IRAN: Teheran invitata alla conferenza di pace sulla Siria. Anzi no

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon si è visto costretto a ritirare l’invito all’Iran, annunciato meno di ventiquattro ore prima, ai negoziati sulla guerra civile siriana, cominciati il 22 gennaio a Montreux, in Svizzera. L’inclusione all’ultimo momento di Teheran, principale alleato regionale del Presidente Bashar al-Assad, aveva scatenato un tafferuglio diplomatico, innescando una cantilena di proteste da parte soprattutto di Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e di uno dei principali gruppi di opposizione siriana – la Coalizione nazionale siriana – che aveva minacciato di boicottare i negoziati se l’Iran avesse partecipato. La giustificazione principale di questa ostilità è dettata dal fatto che Teheran non ha mai accettato i termini della dichiarazione di Ginevra I del giugno 2012, che prevedeva la creazione di un governo di transizione accettato sia dalle forze pro-Assad che dall’opposizione siriana.

Aggiungi un posto al tavolo? Tuttavia Ban Ki-moon, da sempre convinto dell’importanza dell’inclusione di Teheran al tavolo dei negoziati, sembrava essere riuscito a strappare al ministro degli Esteri Mohammad Jafar Zarif l’impegno a rilasciare a breve una dichiarazione conciliante in cui la Repubblica islamica avrebbe sostenuto i princìpi della conferenza di pace, incluso il comunicato di Ginevra del 2012.  Forte delle rassicurazioni orali degli iraniani, il Segretario generale si è così deciso a esporsi annunciando pubblicamente l’invito all’Iran. L’opposizione di alcuni degli attori coinvolti era pressoché scontata, ma per Ban Ki-moon il rischio sembrava valere la candela. Infatti, nel caso in cui anche l’Iran – praticamente l’ultima stampella internazionale agli Assad rimasta in campo – avesse appoggiato l’ipotesi di un governo di transizione in Siria, il regime siriano avrebbe davvero potuto vacillare. Ma la dichiarazione iraniana non è mai arrivata. Al contrario, Teheran  ha salutato tiepidamente l’inclusione ai negoziati, rifiutando qualsiasi precondizione. Questa posizione è stata rafforzata dalle dichiarazioni di Ali Akbar Velayati, consigliere per la politica estera della Guida suprema Ali Khamenei – che in Iran ha l’ultima parola su ogni decisione – che ha dichiarato che accettare il documento di Ginevra I avrebbe significato “legittimare i terroristi siriani”. Ban Ki-moon, di fronte allo sgambetto iraniano e all’opposizione di Stati Uniti e Arabia Saudita, non ha potuto fare altro che rimangiarsi l’invito.

Qualcosa è cambiato, ma non abbastanza Le probabilità che dall’incontro di Ginevra II emerga una reale soluzione del conflitto siriano, che negli ultimi 3 anni ha causato oltre 130 mila morti, sono minime; dal canto suo la Repubblica islamica continuerà a svolgere un ruolo alla conferenza di pace, anche se dietro le quinte. Per i leader iraniani, tuttavia, si tratta comunque di un’occasione persa: sedere ai tavoli dei negoziati sulla Siria sarebbe stata una buona opportunità politica per confermare il proprio nuovo ruolo nella regione, inaugurato dall’evoluzione positiva dei negoziati sul nucleare iraniano. Il 20 gennaio, infatti, è entrato in vigore l’accordo ad interim tra Iran e comunità internazionale che congela il programma nucleare iraniano – civile per Teheran, con un possibile sviluppo militare secondo l’Occidente – in cambio di un alleggerimento delle sanzioni internazionali contro la Repubblica islamica. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha confermato che l’Iran ha interrotto l’arricchimento dell’uranio al 20% – soglia ritenuta allarmante dalla comunità internazionale – e ha cominciato a diluire al 5% le riserve accumulate. In cambio l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno sospeso alcune sanzioni, in particolar modo sul commercio di prodotti petrolchimici e metalli preziosi. Anche se l’accordo è già in fase di implementazione i prossimi sei mesi saranno decisivi per l’uscita del Paese dall’isolamento diplomatico e le parti possono ancora tirarsi indietro in ogni momento.

L’atteggiamento intransigente dell’Iran sui negoziati siriani, quindi, sembra suggerire la volontà iraniana a mantenere le due questioni – quella del coinvolgimento iraniano nel conflitto in Siria e quella dei negoziati sul nucleare – rigidamente separate. Questo perché molte sono ancora le incognite e, qualora naufragasse lo sforzo diplomatico, Teheran non è certo ancora disposta ad abbandonare il suo unico alleato storico nella regione, Bashar al-Assad.

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