una volta per tutte. Fermiamoci, vi prego, siamo alla follia. Se le cose continueranno così, presto una nazione chiamata Siria non esisterà più, e tutto il paese – non solo la bella Palmira – sarà materia per futuri archeologi.

Chi è Simone Zoppellaro

Giornalista e ricercatore. Ha trascorso sei anni lavorando fra l’Iran e l’Armenia, con frequenti viaggi e soggiorni in altri paesi dell'area. Scrive di Caucaso e di Medio Oriente (ma anche di Germania, dove vive) su varie testate, dal Manifesto, alla Stampa, fino al Giornale, e ancora sulla rivista online della Treccani. Autore del volume 'Armenia oggi', edito da Guerini e Associati nel 2016. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda.

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4 commenti

  1. Francesco Orsini

    Non mi sembra un pezzo da rivista, quanto più uno sfogo personale da social network.

  2. Caro Francesco,

    credo invece che sia uno spunto per una riflessione collettiva,
    definirlo “sfogo personale da social network” credo sia un poco superficiale…

    Cordiali saluti

    Mišo

    • Francesca Orsini

      Caro Mišo,
      tutti noi usiamo i social per sfogarci, non era certo dispregiativa la mia osservazione. Penso semplicemente che questo non sia un pezzo adatto ad EastJournal, poiché trovo si basi su emozioni personali.
      Cordiali saluti.
      Francesco

  3. roberto ruspanti

    Sono entrambe tragedie: l’olocausto degli uomini e la distruzione di ciò che gli uomini hanno di più importante: la cultura.
    Le due cose non sono in alternativa.
    Cosa possiamo fare noi singolarmente, ciascuno nei propri ruoli?
    Possiamo solo sensibilizzare chi ci sta intorno, le persone con cui lavoriamo, con cui condividiamo la nostra vita e, se possiamo, premere – se li conosciamo – su coloro che hanno un ruolo politico per poter far sentire la voce degli uomini che rigettano questa duplice barbarie. Distruggere le colonne di Palmira non è diverso dal mandare al rogo i libri della nostra civiltà, come fecero i nazisti: dietro quei libri c’erano e ci sono gli uomini, l’umanità intera.
    Diffondete la voce: fermiamoli! Fermateli! In nome dell’umanità.

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