GERMANIA: Pegida, cresce il movimento anti-islamico tedesco. Malgrado i paradossi

da STOCCARDAA Dresda, per il dodicesimo lunedì di seguito, migliaia di manifestanti sono scesi in strada per dire no al multiculturalismo e all’islamizzazione della società tedesca. Gli “europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente” (questo il significato dell’acronimo Pegida) erano appena 350 alla prima manifestazione, il 20 ottobre scorso; nell’ultima “passeggiata serale”, come le definisce il suo fondatore Lutz Bachmann, graphic designer con alle spalle tre anni di prigione per furto, c’erano circa 25.000 persone. Una crescita esponenziale che messo in allarme la politica tedesca ed ha innescato una serie di contromanifestazioni in diverse città del paese la cui partecipazione ha superato, in molti casi, quella della stessa Pegida. Anch’essa, nel frattempo, diffusasi ben oltre i confini della sola Dresda.

Eppure, Pegida non ha attecchito ovunque. Qui a Stoccarda, capoluogo dello stato federale del Baden-Württemberg, uno dei maggiori distretti industiali del paese e d’Europa, non c’è stata ancora una manifestazione di Pegida. Ce ne sono state invece due, a distanza di una settimana, contro di essa. La prima, lunedì 5 gennaio, ha visto la partecipazione di circa 8.000 persone, raccolte nella piazza principale della città, a Schlossplatz. Fra di esse, bandiere delle principali forze politiche della sinistra tedesca, dai verdi, alla sinistra radicale di Die Linke, fino ai socialisti del SPD. Fra gli intervenuti, anche il sindaco della città, il verde Fritz Kuhn, che ha tenuto un discorso alla piazza sottolineando – come già il governatore del Baden-Württemberg nel suo discorso di fine anno – come “i rifugiati siano i benvenuti a Stoccarda”.

Quello dei rifugiati, cui spetterebbero più attenzioni da parte dello stato che al tedesco comune, è uno dei cavalli di battaglia del composito popolo di Pegida, che include hooligans di tifoserie calcistiche, disoccupati, piccoli borghesi, membri dell’estrema destra e semplici cittadini frustrati e confusi. Confusi, anche perché – le cifre parlano chiaro – dei 200mila richiedenti asilo arrivati nel 2014 in Germania, solo 12.000 si trovano in Sassonia, stato federale dove si trova Dresda. Il Baden-Württemberg, con capoluogo Stoccarda, ne ospita ad esempio più del doppio. Anche la popolazione di fede musulmana presente in Sassonia è molto bassa, solo lo 0,4%, a fronte di una media nazionale del 5,4%. Ancora una volta, siamo ad anni luce dalle alte percentuali di Stoccarda e del Baden-Württemberg, che ospita circa 600.000 musulmani a fronte di 10 milioni di abitanti.

Come spiegare questo paradosso? Com’è possibile che un movimento che, nei suoi intenti, si oppone all’invasione dei profughi e all’eccessiva presenza di musulmani della società sia nato in un luogo, Dresda e la Sassonia, dove sono pochi gli uni e gli altri?

La prima risposta è che, a 25 anni esatti dalla caduta del muro, la Germania è per molti aspetti ancora una nazione divisa fra est e ovest. I tassi di disoccupazione, il reddito, la presenza di stranieri e molti altri indicatori ci dipingono una nazione ancora nettamente spaccata in due, fra una Germania ovest ricca, multiculturale e industrializzata, e un est povero e abbandonato. Anche lo slogan “noi siamo il popolo” (‘wir sind das Volk’) utilizzato dai manifestanti di Pegida a Dresda altro non è che la triste riproposizione uno degli slogan più fortunati usati cittadini della DDR nell’89, nelle manifestazioni che portarono alla fine del regime tedesco-orientale.

Un differenza, quella fra est e ovest, che si ripercuote anche nelle scelte politiche degli elettori. Così, il Partito Nazionaldemocratico di Germania, l’NPD, la principale formazione di estrema destra tedesca, trova consensi in larga misura ad est. Può contare infatti di ben 12 rappresentanti nei parlamenti degli stati orientali della Sassonia e del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, mente non ha alcuna rappresentanza a livello nazionale. Su un versante politico opposto, anche la sinistra radicale di Die Linke raccoglie notevoli consensi ad est, tanto da avere di recente eletto in Turingia il primo governatore della sua storia, Bodo Ramelow.

Una scelta anti-sistema che denota una frustrazione tuttora palpabile in un est che si dibatte ancora fra Ostalgie, come i tedeschi dell’est chiamano la nostalgia del passato socialista, e un presente che è oggi, per molti di loro, lontano dalle aspettative suscitate della riunificazione. Un rancore che si riversa, come spesso avviene, nella xenofobia e nell’invenzione di un nemico immaginario che serva a giustificare le proprie inettitudini e i fallimenti del presente.

A ovest è tutto diverso, soprattutto nel sud, in Baviera e in Baden-Württemberg, stati toccati dalla crisi in modo solo marginale. Qui gli immigrati prima di tutto servono, e non solo per i lavori meno qualificati, come capita spesso in Italia. A Stoccarda, nel distretto di Möhringen, dove ha sede il quartier generale della Mercedes, uno dei grandi nomi di questa città opulenta, è facile comprendere tutto questo. “Rispetto! No al razzismo”, si legge su uno striscione bene in evidenza al portone d’ingresso. In molti uffici, anche qui nel quartier generale dell’azienda, si lavora in inglese, dato fra l’altro che il personale tedesco spesso è in minoranza rispetto agli stranieri.

Niente di nobile, direte: è soltanto business. Certo, ma forse c’è dell’altro. Quando musulmani sono i tuoi vicini di casa, i tuoi colleghi, o magari anche gli amici con cui esci la sera – e non una semplice astrazione prodotta da mix fatale di pregiudizi atavici, spazzatura mediatica e frustrazioni sublimate – è tutta un’altra storia. Provare per credere, giovani leghisti. A meno di non voler cadere anche voi vittime del paradosso di Pegida.

Chi è Simone Zoppellaro

Giornalista e ricercatore. Ha trascorso sei anni lavorando fra l’Iran e l’Armenia, con frequenti viaggi e soggiorni in altri paesi dell'area. Scrive di Caucaso e di Medio Oriente (ma anche di Germania, dove vive) su varie testate, dal Manifesto, alla Stampa, fino al Giornale, e ancora sulla rivista online della Treccani. Autore del volume 'Armenia oggi', edito da Guerini e Associati nel 2016. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda.

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Un commento

  1. Caterina Bonora

    Grazie per l’interessante articolo. Secondo me pero’ c’e’ anche un’altra importante differenza tra est e ovest che andrebbe tenuta in conto: l’approccio molto più timido dell’est al confronto con il passato nazista. E’ vero che nella DDR la nazificazione e’ stata portata avanti più a lungo e con più decisione che all’ovest, ma e’ mancato (per lo meno fino alla riunificazione) un discorso critico verso i crimini commessi dal nazismo (che era certamente criticato in quanto fascismo, ma non esplicitamente per la sua promozione del razzismo). Insomma la famosa vergangenheitsbewaeltigung. Non che all’ovest sia stata perfetta ovviamente. Ma senza un discorso critico dei crimini del nazismo la sub cultura neo-nazi ha trovato terreno più fecondo. E mi sembra che questa possa essere una causa importante, insieme alle cause economiche che già citi, della situazione paradossale che descrivi.

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