ELEZIONI ISRAELE /3: Netanyahu sbaraglia oppositori e alleati

 

Israele ha scelto ancora una volta Netanyahu. Le elezioni anticipate di martedì 17 per il rinnovo della Knesset riconfermano il Likud (“Consolidamento”) come perno del prossimo governo, lasciando al palo la maggiore forza di opposizione, Unione Sionista, una coalizione fra i laburisti di Herzog e l’ennesima reincarnazione politica di Tzipi Livni. Ma escono delusi dalle urne anche gli ex alleati di Netanyahu e gli altri partiti di centro-destra, che speravano in una mezza sconfitta del Likud per guadagnare peso nel prossimo esecutivo.

Questi i risultati definitivi dei principali partiti: Likud 30 seggi, Unione Sionista 24, Lista Unita (i tre maggiori partiti arabi) 14, Yesh Atid (“C’è un futuro” di Yair Lapid) 11, Kulanu (“Tutti noi” di Moshe Kahlon) 10, HaBayit HaYehudi (“La Casa Ebraica” di Naftali Bennett) 8. Numeri che vanno letti attentamente, perché rivelano che Netanyahu ha vinto quattro volte.

Sondaggi sbagliati?

Il Likud è riuscito a smentire tutti i sondaggi degli ultimi mesi. In calo pressoché costante dalla presentazione della legge su Israele “Stato-nazione ebraico” e dallo scioglimento della Knesset a dicembre scorso, aveva raggiunto i minimi proprio a ridosso della tornata elettorale. Il risultato previsto gli assegnava dai 20 ai 22 seggi, superato anche se di poco dall’Unione Sionista.

Questo scenario comunque non metteva completamente fuori gioco Netanyahu. Infatti in Israele il presidente della Repubblica assegna il mandato di formare il nuovo governo a chi ha maggiori probabilità di formare una coalizione stabile, e non necessariamente al partito che prende più voti. In un caso del genere però, visto che la maggioranza richiede almeno 60 seggi, Netanyahu sarebbe stato costretto ad accettare una coabitazione con i laburisti, esperienza già maturata due legislature fa che avrebbe imposto la ricerca del compromesso a oltranza.

Laburisti al palo

La coalizione guidata da Herzog e Livni però si è fermata a 24 seggi. Troppo pochi per contare davvero, anche ipotizzando di unirli ai 14 dei partiti arabi. Se per Herzog si tratta di continuare a fare opposizione in parlamento, per Livni la situazione è decisamente peggiore. Livni infatti aveva puntato tutto sul cambio di campo. Ministro della Giustizia durante l’ultimo governo Netanyahu, esponente dell’ala riformista del Likud passata attraverso altri partiti di scarse fortune (prima seguendo Sharon in Kadima, poi fondando HaTnuah), Livni è stata fra i politici che più hanno contribuito allo stallo politico del dicembre scorso. Visto l’affollamento di partiti nel campo del centro-destra, aveva quindi sperato di intercettare più voti (e di sottrarne agli ex colleghi) passando nel centro-sinistra. Ora si ritrova non solo con poca rappresentanza, ma con tutta probabilità anche senza alcuna voce in capitolo nel prossimo esecutivo.

Di chi è la colpa per questo risultato deludente? Forse è solo merito di Netanyahu, abile a interpretare fino all’ultimo giorno il tema dominante della campagna elettorale, la sicurezza. Proprio alla vigilia del voto, infatti, il leader del Likud aveva dichiarato che come premier non avrebbe mai accettato la creazione di uno Stato palestinese. Quindi, se vogliamo dare fede ai sondaggi degli ultimi mesi che premiavano Herzog e Livni, l’apparente spostamento a sinistra dell’elettorato dipendeva soltanto dal fatto che nessun politico di destra veniva percepito come figura abbastanza forte. A Netanyahu è bastata una parola chiara per riprendersi il centro della scena.

Sconfitti anche gli ex alleati

Ad ogni modo la più evidente vittoria di Netanyahu è quella che ha riportato sugli ex alleati. Il grosso dei voti calamitati all’ultimo dal Likud, infatti, proviene dallo schieramento del centro-destra. Lì si celavano le incognite più insidiose. È proprio per dissidi interni alla coalizione di governo che Israele è andato a elezioni anticipate. Quindi i temi caldi che avevano portato alla rottura (equità sociale, nuovi insediamenti nei Territori Occupati, Gerusalemme Est) potevano avere un peso specifico notevole nell’orientare l’elettorato.

Eppure l’ex presentatore televisivo Lapid, forte dei 19 seggi conquistati nel 2013 e fautore di posizioni più moderate, si è fermato a 11. Sul versante opposto, il falco Naftali Bennett ha arrestato la sua ascesa e ha perso 4 seggi. Bennett sembrava avere le carte in regola per diventare la nuova figura di riferimento del centro-destra, e non nascondeva le sue ambizioni: l’appuntamento è quanto meno rimandato.

Una sorte simile è capitata a Kulanu, che se ha rispettato le attese in termini di voti non è però riuscito a sfondare. Il suo leader Kahlon, però, sembra l’alleato che più ha da guadagnare dalla geografia della nuova Knesset. Con i suoi 10 seggi e un atteggiamento sostanzialmente aperto al compromesso ha una elevata probabilità di diventare il secondo maggior partito della coalizione di governo. Non è un segreto che già pochi giorni dopo lo scioglimento del parlamento fossero avvenuti contatti con Netanyahu. Che infatti ha iniziato a sondare Kahlon già martedì notte, a qualche ora dalla chiusura delle urne.

Contro i desiderata degli Stati Uniti

Il commento ufficiale della Casa Bianca conferma che a Washington la rielezione di Netanyahu non era lo scenario preferito. Con una dichiarazione arrivata a breve distanza dalla pubblicazione dei risultati definitivi, l’amministrazione Obama ha stigmatizzato la chiusura di Netanyahu alla soluzione dei due Stati, ricordando che si tratta dell’obiettivo che gli Stati Uniti perseguono da oltre 20 anni. Ancora più pungente suona però un altro passaggio del comunicato, in cui Washington si dice preoccupata dalla retorica divisiva usata in campagna elettorale, bollata come contraria ai valori che legano gli Stati Uniti a Israele, e si ripropone di “comunicare questo punto di vista direttamente agli israeliani”. In altre parole, porta chiusa a Netanyahu (per quanto possibile) e rapporti ai minimi storici.

Ma il leader del Likud potrebbe aggirare anche questo ostacolo. Le tensioni vertono principalmente sulla questione del nucleare iraniano, come ha ampiamente dimostrato la ricezione del discorso di Netanyahu al Congresso lo scorso 3 marzo. Un Congresso che però l’”anatra zoppa” Obama non controlla più, dove esponenti democratici e repubblicani stanno tentando (con qualche successo) di costruire un fronte trasversale in grado di bloccare qualsiasi accordo con Teheran.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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