BOSNIA: Il lavoro che non c'è, nemmeno in campagna elettorale

Domenica i cittadini bosniaci torneranno alle urne per eleggere i loro tre presidenti, un nuovo governo e i membri dei diversi parlamenti del paese. Com’è cambiata la Bosnia ad otto mesi dalle proteste che hanno scosso il paese, portando in piazza migliaia di persone a protestare contro una classe politica corrotta e per il diritto ad una vita dignitosa? E che cosa ne è stato delle richieste di revisione del processo di privatizzazione delle fabbriche avanzate dai plenum, le assemblee di cittadini che si sono formate spontaneamente in seguito alle proteste di febbraio? Povertà, mancanza di lavoro e assenza di prospettive continuano a minare la stabilità socio-economica della Bosnia, mentre i partiti politici e i loro rappresentanti non sembrano aver fatto del lavoro e delle riforme economiche il fulcro della loro campagna elettorale.

Lavoratori: da eroi a vittime

Il mese scorso la notizia della morte di cinque minatori a causa del crollo di una galleria in una miniera vicino a Zenica ha riportato alla luce il dramma di un paese in cui i pochi che hanno un lavoro rischiano la vita ogni giorno nel tentativo di portarlo a termine. Celebrati come eroi del lavoro durante il periodo jugoslavo, i lavoratori ora ne sono diventati le sue vittime, relegate ai margini della società e privati dei necessari mezzi di sopravvivenza. Nuove fabbriche continuano a dichiarare la bancarotta a causa di un processo di privatizzazione condotto in modo irresponsabile e velleitario da un’élite nazionalista che si è arricchita vendendo ciò che rimaneva dell’industria bosniaca e lasciando il paese sul lastrico. L’esempio piu lampante sono gli ormai ex lavoratori della fabbrica di detergenti DITA di Tuzla, i cui macchinari sono andati gradualmente in rovina a causa della gestione irresponsabile dei nuovi proprietari. Dal momento in cui la fabbrica è stata privatizzata, la qualità del detergente prodotta dai lavoratori della DITA è stata abbassata intenzionalmente per poter risparmiare sui costi. In questo modo, però, i macchinari sono stati danneggiati e così l’impresa, già oberata da debiti insoluti, ha dovuto chiudere i battenti, lasciando centinaia di operai sulla strada e in attesa di ricevere gli stipendi arretrati. Eppure alcuni loro figurano ancora tra gli azionisti della fabbrica. Così come i lavoratori della Polihem di Tuzla, un tempo leader nel settore dell’industria chimica bosniaca, che durante il periodo socialista avevano comprato parte delle azioni dell‘hotel “Stella” situato a Neum, sulla costa bosniaca. Nonostante un quarto delle azioni dell’hotel appartenga ancora ai lavoratori, la Federazione di Bosnia-Herzegovina (una delle due entità che compongono il paese) se ne è di fatto appropriata e lo ha incluso tra i beni della cui vendita i lavoratori non potranno beneficiare.

Lavoro e riforme economiche, grandi assenti della campagna elettorale

Queste sono solo due delle molte storie raccontate dai lavoratori e disoccupati bosniaci che sono scesi in strada a febbraio e che hanno popolato i plenum nei mesi a seguire. È pertanto necessario che tra le priorità della nuova classe dirigente rientrino riforme economiche e revisione del processo di privatizzazione, le richieste piu pressanti avanzate dai cittadini durante le sessioni dei plenum. Eppure, nonostante questi punti vengano toccati nei manifesti elettorali di alcuni dei 65 partiti in corsa, il professore ed analista Goran Marković fa notare che difficilmente lavoro e riforme rientreranno tra le priorità della classe politica che uscirà dalle urne, dato che “in Bosnia le élite politiche si trovano d’accordo sulle questioni economiche e sociali piu importanti, che vengono risolte in un modo accettabile per tutti loro. Pertanto praticamente nessuno solleva questi temi”. Ancora una volta, infatti, la campagna elettorale fa leva su questioni legate alla difesa del proprio territorio e del proprio popolo costituente, condita dall’ormai usuale retorica nazionalista. Significativo il clamore destato dal recente annuncio dell’arrivo di sedicenti soldati russi, rivelatesi poi figuranti cosacchi, nella capitale della Republika Srpska, l’entità della Bosnia che da anni minaccia la secessione.

In attesa di recarsi alle urne, metà della popolazione vive al di sotto o sulla soglia di povertà, la disoccupazione giovanile sfiora il 60%, mentre i lavoratori non smettono di reclamare stipendi, contributi e pensioni arretrate. Anche se non fanno piu notizia, i disoccupati di Tuzla che avevano scatenato la rivolta di febbraio continuano a riunirsi ogni mercoledì di fronte al governo e alla corte cantonale, nella speranza che i proprietari delle loro imprese, responsabili del fallimento, restituiscano loro il maltolto.

Photocredit: http://bhprotestfiles.files.wordpress.com/

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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