EGITTO: La rivoluzione degli azzeccagarbugli. Mubarak salvo per un vizio di forma

La rivoluzione egiziana non s’ha da fare. Questa volta per un vizio di forma. La lettura della sentenza, lo scorso 29 novembre, ha strappato un sorriso all’ex presidente Mubarak. Non è stato assolto dall’accusa di aver ordinato di sparare sui manifestanti nel gennaio 2011, ma nemmeno condannato. La corte infatti non è riuscita a giudicare nel merito. Il giudice al-Rashidi ha rilevato che il caso era inammissibile sul piano procedurale perché viziato all’origine. La colpa è di un documento redatto senza la dovuta attenzione.

Le giravolte del codice penale

Per capire le ragioni della sentenza bisogna ricostruire l’iter del processo, il più importante fra quelli istruiti contro esponenti del vecchio regime. Le prime indagini iniziano nel febbraio 2011. Il 23 marzo il procuratore Abdel Majid Mahmoud incrimina l’ex ministro degli Interni Habib al-Hadli e il suo entourage: erano loro a gestire direttamente l’apparato di polizia. Mubarak viene incriminato solo il 24 maggio su pressione della piazza. Sono questi due mesi di scarto che giustificano la decisione del tribunale. Secondo il giudice, non includendo Mubarak dall’inizio è come se la pubblica accusa avesse deciso che all’epoca non c’era sufficiente base giuridica per portarlo a processo.
Per l’ordinamento egiziano si può modificare l’accusa includendo anche altri coimputati, ma entro il termine di tre mesi. Tempi rispettati, dunque, ma il procuratore avrebbe commesso degli errori nel seguire la procedura. Questo l’inghippo: un pezzo di carta non compilato nella forma dovuta e depositato oltre i termini di legge. La difesa aveva già seguito questa strategia durante il processo di primo grado. Ma senza risultati, visto che la sentenza, arrivata a giugno 2012, aveva condannato Mubarak a 25 anni di carcere. Adesso la decisione di secondo grado cancella tutto.

Mubarak libero

Non solo. Mubarak adesso è formalmente libero. È vero che era stato condannato a 3 anni nel maggio 2014 per uso improprio di fondi pubblici (dirottati per ristrutturare il palazzo presidenziale). Ma l’ex presidente è sotto custodia cautelare dal 2011. Quindi si applica l’articolo 483 del codice di procedura penale, il quale stabilisce che il tempo passato sotto custodia cautelare debba essere sottratto alla durata della pena comminata all’imputato (anche se riguarda un altro processo). Perciò Mubarak ha già scontato la pena e può uscire di prigione.
Il processo per l’uccisione dei manifestanti non finisce qui. Come nell’ordinamento italiano, anche in quello egiziano esistono tre gradi di giudizio. Il procuratore può quindi impugnare la decisione davanti alla corte di Cassazione. Ma come in Italia, la Cassazione giudica solo la correttezza dell’applicazione del diritto e non entra nel merito. Se ratifica la sentenza, Mubarak sarà assolto senza essere mai stato davvero giudicato per le sue responsabilità. Se non la ratifica bisogna rifare il processo. Non da capo ma sempre davanti alla Cassazione, questa volta dotata di pieni poteri inquirenti, come qualsiasi altro tribunale, quindi legittimata a entrare nel merito delle accuse.

“Complotto!”

E gli altri imputati? Tutti assolti, a partire dall’ex ministro dell’Interno al-Hadli. Il giudice al-Rashidi ne riassume le ragioni in un documento di 280 pagine (emesso solo 2 giorni dopo la sentenza). Sfogliandolo, si scopre che gli scontri di piazza fra il 25 e il 31 gennaio 2011 sarebbero un complotto americano-sionista volto a dividere il paese. Coprotagonisti anche elementi di Hamas e Hezbollah, alla regia i Fratelli Musulmani. Non esistono registrazioni delle riunioni in cui gli imputati avrebbero deciso di usare la forza. Poco male, si dirà, ci sono i testimoni. Sì, ma chi era in strada a manifestare non è stato ammesso. Gli unici resoconti validi per il giudice sono quelli di un centinaio di ufficiali del ministero degli Interni. Tutti concordi – com’è facile immaginare – nell’affermare che la polizia era equipaggiata solo con scudi, elmetti, lacrimogeni e cannoni ad acqua. Nessuna arma da fuoco, dunque.
Il giudice ammette però che le forze di sicurezza hanno sparato. Ma solo attorno a stazioni di polizia e altri edifici strategici: quindi è stata auto-difesa. Inoltre quei morti non contano perché il processo riguarda solo gli scontri “nelle piazze”. E va oltre. Alcuni poliziotti hanno effettivamente usato violenza, recita il documento, ma si tratta di pochi individui e la responsabilità, in questo caso, non può che essere individuale. Il motivo? Per strada c’erano milioni di egiziani, i morti sono poche centinaia: se ci fosse stato un ordine diretto il bagno di sangue sarebbe di ben altra entità.
D’altronde, secondo il giudice, gli imputati non avevano idea dell’immane numero di manifestanti. Proprio per questo la decisione di tagliare le comunicazioni telefoniche e web in tutto l’Egitto, che ha impedito anche alle unità di polizia di comunicare fra loro, non può che essere stata presa nell’interesse della sicurezza nazionale.

Foto: Reuters

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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