KOSOVO: Un paese al bivio. Dalla mafia al potere, verso l'integrazione europea?

Un paese al bivio: è il ritratto del Kosovo che traspare, sin dal titolo, dal libro di Luca Ciccotti e Roberto Magni. Magni ne ha discusso a Trento con Gianfranco Gallo, magistrato anche lui con esperienza in Kosovo, Michele Nardelli del Forum trentino per la pace i diritti umani e Davide Sìghele di Osservatorio Balcani e Caucaso, a pochi giorni dalle celebrazioni dei sei anni dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 18 febbraio 2008.

Tre gli argomenti su cui gli autori hanno voluto focalizzare l’attenzione: Islam, terrorismo (non islamico) e criminalità organizzata come rischi per il Kosovo. Magni, colonnello della Guardia di Finanza con anni di servizio nella provincia balcanica oggi indipendente, ha fatto parte prima della Financial investigation unit della missione Onu UNMIK, incaricata di contrastare i reati dei “colletti bianchi”, in particolare la corruzione, anche da parte di personale internazionale – i primi due ordini d’arresto internazionali sono stati spiccati proprio contro un inglese e un norvegese, funzionari Unmik. Quindi, nella missione europea EULEX, ha diretto il Financial Intelligence Centre dedito al monitoraggio dei flussi finanziari (banche, poste, money transfer, casinò, aziende) superiori ai 10.000 euro o comunque sospette di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.

Un’unità snella, quella di Eulex/FIC (quindici persone, inviate dalla Guardia di Finanza) ma con un triplice mandato: monitorare i flussi finanziare, formare la neonata polizia del Kosovo, ma anche proporre eventuali modifiche legislative in connessione con possibili mancanze nel diritto penale comune e dell’economia in Kosovo. “In particolare, – spiega Magni – in certi casi mancava la previsione normativa del reato, che sarebbe stato perseguibile in Italia. Ad esempio, il reato di peculato prevedeva solo l’accumulazione di denaro o altra cosa mobile, rispetto a casi in cui funzionari si erano appropriati di case o immobili, trasformandole ad esempio da uffici dell’aeroporto in abitazioni private.”

Esiste davvero un pericolo terrorismo islamista nei Balcani?

Il libro si dilunga in particolare sui meccanismi di reclutamento e sostentamento del terrorismo di matrice islamista, ed esplora i legami con quelle ONG religiose utilizzate, coscientemente o meno, come meccanismi di finanziamento. Tuttavia le istituzioni sociali e politiche del Kosovo non sono prive di mezzi per contrastare questi fenomeni, e hanno saputo respingere i tentativi di infiltrazione del fondamentalismo islamista. “E’ il caso dellimam della moschea di Skenderaj – cita Roberto Magni; – dichiarato persona non grata e non essendo cittadino, è stato espulso dal paese. Il Kosovo ha gli strumenti per evitare di cadere nel terrorismo islamico, ma abbiamo voluto dipingere la situazione a tinte un po’ più fosche perchè bisogna tenere alta la guardia, vista la recente indipendenza del paese. Bisogna che la comunità internazionale non lo abbandoni a sè stesso per il rischio di una crescita di questo fenomeno.”

“Il libro è molto interessante, nell’indagine relativa alla criminalità economica organizzata, meno condivisibile nella parte relativa al terrorismo islamista, – nota Michele Nardelli. – Su questo aspetto c’è un luogo comune che associa la presenza islamica con le possibili forme di radicamento del terrorismo. Non dico che non ci siano stati tentativi della corrente wahhabita di insediarsi, però questo è stato un tentativo largamente fallito. Rischia di portarci un po’ fuori strada, il tema del terrorismo islamico nei Balcani oggi non è centrale”. Il caso citato da Nardelli è quello di Maglaj, in Bosnia, parallelo a quanto avvenuto in Kosovo. “2.500-3.000 mujaheddin erano attivi durante il conflitto a Maglaj, in Bosnia centrale. Provarono a fare proseliti sul territorio. La municipalità di Maglaj, dopo la guerra, li ha cacciati: e sono stati gli stessi musulmani bosniaci a farlo. Perché quel tipo di tradizione che loro volevano imporre alla comunità locale non c’entrava nulla con la tradizione islamica storica del territorio. Questi tentativi d’infiltrazione, lautamente finanziati, sono stati sconfitti dalla tradizione culturale locale”.

La criminalità economica organizzata e il rischio degli stati-mafia

Al contrario, sostiene Nardelli, il tema della criminalità organizzata è cruciale, proprio e anche a partire dalla vicenda balcanica. “Si parlava del Kosovo come un paese povero: tradizionalmente il più povero dell’ex Jugoslavia. E’ diventato centro di traffici internazionali di ogni tipo. Non è più povero, anche se resta un’area che non produce. Il ‘lavoro’ avviene solo attorno ai traffici più o meno legali. Necessario resta insistere che l’esito di una guerra di 10 anni è stata la creazione di stati-mafia, in cui la criminalità economica organizzata ha preso un ruolo decisamente significativo.  la criminalità economica organizzata è un fenomeno della modernità e della post-modernità, che ha forti dinamiche di tipo interdipendente con quelle che troviamo nel nostro paese. Dai signori della burocrazia di stato, ai signori della guerra, agli uomini d’affari, si tratta di soggetti che operano con disinvoltura nell’economia globale, inclusa quella del nostro paese.”

“Poi non stupiamoci – continua Nardelli – che oggi la Sacra Corona Unita sia al servizio della mafia balcanica e russa: da manovalanza, i rapporti si sono rovesciati. Anche la ‘ndrangheta è oggi manovalanza della potentissima mafia balcanica. Al tempo della crisi finanziaria di Cipro, quel paese, membro dell’UE e dell’eurozona, era la cassaforte dei processi d’accumulazione criminale.”

Sei anni dopo, un paese dalle istituzioni ancora fragili. L’oblio di Ibrahim Rugova.

In ogni caso il Kosovo resta un paese dalle istituzioni  fragili: “Vuoi perché per anni i serbi avevano escluso gli albanesi dalla vita pubblica e politica sotto Milosevic”, cita Magni, oggi gli ex guerriglieri Uçk si ritrovano ai vertici dell’amministrazione pubblica. “Ma essere un buon combattente non significa essere poi un buon amministratore pubblico. A ritmo velocissimo in Kosovo si è passati dall’imbracciare il mitra al decidere di economia, trasporti, salute. Ma non ci si può improvvisare ministro.” 

Tuttavia, dell’inesperienza degli attuali vertici politici del Kosovo, non è immune da responsabilità la stessa comunità internazionale, secondo Michele Nardelli. Il Kosovo infatti è insieme avvio – col discorso di Milosevic a Kosovo Polje del 28 giugno 1989 – e chiusura – con l’attacco Nato alla Serbia – della “guerra dei dieci anni” di frammentazione della Jugoslavia. “Perché accade questo? Non va dimenticato il ruolo che ebbe Ibrahim Rugova, il ‘Gandhi dei Balcani’ che organizzò una resistenza nonviolenta che tenne la provincia kosovara in una condizione di non-guerra per dieci anni, mentre il conflitto impazzava in tutto il resto del paese. Questo presupponeva l’esistenza di una classe dirigente, che gestiva le istituzioni parallele kosovare.”

“Ma la logica di Dayton – gli accordi che misero fine alla guerra in Bosnia nel 1995, continua Nardelli – avallò il ruolo dei signori della guerra, e anche in Kosovo qualcuno capì che per accreditarsi era necessario prendere le armi. Lì inizia a crescere il potere dell’Uçk, frange finora marginali rispetto alla Ldk, vera rappresentanza degli albanesi del Kosovo, e comincia la fine di Rugova. L’avallo dato all’Uçk ha minato la capacità di resistenza civica che Rugova aveva costruito nel corso degli anni. E questo ha a che fare con la criminalità organizzata: con l’Uçk sono arrivati al potere quelli che erano banditi e ha preso corpo una classe dirigente di signori della guerra più che d’intellettuali o dirigenti. S’è creato uno stato a misura di criminalità organizzata”.

Gli investigatori internazionali e il rischio d’interferenza politica

Anche il ruolo delle organizzazioni internazionali, presenti in maniera sostanziale in Kosovo, va messo in discussione. “Dal punto di vista tecnico, la qualità dei professionisti all’estero è estremamente scadente, − sottolinea Gianfranco Gallo. − Spesso nei processi di selezione viene privilegiata la competenza linguistica piuttosto che tecnica. Se si è troppo bravi, non è possibile andare fino in fondo. I tecnici sono un paravento, ma lo scopo è politico: se si toccano interessi particolari, si viene bloccati. La tecnica giuridica viene spesso piegata alle esigenze della politica internazionale”. Conclusioni simili a quelle a cui era giunta il procuratore svizzero dell’ICTY, Carla Del Ponte, sull’omertà anche degli internazionali attorno al caso Haradinaj, e sulla straordinaria lentezza delle indagini su Hashim Thaçi.

“Esistono fortissimi sospetti che il primo ministro kosovaro Hashim Thaçi sia stato coinvolto nel traffico d’organi (reni) di prigionieri serbi uccisi, durante il conflitto. Eulex ha istituito una task force per investigare sulla questione, ma al suo vertice è stato nominato un americano. Le indagini sono state condotte con molta calma e rilassatezza, c’è molta delusione.”

Kosovo 2014: a che punto siamo?

Come si può riassumere la situazione del Kosovo nel 2014? Prova a tracciare un bilancio Davide Sìghele. “Ad una forte presenza ONU è succeduta una presenza altrettanto forte, ma più legata ai locali, da parte dell’UE. Il Kosovo è de facto indipendente, seppur non riconosciuto tra metà paesi ONU (inclusi Cina, Russia, e cinque paesi UE). Si tengono regolarmente elezioni, più o meno libere; permane la grossa questione della minoranza serba nel nord del paese (Mitrovica nord). Risultati d’integrazione sono ancora ambigui se non fallimentari. I principali politici kosovari, al governo ed opposizione, sono espressione di passata appartenenza all’Uçk, con un controllo di tipo clientelare del voto. Novità in tutta la regione che potrebbe portare cambiamento è che ci sono realtà sociali che non rientrano in queste categorie. Movimenti spesso giovanili o cittadini, con le loro contraddizioni, come Vetevendosje, nazionalista ma fuori dagli schemi clientelari. Iniziano ad esserci proteste studentesche contro la corruzione, come nel caso del rettore dell’Università di Pristina, costretto alle dimissioni per aver portato false pubblicazioni. Una situazione simile è in Bosnia, in un continuo dopoguerra, in cui in queste settimane ci sono state fortissime manifestazioni civiche in tutto il paese, per la prima volta non a carattere etnico nè sostenute o accompagnate dalle ONG organizzate e internazionalizzate. Esistono elementi di cambiamento, ma la situazione permane critica e l’attenzione va mantenuta”.

Il ruolo dell’Europa in questa complessità potrebbe essere decisivo, secondo Nardelli. “L’ingresso nell’Ue avrebbe la forza di estendere a questi paesi dei meccanismi di regolazione che oggi non esistono. Ovviamente se ne inglobano anche le contraddizioni, ma tanto ce le abbiamo in casa ugualmente! La forza del progetto europeo dovrebbe essere in grado di inglobare questi paesi, europei a tutti gli effetti, in un progetto politico.”

Ciò permetterebbe anche una migliore relazione tra locali ed internazionali, in Kosovo, conclude Magni: “oggi i funzionari UE vengono visti come lo straniero invasore che viene a dettare legge in casa nostra anziché come gli altri della nostra comunità; un futuro ingresso nell’Ue permetterebbe di superare queste ed altre contraddizioni che oggi si manifestano drammaticamente”.

 Foto: Novinite

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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