CINEMA: "Bota" e "Čefurji Raus!", storie di ordinaria emarginazione

Bota, di Iris Elezi e Thomas Lagoreci, e Čefurji raus!, di Goran Vojnović sono due film hanno partecipato al Balkan Florence Express, il festival del cinema che ha portato a Firenze una selezione dei migliori film balcanici contemporanei.

Bota – The World

Il “Mondo” a volte può essere contenuto in un bar nel mezzo del nulla, in Albania. È questa, infatti, la traduzione del titolo del film di Iris Elezi e Thomas Logoreci, girato nel 2014 e di produzione albano-italo-kosovara.

Immerso in un deserto surreale e polveroso, nei pressi di una palude un tempo campo d’internamento per gli oppositori del regime comunista di Hoxa, il Bota è il bar gestito da Juli, giovane cugina del proprietario Beni, uomo d’affari loschi e spregiudicati, che ha una relazione con la giovanissima Nora, pur essendo sposato con un’altra.

E sono proprio le donne, quattro per la precisione, a narrare la storia di questo non luogo. Juli, la protagonista, donna silenziosa e complessa, artista d’elezione che si accontenta di dipingere nei momenti liberi e attraverso i cui occhi si conosce la variegata clientela del bar. Nora, la coprotagonista, di una bellezza conturbante struggente, talvolta disarmata dinanzi alla nullità di sentimenti del suo amato e di vita nella palude. Noje, l’anziana nonna che vive con Juli, affetta da una malattia neurodegenerativa che per sua fortuna a tratti riesce a proteggerla dalla cruda realtà che la circonda. E Alba la mamma di Juli, scomparsa da anni, che sembra quasi tenere insieme una famiglia che non esiste più da tempo.

Gli uomini compongono lo sfondo, dove si consuma il dramma di questa infelicità tutta al femminile che porta i segni di un drammatico e recente passato. Nella società albanese patriarcale sono loro, infatti, che comandano e regolano lo scorrere dell’esistenza femminile, più interessati ai soldi e alla ricerca dell’affermazione di sé. Desideri che proiettano pure sulle loro compagne, pensandole bisognose di cellulari all’ultimo grido piuttosto che di un padre per i loro figli.

Sembra non esserci spazio per gli affetti nella realtà di un Paese che si sta faticosamente rialzando da una dittatura mostruosa e da una diaspora massiccia dei suoi abitanti. Sembra non esserci nessun possibile riscatto sociale per i membri di questa società corrotta, ma sarà proprio il riconoscimento dell’ingenuità violata a creare uno spazio di fuga dal niente della palude per la protagonista.

Čefurji raus!

Nei muri di Lubiana, capitale della Slovenia, non è raro leggere la scritta “čefurji raus!”, ovvero “via i čefurji” – un epiteto corrispondente al dispregiativo italiano “terrone”. Čefurji è un’espressione che identifica gli immigrati originari delle ex repubbliche jugoslave – Serbia, Macedonia e Bosnia in primis, approdati in Slovenia alla ricerca di un lavoro dignitoso. Ex jugoslavi che, spesso provenienti dalle zone rurali, si sono ritrovati a vivere nei quartieri periferici di Lubiana, come Fužine, luogo di ambientazione del film. A differenza degli sloveni, che alla domenica si dedicano a jogging e arrampicata, i čefurji si ritrovano a mangiare ćevapi e bere rakija, come se fossero un’unica, grande famiglia.

I quattro ragazzini protagonisti del film sono accumunati dal loro status di čefurji, che diventa quasi motivo d’orgoglio: etichettati a scuola per via dei loro cognomi che, a differenza di quelli sloveni, terminano in “ć”, in perenne fuga dalla polizia slovena che li tratta da teppisti, e spesso con famiglie disagiate alle spalle, i quattro rincorrono sogni che difficilmente potranno realizzare proprio per la condizione di emarginazione in cui si trovano. E sono proprio la rabbia e la frustrazione verso una società che li discrimina che porta i quattro a vivere al limite della legalità, scorrazzando in auto per le strade di Lubiana con la musica a tutto volume, provocando la polizia e consumando droga, fino al drammatico epilogo: un episodio che segnerà il punto di non ritorno e decreterà la partenza di Marko, il protagonista, spedito a passare alcuni mesi nel villaggio di origine dei genitori, Visoko, alle porte di Sarajevo. Ma anche in Bosnia Marko, cresciuto in Slovenia, si sente straniero – tanto che, in viaggio verso il villaggio, si definirà “sloveno” a chi gli chiede da dove provenga.

Goran Vojnović, regista del film e autore dell’omonimo libro (prossimamente tradotto in italiano), racconta una rabbia universale, quella che abita le periferie delle nostre città. Parla dei sogni di quattro ragazzini emarginati nel loro paese di adozione, ma estranei anche in quello di origine. Narra la frustrazione dei genitori che, emigrati alla ricerca di un futuro migliore, sono divisi tra la nostalgia di casa e le aspettative di un futuro migliore per quei figli che, invece, crescono pieni di rabbia nei confronti di una società che li relega ai margini. Un’ottima colonna sonora arricchisce un film già di per sé notevole.

Foto: kosovodiaspora.org

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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