TUNISIA: Meglio secondi che fuori legge. Ennahdha supera la prova delle urne

Ennahdha ha perso le elezioni, ma ha ottenuto un risultato fondamentale: la piena legittimità nella vita politica della Tunisia. Adesso può riguadagnare il centro della scena, con un’alleanza di governo o come cardine dell’opposizione. L’astensione rivela le regioni dove il malcontento è più diffuso. La rivoluzione del 2011 partiva da lì, ma non ha portato risultati. Potrebbe essere il primo intoppo per il nuovo esecutivo.

Il sorriso del perdente

Ennahdha ha perso, anzi no. Sulla carta è Nidaa Tounis ad aver vinto le elezioni di domenica 26. Il partito guidato da Beji Caid Essebsi ha guadagnato 85 seggi su 217: non la maggioranza assoluta, ma abbastanza per ottenere l’incarico di formare il nuovo governo. Ennahdha si è fermato a 69, venti in meno rispetto ai seggi ottenuti nel 2011 all’assemblea costituente. Ma durante lo spoglio, quando già intuiva di essersi piazzato secondo, il suo presidente Rashid Ghannoushi sorrideva. Mentre telefonava a Essebsi per gli auguri – fatto senza precedenti per quanto riguarda il Maghreb – e quindi riconosceva la sconfitta, Ghannoushi sorrideva. Ha almeno tre buone ragioni per farlo.

Piena legittimità per gli islamisti

Primo. Ennahdha ha ottenuto piena legittimità nella vita democratica della Tunisia. Non era scontato. Poteva finire come Morsi e i Fratelli Musulmani in Egitto, estromessi dalla politica dopo una breve parentesi al potere. Dopo gli omicidi di Belaid e Brahmi, esponenti del Fronte Popolare all’opposizione, la Tunisia aveva davvero vacillato. Ennahdha ha ricevuto la sua dose di “dégage”, come Ben Ali tre anni prima. Invece il voto ha certificato che l’islam politico è parte integrante del panorama tunisino. E con un terzo dei seggi ha un elevato peso specifico nei lavori parlamentari.

Il nodo delle alleanze

Secondo. Ennahdha si ritrova nella migliore posizione per restare al centro della scena, tanto al governo quanto all’opposizione. Se Nidaa vuole garantire stabilità al paese, la via maestra – paradossalmente – è proprio una coalizione con Ennahdha. Questo per due motivi. Da un lato il nodo delle alleanze. Difficile tenere insieme l’Unione Patriottica Libera (UPL, 16 seggi), che ha un programma prettamente liberale, con il rassemblement socialista del Fronte Popolare (15 seggi), che a sua volta respinge alleanze con i liberali moderati di Afek Tounis (8 seggi). Dall’altro lato una collaborazione con Ennahdha è già stata testata: la Costituzione di gennaio nasce proprio da un compromesso con gli islamisti. Se invece Ennahdha non avrà ruoli nell’esecutivo, sarà la bussola dell’opposizione. E al primo intoppo per il governo potrà riguadagnare i consensi perduti.

Aspettando le presidenziali

Terzo. Ennahdha è un partito strutturato e radicato sul territorio. Conta circa 30mila attivisti in tutto il paese. Ha una dialettica interna. Sopravviverà a Ghannoushi. Queste elezioni l’hanno confermato: resta il primo partito in diverse circoscrizioni, a Gabes e Tataouine va persino oltre il 50%. Al contrario, Nidaa è una compagine variamente assortita di esponenti di sinistra, centro, ex dell’RCD (il partito di Ben Ali, oggi disciolto); uomini d’affari, intellettuali, sindacalisti. Come saranno in grado di gestire la fase di governo resta da vedere. Inoltre è nato nel 2012 con l’obiettivo unico di arginare Ennahdha e attorno alla figura di Essebsi. Che è candidato alle presidenziali del 23 novembre: non sarà lui a tenere le redini dell’esecutivo e a cercare sintesi e compromessi in parlamento.

La rivoluzione? Si astiene

Per il nuovo governo gli intoppi possono essere già dietro l’angolo. Un dato da considerare, infatti, è la geografia dell’astensione. Nelle regioni dell’ovest, più povere e isolate, si è votato considerevolmente di meno. Le percentuali più basse si registrano a Sidi Bouzid, Tozeur, Gafsa, Kasserine: esattamente quelle zone da cui partirono le prime proteste.

A Gafsa, ricca di miniere di fosfati e primo polo industriale del paese, nel 2008 ci fu una serrata di sei mesi. Scioperi e manifestazioni vengono indetti tuttora, anche dopo le ultime elezioni. La disoccupazione resta altissima, investimenti non se ne sono visti. Così la compagnia (statale) ha triplicato gli operai (passati dai 9mila del 2010 agli attuali 27mila). Ma la produzione di fosfati è crollata (da 8 a 2,7 milioni di tonnellate in due anni).

Sidi Bouzid non se la passa meglio. È qui che scoppiò il malcontento nel dicembre 2010. Gli investimenti dei governi recenti non hanno lasciato il segno. Qualche strada rifatta, un impianto della Danone aperto fuori città, nient’altro. La disoccupazione è almeno il doppio della media nazionale (che si attesta al 15%). Nelle parole di un ragazzo di Sidi Bouzid, che non è andato a votare: “La rivoluzione l’abbiamo fatta per la dignità e per il lavoro; oggi non abbiamo né l’una né l’altro”.

Esigenze di bilancio e disagio sociale

Ecco il problema di fondo. Se non si mette mano al disagio sociale, è possibile che il malcontento cresca di nuovo a livelli di guardia. Su questo punto nessun partito ha dettagliato le misure che vuole adottare. È quindi probabile che il governo darà la precedenza a “far ripartire l’economia”, quindi tagliando la spesa. Così avrà i soldi per politiche sociali efficaci, ma difficilmente riuscirà a evitare scosse sociali rilevanti.

La Cassa generale di compensazione vale come esempio di questo circolo vizioso. Fornisce a prezzi calmierati generi alimentari, energia e benzina per tutti i tunisini. È la seconda voce di spesa, con 5,5 miliardi di dinari. In altre parole: permette a migliaia di famiglie di mantenere un certo livello di vita (e di consumi), ma pesa molto sul bilancio. In campagna elettorale sia Nidaa che Ennahdha hanno riconosciuto che bisognava riformarla. Ma per non perdere voti, nessuno ha osato dire come.

Foto: Reuters/Zoubeir Souissi

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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