TURCHIA: Uomini (in minigonna) a sostegno delle donne

Stiamo assistendo ad un “febbraio caldo” in Turchia, da un punto di vista sia politico sia culturale. Da una parte un’ondata di manifestanti guidati da uomini in minigonna denuncia uno dei grossi problemi della società turca, la violenza di genere; dall’altra si manifesta in parlamento contro il nuovo disegno di legge sulla sicurezza promosso dal partito al governo, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partısı, AKP).

Le due proteste, portate avanti in sedi diverse (una nelle strade delle principali città fra cui spiccano Mersin ed Istanbul, l’altra all’interno della Grande Assemblea turca) diventano espressione di un’unica voce su un punto ben preciso, e cioè nel riconoscere nell’operato del partito di governo di Erdoğan un atteggiamento discriminante e lesivo dei diritti dei cittadini.

Le statistiche dipingono una situazione drammatica

La violenza di genere è molto presente in Turchia, ma secondo la stampa di opposizione tale situazione si è drammaticamente aggravata con l’ascesa al governo del partito di tradizione islamista AKP: le violenze contro le donne sarebbero infatti aumentate del 400% dal 2002 ad oggi. L’aggressione e l’assassinio di Ozgecan Aslan, studentessa ventenne di psicologia, violentata e bruciata da un autista di un minivan di Mersin, rappresenta l’ennesimo caso di violenza in una società fortemente macista. Istanbul e il suo retroterra culturale, non privo anch’esso di tristi esempi di violenza, costituisce da sempre l’eccezione in un panorama più ampio, in un paese dove l’indipendenza, l’autonomia e la sicurezza delle donne è una questione tutt’altro che scontata.

AKP come complice della situazione

Ovviamente non è possibile attribuire la responsabilità di questo episodio all’operato di un governo e le manifestazioni di solidarietà che hanno avuto luogo non hanno una rappresentanza politica: quello su cui però concordano media e stampa di opposizione è la denuncia del partito dell’AKP come promotore di idee e valori tradizionali, che relegano la donna ad un ruolo subalterno e più vulnerabile. Soltanto lo scorso novembre, durante una conferenza sulla condizione femminile, il presidente Recep Tayyip Erdoğan si era meritato aspre critiche da parte delle associazioni femministe per aver dichiarato: «non si può creare la parità tra uomini e donne: è qualcosa contro natura, perché la loro stessa natura è diversa».

#indossa una minigonna per Özgecan

La minigonna diventa così strumento di protesta, e il sottotitolo è semplice: se basta una gonna ad autorizzare un uomo ad approfittarsi di lei e violentarla, allora provate ad approfittarvi anche di noi, perché la indossiamo tutti. La campagna di solidarietà è partita dal vicino Azerbaijan per mezzo di foto e frasi espresse sui social media attraverso l’hashtag #ozgecanicinminietekgiy (“indossa una minigonna per Özgecan”), e riprese poi da donne e uomini turchi pronti a sfilare in minigonna per sottolineare come il portare un indumento femminile non possa essere simbolo di debolezza o sottomissione. L’originalità espressiva ricorda l’ironia con cui i ragazzi di Gezi Parkı erano riusciti, grazie a dei balli organizzati con delle maschere antigas o a delle manifestazioni di protesta portate avanti stando semplicemente immobili in piazza ad “aspettare” un ragazzo ucciso dalla polizia durante gli scontri, ad aggirare la spirale di violenza e tensione innescata con le forze dell’ordine.

Chi è Chiara Bastreghi

Laureata presso l'Università degli Studi di Torino nel corso Global Studies con indirizzo Medio Oriente (Facoltà di Scienze Politiche) con una tesi sulla questione identitaria turca, dal titolo "Kemalism and Neo-Ottomanism, a comparison: the two ideologies in light of the Syrian Civil War". Nata a Siena il 27 marzo 1987.

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