I curdi muoiono. I turchi stanno a guardare

Non moriranno soldati americani per difendere Kobane, non ci sarà alcun intervento turco in aiuto dei curdi impegnati nella lotta di resistenza contro le armate dell’ISIS, Queste le parole che arrivano da Washington e Ankara, per bocca del Segretario di Stato americano, John Kerry, e del presidente turco Erdogan. La Turchia fa parte della coalizione messa in piedi dagli Stati Uniti per combattere l’ISIS e da Washington fanno pressioni perché i militari di Ankara intervengano. Ma nulla succede.

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L’esercito turco guarda il massacro di Kobane, osserva dai binocoli l’artiglieria dei fondamentalisti che colpisce la città mentre i combattenti curdi cercano di evacuare la popolazione. E resta immobile. Una lunga e impassibile fila di carroarmati puntati in direzione della città. Basterebbe un passo. Ma i “nostri” arrivano solo nei film. Nella realtà ci sono interessi di parte, manovre politiche, che spingono Ankara a prendere tempo.

La mente va subito a un precedente odioso, quello di Varsavia nel 1944, quando i polacchi insorsero per liberare la città dai nazisti mentre le truppe sovietiche avanzavano verso la Polonia. Ma l’esercito di Stalin si fermò sull’altra sponda della Vistola a contemplare il massacro. Per sessantatré giorni la città resistette e poi, dopo che tutti furono morti, cedette alla repressione nazista che la rase letteralmente al suolo distruggendo il 97% degli edifici. Compiuta la vendetta, i tedeschi se andarono. A quel punto, sulle macerie fumanti, entrò l’Armata Rossa. Stalin attese che i nazisti facessero il lavoro sporco perché così gli conveniva: annientata la resistenza polacca, uccisa la “meglio gioventù”, decapitata la classe dirigente, nessuno in futuro avrebbe complicato i piani di dominio sovietici. La Polonia, piegata, venne privata della libertà e annessa all’impero sovietico. Non c’era più nessuno per opporsi.

Così ai turchi conviene stare a guardare il massacro. Che si uccidano tra loro, prima di tutto, poi Ankara interverrà. Ma prima meglio liberarsi di questi curdi, non sia mai che in futuro pretendano qualcosa.

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Un paragone ingrato, forse eccessivo. Perché i primi a morire dovrebbero essere soldati turchi? Perché i turchi sì e gli americani no? Ci sono membri Nato più uguali degli altri, evidentemente. Perché una sanguinosa operazione via terra, in quella giungla di macerie che è la Siria, la deve fare la sola Turchia? La Siria è uno stato sovrano, esiste ancora un presidente, e varcarne i confini senza una formale richiesta di Damasco non è così semplice come la fanno a Washington. Sarebbe una guerra vera, senza droni telecomandati, ma conquistando le città strada per strada, ammazzando civili – come è inevitabile in ogni operazione via terra – e a costo di perdite altissime. Il successo non è garantito e la ricompensa non è certa. Ecco perché Ankara aspetta.

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Tutti sappiamo della discriminazione subita dai curdi in Turchia, tutti sappiamo della controversa lotta di resistenza del PKK. Le radici dell’odio tra curdi e turchi affondano nel passato, quando Ataturk non mantenne la promessa di uno stato turco-curdo e scelse la via del nazionalismo. Ma sappiamo anche che oggi i curdi sono la base elettorale di Erdogan. L’esercito, cui è affidata la difesa dell’ordine repubblicano, è tradizionalmente ostile ai partiti musulmani e in passato è intervenuto per rimuoverli, quando eletti, sostituendoli con giunte o governi amici. Ancora oggi è una spina nel fianco per Erdogan, un’arma a doppio taglio che va usata con cautela. 

E’ vero, i turchi hanno guardato cadere Kobane senza far nulla. E’ vero, molti ne hanno gioito in Turchia (e all’estero, basta dare un’occhiata a cosa c’è scritto sui social-network). Ma è anche vero che una guerra non si fa alla leggera, che il paese va anzitutto difeso e che difficilmente l’ISIS attaccherebbe i turchi senza motivo. Probabilmente Ankara interverrà ma prima bisogna decidere quale sarà la ricompensa. E poi, in caso di operazione via terra, cosa sarebbe della Turchia in caso di sconfitta?

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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9 commenti

  1. Emilio Bonaiti

    Con accorata sfiducia scrivete : “Non moriranno soldati americani per difendere Kobane, non ci sarà alcun intervento turco….”
    Domanda: Perché devono morire soldati americani i cui interventi sono stati sempre stigmatizzati dall’opinione pubblica progressista, perché devono intervenire soldati turchi contro i quali l’odio dei Curdi é violentissimo, perché non devono intervenire soldati italiani, spagnoli, e degli altri paesi della NATO?
    Seconda domanda: Come si può intervenire quando i principi pacifisti hanno tanto spazio in Europa, quale sarebbe la reazione dei progressisti, pacifisti , buonisti ecc.ecc.?
    Le “anime belle” scenderebbero in piazza, magari con le Vedove Nere di antica menoria, per proclamare: “NO alla Guerra senza se e senza ma”.

    • Buongiorno Emilio

      “non moriranno soldati americani” lo ha detto Kerry, mi limito a riportarlo. Poi, per risponderle, devo uscire un po’ dal tema e da quanto scritto nel pezzo. Dal mio punto di vista l’ISIS è un risultato indiretto delle operazioni Nato in Medio Oriente, scenario nel quale gli Stati Uniti si sono molto spesi. Ora, fatta la frittata, si chiede ad altri di riparare i danni. Gli altri sono i curdi, a cui anche l’Italia ha spedito il suo carico di cerbottane, e ora i turchi. Ma l’alleanza anti-ISIS l’ha messa in piedi Washington, ed è sempre Washington che guida l’alleanza atlantica. A onori corrispondono oneri.
      Il non intervento americano sembra più una dismissione di responsabilità che una buona volontà a non esacerbare ulteriormente lo scontro con il mondo islamico. In ogni caso, sì, la Nato è in ballo e dovrebbe intervenire in modo organico. E sì, Italia compresa. Ma siccome nessuno ha voglia di intervenire, siccome non c’è nulla da guadagnarci questa volta, si temporeggia.

      Non credo che i pacifisti abbiano peso in Europa. Tanto più che i paesi legati dall’accordo Nato devono fare quanto stabilito e poco conta l’opinione pubblica. Possono protestare, non servirà come non è mai servito. Ci sono guerre in cui un cittadino ha il dovere di chiedersi se l’intervento portato avanti dal suo paese è morale (il concetto di “guerra giusta”), utile (al proprio paese) o necessario. E quindi ha il diritto di esprimere la propria opinione, anche se inascoltato. Ma essere contro alla guerra “senza se e senza ma” è utopico e non serve a regolare le cose di questo mondo. Purtroppo. Infine non confonderei l’eventuale e legittima critica dell’opinione pubblica a un intervento armato con il “pacifismo ideologico” caro a una sinistra oggi minoritaria e fuori dal mondo. Accusare di ideologismo chi porta avanti una critica, dargli del “comunista” o che so io, è solo un modo per delegittimare il dissenso. Ma questa è un’altra storia.

      cordialmente

      Matteo

      • Matteo concordo pienamente con quanto a detto, ho solo un dubbio quando dice che L’isis è un prodotto indiretto degli USA ; bhe li non sono molto d’accordo gli americani hanno addestrati e sovvenzionato le milizie anti Assad in Siria, per i loro interessi adesso questi si sono rivoltati contro adesso sta a loro dover risolvere il problema che hanno creato.
        Regolarmente devono sovvertire governi più o meno democratici senza poi risolvere i problemi che han creato.
        Esempi :Libia, Iraq, Afganistan.

  2. un altro paragone che torna alla mente è quello con sabra e chatila, con l’isis nella parte dei falangisti fascisti cristiani e la turchia nella parte di israele…in ogni caso, mi pare palese che la turchia aspetti che kobane cada per poi scendere tranquillamente a patti con isis, magari per buttare giù assad insieme…insomma, altro che scontro di civiltà, occidente (usa, ue, turchia) e fondamentalismo islamico possono benissimo convivere, quello che fa veramente paura è ancora oggi l’autogoverno popolare, l’egualitarismo, una visione socialista del mondo…tra l’altro la turchia sta palesando quale sia la sua posizione anche in altri modi, tipo arrestare profughi con la scusa di appartenere ad organizzazioni terroristiche e sparare ad alzo zero sui cortei di protesta in tutta la turchia…infatti mi spiegheresti in che senso i curdi sono “la base elettorale” di erdogan? probabilmente è una mia lacuna ma proprio non capisco

    • Salve Matthias

      i curdi sono in buona misura con Erdogan, e senza i loro voti difficilmente avrebbe vinto fin qui. Il “nemico” dei curdi era il nazionalismo turco, il kemalismo. Il nemico dei politici musulmani era il “laicismo” turco, il kemalismo. La vittoria del partito islamico ha scardinato il regime militare e – pian piano – Erdogan è riuscito a emarginare l’esercito e ridurne l’influenza sul parlamento e sulla magistratura. Per farlo ha dovuto ampliare la propria base elettorale, aprendo alle minoranze (armeni, aleviti, curdi) cui sono stati garantiti diritti confessionali o di proprietà che prima non avevano. Questo gli ha portato i consensi dei curdi che lo votano in massa. Erdogan gli ha dato benessere economico, ha iniziato un dialogo che ha disinnescato l’estremismo, ha messo fine all’apartheid di stato. Bisogna considerare soprattutto i milioni di curdi che vivono fuori dalle tradizionali aree curde. In queste ultime è forte il BDP che, però, non considererei un nemico di Erdogan.
      Spero di avere risposto.

      • c’è modo di visionare dati elettorali, magari scorporati su base etnica? comunque grazie della risposta

  3. È vero che l’Akp ha sfondato in alcune zone curde, ma definire i curdi la base elettorale del partito di Erdogan non mi pare corretto. Sicuramente c’è stata una liason fra i curdi ed erdogan, e sicuramente soprattutto nelle prime vittorie dell’akp c’erano tanti voti curdi.
    È innegabile che una parte di loro abbia creduto possibile giungere ad una risoluzione del conflitto attraverso il partito di Erdogan, però sembra che queste illusioni siano ormai passate.
    Apparte a Van, dove ha vinto l’Akp, ad Hakkari, Diarbakyre, Yuksekova e nel cuore del kurdistan turco, il partito di Erdogan non ha raggiunto grandi risultati. I curdi votano ancora in massa i loro partiti (Bdp e co…)

    • Gent. Moyan

      i curdi votano i loro partiti nelle regioni del Kurdistan turco, altrove – come mostrano i risultati elettorali oltre che la semplice testimonianza delle persone – votano in larga misura per Erdogan. Non tutti i curdi sono interessati alla creazione di uno stato curdo, alla gran parte interessa farsi i propri affari senza problemi. Il numero di curdi in Turchia è di circa 18 milioni. Solo 5 milioni circa vivono nel Kurdistan turco. Sono quei 13 milioni a fare la differenza. E il fatto che a Van abbia vinto l’AKP la dice lunga sul consenso dato ad Erdogan anche nello stesso Kurdistan. A questo si deve quindi quella frase in cui li definisco la base elettorale di Erdogan, senza di loro non avrebbe vinto così alla grande… un saluto

      Matteo

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