UE: Un esercito per l’Europa? Il passo troppo lungo di Jean-Claude Juncker

di Davide Denti e Stefano Nobili

Il nome Juncker riporta alla mente cavalieri teutonici con l’elmetto puntuto, e le acciaierie del suo Lussemburgo sono state a lungo armeria del continente. Eppure il raggrinzito presidente della Commissione europea non ha proprio le sembianze da comandante in capo delle forze armate. Han quindi fatto sollevare più di un sopracciglio le sue dichiarazioni dell’8 marzo al settimanale tedesco Welt am Sonntag. 

Un esercito comune per difendere l’Europa – sì, ma quando?

Secondo Juncker, negli ultimi anni “l’Europa ha perso un’enorme dose di rispetto. Anche in politica estera, non sembriamo venir presi sul serio.” Per questo, un esercito comune permetterebbe all’UE di reagire “in una maniera credibile” alle minacce alla pace in uno stato membro o in un paese vicino. “Un esercito comune europeo manderebbe un chiaro segnale alla Russia che siamo seri nel voler difendere i valori europei“. E, secondo Juncker, tale piano non si porrebbe in competizione con la NATO, di cui fanno parte 22 dei 28 stati membri. Certo non è un progetto per il domani, né per il dopodomani; la prospettiva resta quella “del lungo termine” anche secondo Juncker, ma la strada dovrebbe essere segnata già da ora.

Juncker ha in seguito spiegato di non aver voluto lanciare un dibattito – “in tal caso ne sarei stato fiero” – ma semplicemente di aver risposto alla domanda del giornale se fosse a favore di un esercito comune.

La proposta di Juncker non trova particolari sponde tra gli stati membri

Le reazioni, prevedibili, degli stati membri non si sono comunque fatte attendere. “La difesa è [un compito] nazionale, non una responsabilità del’UE, e non c’è prospettiva di cambiamento su questo”, secondo un portavoce di Londra. L’eurofobo Nigel Farage, al Parlamento europeo, ne ha approfittato per una memorabile tirataAnche il ministro degli esteri polacco Grzegorz Schetyna si è pronunciato in modo scettico in reazione alla proposta proveniente da Bruxelles.

L’ex primo ministro estone e commissario europeo Siim Kallas è intervenuto sottolineando le numerose difficoltà circa l’impianto da seguire per il tipo di operazioni richieste: se in forma intergovernativa o delegando un apparato sovranazionale che, secondo l’ex commissario, rischierebbe di replicare una serie di iniziative già messe in campo dalla NATO. Kallas ha dichiarato la sua perplessità alla radio pubblica estone ERR; L’attenzione, secondo l’ex primo ministro, dovrebbe essere spostata invece sul rafforzamento delle unità a difesa delle frontiera e delle forze di polizia europee. Se in questi tempi nessuno stato europeo sta contemplando l’idea di rinunciare alla sua sovranità, aggiunge, più complicato sarà delegare un unico decisore strategico-militare; sarà dunque prioritario per l’Unione europea pensare ad una maggiore integrazione politica dell’Europa.

Solo la responsabile tedesca della difesa, Ursula Von der Leyen, è stata più possibilista, ammettendo che “in alcune circostanze” l’esercito tedesco sarebbe preparato a porre i propri soldati sotto il comando di un’altra nazione. “Il nostro futuro come europei sarà, un giorno, un esercito europeo”, ha aggiunto, “ma non nel breve termine”. Apprezzamento per le parole di Juncker è venuto anche dal presidente finlandese Sauli Niinistö, come maniera di far ripartire il dibattito sulla politica estera e di sicurezza comune.

Ma per la maggior parte degli osservatori l’idea è troppo avanzata e prematura: senza una piena unione politica, un esercito comune non avrebbe possibilità di avere una direzione politica e resterebbe inutilizzabile.

Il dibattito sulla difesa europea e il fantasma della CED

Il dibattito che si profila intorno alla possibilità di un esercito comune di difesa tra i peasi aderenti dell’UE rivanga inequivocabilmente le tensioni e lo scetticismo che si respiravano nei primi anni ’50 in Europa riguardo la creazione della Comunità Europea di Difesa, poi fallita per via del voto contrario della Francia. Certo il parallelismo si può azzardare soltanto in parte: l’Europa di quegli anni proveniva dal lacerante conflitto appena conclusosi. La Comunità Europea non era neanche nella sua fase embrionale, esisteva solo (e da poco) la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) tra i sei paesi d’europa centro-occidentale, e la filiera delle relazioni internazionali era fondata sulla contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico.

Nonostante i riferimenti al fallimento della CED siano forzati, resta il fatto che gran parte, se non in in maggioranza, dei governi aderenti all’UE rimane fortemente scettica rispetto all’idea di investire su un esercito che desta molteplici dubbi sulla funzionalità, sulla composizione strutturale, sull’utilità e sulle finalità dello stesso.

Secondo Vivien Pertusot, dell’Istituto Francese di Relazioni Internazionali, “i 28 stati membri non hanno le stesse percezioni di cosa è una minaccia, e non condividono gli stessi mezzi di risposta a tali minacce”. Inoltre la NATO sembra già provvedere, col suo “ombrello nucleare”, a offrire difesa e deterrenza a tutti i suoi stati membri europei. “Onestamente non vedo cosa potrebbe essere più deterrente che l’art.5 di difesa collettiva del trattato NATO che abbiamo già oggi”, conclude Pertusot. Anche gli stati d’Europa centro-orientale e la Danimarca continuano a fare maggiore affidamento sulle capacità di difesa NATO piuttosto che su futuribili iniziative comunitarie. Nel frattempo, la collaborazione tra le due istituzioni, con la possibilità per l’UE di utilizzare le capacità operative NATO per le proprie missioni (accordi “Berlin Plus”) resta bloccata sine die per via della disputa tra Cipro (stato UE ma non NATO) e Turchia (stato NATO ma non UE).

I benefici di un approccio integrato alla difesa: risparmi e complementarietà

Secondo il portaparola della Commissione europea Margaritis Schinas, una politica di sicurezza e un esercito comune farebbero risparmiare agli stati UE 120 miliardi di euro l’anno. Gli stati membri potrebbero iniziare a considerare l’idea al Consiglio europeo di giugno, dedicato alle questioni della difesa. Un primo passo potrebbe essere fatto verso l’integrazione dei mercati della difesa attraverso l’apertura degli appalti, oggi ancora legati alle preferenze nazionali; in questo senso sta lavorando, incaricato da Juncker, l’ex commissario Michel Barnier.

In effetti gli eserciti degli stati membri UE hanno subito nell’ultimo venticinquennio forti tagli – non arrivando, se non in rari casi e non sempre positivi, alla soglia del 2% del PIL raccomandata dalla NATO – e sono oggi sostanzialmente dei duplicati ben poco servibili l’uno dell’altro, anziché essere specializzati per essere complementari. 

L’UE ha nel frattempo messo in piedi molteplici missioni militari, di terra (EUFOR), di mare (EUNAV), di sostegno alle forze di polizia (EUPOL) o alle guardie di frontiera (EUBAM), ma troppo spesso nell’ultimo periodo, quando c’è stato bisogno di agire in fretta, gli stati membri hanno preferito fare da soli. Così è stato in Libia nel 2011, e in Mali nel 2013. I battlegroup, battaglioni integrati tra più stati membri, operativi a partire dal 2007 per essere rapidamente utilizzabili in caso di crisi militare, non sono mai stati testati sul campo e la loro prontezza di reazione resta più virtuale che altro – non è nemmeno chiaro quale sia, oltre al battaglione nordico, l’altro battaglione di stanza per il primo semestre 2015. Anche la guerra in Ucraina, con la rinnovata minaccia militare russa sul fianco est, ha spinto gli stati d’Europa centro-orientale a richiedere un rafforzato dispiegamento delle forze NATO sul proprio territorio, anziché una maggiore integrazione militare a livello europeo.

L’idea di Juncker di un esercito comune potrebbe comunque trovare applicazione anche a breve termine e in piccola scala, secondo Toby Vogel e Kurt Bassuener del think tank DPC. Si tratterebbe di sfruttare la complementarietà tra NATO e UE per creare una divisione militare europea, su base volontaria, guidata dal Regno Unito ma aperta anche ai paesi UE neutrali (Svezia, Finlandia) da posizionare in Europa centro-orientale per rafforzare il fianco orientale della NATO senza venir meno ai vecchi impegni con la Russia. Una delle sue basi potrebbe essere a Tuzla, in Bosnia Erzegovina, rafforzando la oggi esile missione EUFOR incaricata di mantenere un “ambiente stabile e sicuro” nel paese.

La visione futura di Juncker di un esercito comune è probabilmente l’unica possibilità di salvare gli stati europei dall’irrilevanza e dall’inutilizzabilità delle proprie minuscole e duplicate forze armate. Nel frattempo, i passi da fare per arrivarci sono ancora davvero molti. Forse, tuttavia, già avere l’obiettivo in mente può aiutare ad indirizzare l’azione sin da ora.

Foto: European Parliament

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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