TURCHIA: L'ISIS conquista Kobane e giunge alle porte d'Europa

La passività turca ha avuto la meglio. I bombardamenti della coalizione sembrano non bastare. Lo Stato Islamico (IS) per la prima volta è alle porte di un paese Nato. Kobane (Ayn al-Arab), città ormai simbolo di resistenza delle forze curde contro i jihadisti nel nordovest della Siria, sta cadendo. Iniziano a sventolare le prime bandiere nere sui palazzi di periferia e si combatte strada per strada. Gli abitanti sono stati quasi tutti evacuati. I combattenti dell’IS da giorni stringono la loro morsa attorno alla città rallentando le possibilità di rifornimento per le milizie curde. L’ondata jihadista è meglio equipaggiata e meglio armata, e l’ipotesi che quello di questi giorni possa essere l’assalto finale prima del confine turco diviene sempre più concreta.

Kobane, sotto il controllo curdo dal 2012, rappresenterebbe una conquista strategicamente fondamentale per le forze jihadiste: non solo gli permetterebbe di controllare in maniera diretta il passaggio di armi, aiuti e rifornimenti, ma adottando un’operazione di accerchiamento, come sta accadendo in queste ore, renderebbe impossibile una reazione militare curda.

In queste settimane convulse il Parlamento turco ha approvato una legge che permetterebbe ad Ankara, in caso di minaccia al proprio interesse nazionale, di intervenire in territorio siriano e iracheno. Un possibile attacco era dato per imminente con lo schieramento di truppe lungo il confine. L’autorizzazione tuttavia, sembra avere più carattere politico che di immediata esecuzione: appare sempre più evidente che Erdogan, a dispetto di enfatiche dichiarazioni, abbia essenzialmente assecondato le richieste americane di prendere una posizione in merito più che intervenire realmente.

Va inoltre ricordato come il Parlamento turco approvò in passato diverse operazioni militari fuori dai propri confini: accadde nell’ottobre 2012 con lo scopo di rovesciare Assad. La stessa decisione fu rinnovata per un altro anno. In entrambi i casi non ne conseguì nessun intervento effettivo. Erdogan sembra continuare nella sua ambigua politica di tenere due piedi in una scarpa: schiera l’esercito lungo il confine, richiede a gran voce una no-fly zone con partecipazione americana nel nord della Siria, ma si dimostra ancora reticente a concedere aiuti all’unica forza in grado di impedire all’IS di giungere fino al confine turco. Più volte infatti il PYD (Democratic Union Party), gruppo siriano curdo affiliato al PKK, ha richiesto armi ed aiuti che sono stati puntualmente ignorati.

Le decisioni di Ankara possono schiudere diversi scenari: la riluttanza turca di concedere aiuti alle forze curde in campo potrebbe far riemergere i vecchi attriti tra governo e PKK rimettendo in discussione il “cessate il fuoco” ancora in vigore. In secondo luogo rimane inevitabile notare che Ankara preferisca politicamente delegittimare le milizie curde più che preoccuparsi seriamente dell’ascesa dello Stato Islamico ormai sempre più vicino. Senza dimenticare il vero obiettivo di Erdogan: far cadere il regime di Assad e ottenere qualche rassicurazione in più in questo senso da Washington.

foto KurdistanTribune

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