Solidarność, una stagione eccezionale. Intervista a Fausto Bertinotti

Registro spesso una percezione reiterata quando comunico ai miei interlocutori che sto lavorando a una ricerca su Solidarność. Sento un senso di distanza, temporale e ideale, una sovrapposizione un po’ semplicistica fra il sindacato polacco e il Vaticano, la riduzione a episodio della recente storia interessante, ma non dirimente. Eppure si trattò di una stagione eccezionale, che vide un movimento nato dalla base arrivare a trattare con il regime sui diritti fondamentali dei lavoratori e dei cittadini, una rivoluzione che incontrò l’approvazione degli altri sindacati europei e, in Italia, un sostegno unanime, con impercettibili differenze, da Cgil, Cisl e Uil. Fausto Bertinotti, che tra il 1975 e il 1985 fu segretario della Cgil piemontese, mi accoglie con gentilezza e con un’unica perplessità: teme di ricordare poco di quell’epoca. Perplessità che si andrà dissolvendo molto rapidamente nel corso della nostra conversazione. Fra tutto sono interessata, in primo luogo, a capire come nacque l’appoggio incondizionato della Cgil al sindacato indipendente e autogestito polacco, che si opponeva in maniera netta al regime.

In quale contesto politico e sociale nacque il sostegno unitario di Cgil, Cisl e Uil a Solidarność?

Per capire la genesi della nostra posizione va colta la peculiarità del sindacato torinese su più lati. Il primo è il lato unitario. Non eravamo sostanzialmente distinguibili tra di noi perché eravamo il frutto di un processo unitario, non la semplice giustapposizione di tre diverse organizzazioni.

Si tenga conto che stiamo parlando del 1980 e siamo a ridosso della vertenza Fiat. Solidarność fu legalizzato il 31 agosto e a settembre iniziarono a Torino i 35 giorni di sciopero, che si conclusero con la sconfitta dei sindacati contro l’azienda, chiudendo di fatto una straordinaria stagione di lotta. Eppure, fino ad allora, malgrado qualche elemento di asperità, l’esperienza unitaria era vissuta molto intensamente, tanto che si organizzarono persino due congressi di scioglimento della Cgil territoriale piemontese, in prospettiva della costituzione di un sindacato unitario con Cisl e Uil.

Il secondo elemento è legato all’idea di partecipazione sociale e conflittuale di un sindacato autonomo, fondato sull’egualitarismo che si esprimeva attraverso i delegati e i consigli di fabbrica. Era dunque un sindacato inteso come soggetto politico non come si pensiamo oggi, cioè un sindacato istituzionale, ma come elemento portatore di una domanda di cambiamento la cui radice è la centralità operaia. E quest’ultimo è il terzo elemento che caratterizzava i sindacati piemontesi nel passaggio fra gli anni settanta e gli ottanta.

In questo contesto la nascita di Solidarność venne immediatamente accolta come una vicenda idealmente vicina oltre che come una grande promessa di rinnovamento. La Cgil piemontese non ebbe, a sua volta, esitazioni perché era caratterizzata da un’orgogliosa autonomia dal Partito comunista e da una propensione libertaria, tanto che veniva definita dagli avversari “anarco-sindacalismo”. Nei fatti la Cgil non aveva alcuna simpatia per il governo sovietico, sebbene esprimesse un riconoscimento verso alcuni tratti della sua storia.

A questo punto mi viene spontaneo chiederle qualcosa sulla sua netta reazione all’invasione sovietica di Praga nell’agosto del 1968.

La vicenda di Praga è il dramma che precede la storia di cui stiamo parlando. Il biennio ’68-’69, quella inedita connessione tra studenti e operai, che pose le basi per la nascita del processo di democratizzazione in Polonia, era stato mutilato dall’invasione sovietica in Cecoslovacchia e dal drammatico strangolamento della Primavera di Praga.

Il sindacato torinese, però, non guardava solo ad Est. Negli anni settanta, quando si era determinato il passaggio dalla clandestinità alla legalizzazione delle organizzazioni dei lavoratori in Spagna in seguito alla caduta del franchismo, il sindacato torinese intratteneva molti rapporti con le nascenti comisiones obreras. Aveva organizzato molti viaggi clandestini durante il periodo franchista, gli incontri con i delegati sindacali avvenivano prevalentemente nelle chiese, territori neutri e accoglienti, proprio come sarebbe avvenuto in Polonia un decennio dopo. In quel periodo vennero instaurati rapporti anche con il sindacato brasiliano di Luiz Inácio Lula, il futuro presidente della repubblica. Tra l’altro, quando Wałęsa venne a Roma per il suo primo viaggio ufficiale, dal 13 al 19 gennaio 1981, grazie alla mediazione dei sindacati italiani, ebbe uno storico incontro privato proprio con Lula, anche lui occasionalmente in Italia.

Attraverso quali canali la Cgil riusciva stringere legami con i lavoratori stranieri?

La Cgil coltivava soprattutto i legami a livello di fabbrica: a Barcellona c’era la sede della Olivetti, in Brasile la Fiat di Belo Horizonte, in Inghilterra la Pirelli così come in Polonia la Fso di Varsavia, fabbrica di automobili legata alla Fiat. Non si seguiva il tradizionale canone dell’internazionalismo, ma quello che potremmo chiamare il sindacalismo operaio. Si trattava, dunque, di un internazionalismo che rinasce sulla base delle relazioni tra gli operai e le fabbriche in cui lavoravano, secondo le connessioni legate alle multinazionali o secondo canali di solidarietà.

Queste relazioni spiegano anche perché non si produsse una frattura fra il sindacato cattolico e gli altri. Per molti erano chiare le rivendicazioni degli operai, per i quali si nutrivano una solidarietà e una vicinanza spontanee. Questo non impedì che una parte dei quadri più tradizionalisti operasse una rozza identificazione tra i sostenitori di Solidarność e i “preti”, quest’ultima definizione non usata in senso denigratorio. Nel dibattito, comunque, prevalse il riconoscimento del movimento polacco quale portatore delle rivendicazioni dei diritti dei lavoratori.

Questo aspetto venne ulteriormente esaltato durante la vicenda dei 35 giorni alla Fiat, perché si individuò un parallelo con la trattativa che Wałęsa e Solidarność avevano condotto con il governo: una trattativa all’interno della fabbrica,  pubblica e partecipata. Non a caso lo slogan, che si sentirà ai cancelli della Fiat, fu: “Facciamo come Solidarność”. Lo stesso Berlinguer aveva citato Danzica come modello da adottare nei negoziati con la Fiat.

Come avvennero i contatti con i sindacalisti polacchi subito dopo la legalizzazione?

In questa fase contò molto la Cisl perché aveva un sistema di relazioni e di conoscenze più oliato. I nostri interlocutori privilegiati furono, invece, due dei fondatori del Kor, il Comitato di difesa degli operai, Jacek Kuroń e Adam Michnik. Con il primo, in particolare, la sintonia fu immediata, perché proveniva da una sinistra marxista radicalmente critica verso il sistema, ma interna al movimento operaio, ma anche con Michnik ci intendemmo molto bene, in quanto rappresentava l’ala più laica e di sinistra di Solidarność.

Inizialmente anche il Partito comunista italiano espresse un senso di generica solidarietà, ma dopo il colpo di stato di Jaruzelski la posizione pro regime divenne netta e fu più difficile dialogare. Ricordo che ad un congresso del Pci, all’epoca della presidenza Pajetta, tenni un intervento su Solidarność. Appena terminato di parlare, mi sedetti e sentii Pajetta sibilare al microfono: «Perché al congresso del Partito comunista avete dato la parola a un rappresentante di Solidarność?

La questione, in effetti, era molto controversa. Si riproposero con Solidarność analoghe perplessità a quelle che avevano accompagnato la rivoluzione dei garofani nel 1974 in Portogallo. Come ora i detrattori vedevano in Solidarność un possibile esito confessionale, allora c’era chi identificava i rivoluzionari con i soli militari, mentre si era trattato di un movimento di massa a favore della democrazia contro l’autoritarismo. Sappiamo che la rivoluzione dei garofani fu in parte soffocata, in parte corrotta, in parte modificata, insomma non resse le aspettative, non credo per motivi legati alla componente militare, ma in ogni caso nel 1974 questo non lo poteva ancora sapere nessuno.

Quali iniziative prese il sindacato piemontese a favore di Solidarność?

In un primo momento organizzammo un’azione per così dire pedagogica, di accompagnamento del consenso alla raccolta dei fondi. Anche qui incontrammo diverse resistenze, perché un conto è esprimere solidarietà, un conto provvedere con un sostegno diretto. C’era anche un senso di distanza e distacco fra i lavoratori italiani e tutti gli uomini e le donne lungamente impegnati nel dissenso nei paesi dell’Est. Esistevano, infatti, due differenti gerarchie di priorità, che non sempre riuscivano a dialogare: noi avevamo come avversario il “padrone”, loro il regime. Alcune rivendicazioni erano effettivamente simili: salario, potere, diritti, ma erano rivolte a due controparti completamente diverse. Non ricordo però azioni di ostacolo, c’erano momenti di discussione, ma non di concreta opposizione.

Per la Cgil, comunque, la posizione di fronte al colpo di stato fu netta: si trattava di un’azione antidemocratica. Abbiamo anche attribuito a Jaruzelski la definizione di “gendarme antioperaio”, considerandolo in modo anche peggiore di quello che era veramente. Non va, infatti, dimenticato che sarà lui a condurre nel 1989 le trattative della Tavola rotonda e il processo di democratizzazione in Polonia, che condurranno alle prime elezioni semi-libere. Allora, però, non potevamo saperlo.

Avreste potuto fare qualcosa di più o di diverso?

Riletti gli eventi molti anni dopo, penso che bisognasse fare così. Forse abbiamo fatto poco per la dissidenza, però la nostra posizione fu sempre netta. Il nostro discrimine era sempre la componente operaia. L’avevamo cercata anche durante la Primavera di Praga, nelle componenti politiche più svariate, ma sempre in nome della lotta contro il regime, illiberale e autoritario. Noi cercavamo le esperienze dei consigli di fabbrica, l’organizzazione della partecipazione democratica dei lavoratori, il recupero della tradizione del controllo operaio che era nata negli anni trenta quella parte dell’Europa. Noi guardavamo a Josef Smrkovský perché diversamente dagli altri era un leader che si identificava con la componente operaia e democratica.

Aggiungo ancora che per noi non esistevano grandi pregiudizi nei confronti della Chiesa, perché conoscevamo da vicino il contributo dei preti operai. La loro presenza nei sindacati e nei luoghi di lavoro ha contato tantissimo. Ricordo don Giulio Gerardi, un cattolico del dissenso, teologo salesiano che fu costretto successivamente ad abbandonare la Chiesa e al quale la Flm commissionò una ricerca su storia e coscienza, ricordo don Fredo Olivero, don Aldo d’Ottavio e don Piero, fratello di Franco e Mario Gheddo, della Cisl.

Solidarność nel 1989 diventò un soggetto politico a tutti gli effetti, vinse le elezioni, si trasformò in un partito. Quali furono i vostri contatti in quel momento?

Noi a quel punto non c’eravamo più perché si erano trasformati entrambi i soggetti, il sindacato piemontese non era più tale dopo i 35 giorni, che avevano portato alla divisione, mentre Solidarność era diventato un partito e poi un organo di governo.

Ricordo il giorno della rottura sulla scala mobile nel 1984. Ero con Sergio Garavini, con cui, all’epoca, ero molto amico. Mentre andavamo verso la sede della Cgil, lui mi disse: «Fausto, questa vostra storia, che è anche la mia, è finita, ognuno torna nella propria casa». Io non ci credevo, mi pareva che non avremmo più saputo tornare alle nostre case. Eppure siamo diventati diversi, mentre un tempo tra le diverse sigle sindacali non c’era alcuna differenza, usavamo le stesse parole, scrivevamo gli stessi documenti. Ma non c’è niente di irreversibile, quel soggetto che collettivamente guardava a Solidarność era ormai tramontato.

Cosa rimane di quel periodo?

Rimane la straordinaria lezione di come le esperienze sociali possano cambiare le culture e i punti di vista dei soggetti politico-istituzionale. L’esperienza torinese cambiò i dirigenti della Cgil, della Cisl e della Uil, cambiò la cultura di riferimento di quei soggetti organizzati.

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A questo punto iniziamo a ricordare insieme il gran numero di iniziative di informazione nelle fabbriche, che furono realizzate ovunque, per mesi e mesi. Ai ricordi personali di Fausto Bertinotti si mescolano le notizie che ho raccolto grazie alle mie ricerche d’archivio. Ricordiamo che nelle sedi sindacali si discuteva di Solidarność con la medesima partecipazione con cui si discuteva di Mirafiori. Ricordiamo il lavoro del Centro di coordinamento aiuti Cgil, Cisl e Uil, con sede presso la Cisl, che insieme al Comitato Aiuti per la Polonia della Comunità polacca di Torino organizzò 53 invii di beni di primi necessità, in mezzo ai quali furono nascosti materiali illegali, ciclostili, pubblicazioni di propaganda, carta, inchiostro, bombolette spray. Lo stesso che era accaduto in Spagna: si portavano carte e ciclostili e si tornava con documenti clandestini. Ci congediamo con una certezza comune: quella dei rapporti tra Solidarność e i sindacati piemontesi è stata una stagione straordinaria.

Chi è Donatella Sasso

Laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono: "La guerra in Bosnia in P. Barberis" (a cura di), "Il filo di Arianna" (Mercurio 2009); "Milena, la terribile ragazza di Praga" (Effatà 2014); "A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia" (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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