TUNISIA: L’esercito blinda le elezioni, bloccata sospetta cellula jihadista

 

Sei morti e tre feriti a Oued Ellil, sobborgo a nord-ovest di Tunisi. È finito così dopo 26 ore l’assedio all’abitazione dove dalla mattina di giovedì 23 ottobre erano asserragliati due uomini, Aymen Chtoubi e Houssem Troudi, insieme a sei donne e due bambini. Erano sospettati di preparare un attentato in occasione delle elezioni di domenica 26. Le forze speciali hanno fatto irruzione dopo una giornata di sparatorie e una notte di negoziati. Chtoubi è stato ucciso, Troudi ferito. Hanno perso la vita anche cinque donne, che avrebbero risposto al fuoco con dei kalashnikov. La sesta e uno dei bambini sono stati feriti e portati in ospedale. Illeso l’altro bambino. Il bersaglio degli attentatori doveva essere un politico di primo piano (forse Ahmed Nejib Shebbi, leader del partito al-Joumhouri), rivela un portavoce del ministero dell’interno.

L’allerta nata nelle ultime settimane

Da alcune settimane forze speciali e militari sono impegnati in diverse operazioni contro i gruppi jihadisti presenti sul territorio, soprattutto a Jendouba, Siliane, Kef (nel nord-ovest) e a Kasserine (ovest). A metà ottobre la polizia ha arrestato due donne sospettate di legami con gruppi jihadisti. Una di loro avrebbe gestito i contatti fra le cellule jihadiste tunisine e Abu Ayad, leader della più organizzata Ansar al-Shari’a in Tunisia (Sostenitori della Legge Islamica), che in questo momento si trova in Libia. Ma è con un’operazione svolta nelle prime ore di giovedì 23 a Qibili, nel sud della Tunisia, che si è scoperta la cellula attiva nella capitale. Gli arrestati, infatti, avrebbero fornito indicazioni utili alla sua identificazione. Il giorno stesso il governo ha deciso di chiudere i valichi di Ras Jedir e Dehiba per evitare infiltrazioni dalla Libia e ridurre il rischio di attentati in occasione delle elezioni.

La roccaforte sul Jebel Shaambi

È dal 2011, all’indomani della rivoluzione, che elementi jihadisti hanno iniziato a operare nel paese. La loro roccaforte è il monte Shaambi, una ventina di chilometri a nord-ovest di Kasserine quindi a ridosso del confine con l’Algeria. Proprio in quest’area il governo ha istituito una zona militare speciale dove gli eserciti di Tunisia e Algeria operano congiuntamente con retate e bombardamenti per smantellare le cellule jihadiste. Il compito è reso difficile dalla presenza di grotte e dalla scarsa collaborazione degli abitanti dei villaggi.
La situazione ha iniziato ad aggravarsi all’indomani della guerra in Mali. L’intervento francese infatti ha spinto alcuni gruppi combattenti a rifugiarsi non solo in Libia (dove sono tuttora attivi) e nel sud dell’Algeria, ma anche in Tunisia. Nel 2013 questi gruppi hanno compiuto una serie di imboscate nella zona del monte Shaambi, fra cui l’attentato che il 17 luglio è costato la vita a 14 soldati tunisini. Ma hanno operato anche nel resto del paese: su di loro ricadono i sospetti per gli assassini di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, esponenti del Fronte Popolare, e sono ritenuti responsabili dell’attacco all’ambasciata americana a Tunisi nel settembre 2012.

La jihad tunisina si riorganizza

Sembra che esistano legami sempre più stretti fra i gruppi jihadisti tunisini e la principale organizzazione attiva in Algeria, al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI). Benché non sia stata ancora registrata un’affiliazione ufficiale fra i due gruppi, i contatti sono frequenti e le tattiche di guerriglia adoperate sono identiche. La confusione regna anche sulle sigle con cui si presentano i jihadisti. L’attacco del 17 luglio 2013 è stato rivendicato dalla brigata Uqba ibn Nafa’a, con un comunicato apparso sul profilo facebook di Ansar al-Shari’a. Nel gennaio di quest’anno l’attuale leader di AQMI, l’algerino Abdelmalek Droukdel, avrebbe affidato a Khaled Chaieb il compito di unificare la brigata Uqba ibn Nafa’a con la sezione tunisina di Ansar al-Shari’a. Chaieb, ex studente di chimica ed esperto di esplosivi con passaporto algerino, dovrebbe così riorganizzare i gruppi momentaneamente privi della guida di Abu Ayad, impegnato in Libia.

Foto: Fadel Senna/AFP

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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