MAROCCO: Chefchaouen, la città blu del Rif, paradiso del kif

Nel corso del mio viaggio in India, compiuto nel 2010, una pittoresca città rimase impressa nella mia mente: Jodhpur. La passione per la fotografia mi aveva da poco folgorato: la famosa “città blu” del Rajasthan fu per me una rivelazione.

Non conoscevo quasi nulla di fotografia. Steve McCurry, il celebre fotografo americano di National Geographic era, a quei tempi, il mio fotografo preferito. Per la verità, uno dei pochi che conoscessi, prima che la scintilla scoccata nella mia testa per la fotografia si trasformasse in un incendio e McCurry, al cospetto di altri grandi maestri del passato e dei giorni nostri, svanisse, nella mia personale classifica di gradimento, come un pezzo di legno che arde al fuoco lento di un camino.

Due passi nei vicoli furono sufficienti per intuire il motivo per cui il buon Steve, nel corso della sua invidiabile vita di fotografo “on the road”, e dei suoi (più di ottanta!) viaggi in India, avesse eletto Jodhpur come una delle mete preferite per i suoi scatti: le pareti azzurro/blu delle case rendevano la città “il paradiso dei fotografi”: i sari colorati delle donne indiane, le mucche per le strade, ogni singolo elemento della strabordante e variopinta vita indiana risaltava su uno splendido sfondo azzurro.

Fotografare a Jodhpur mi parve facile come compiere una battuta di caccia in uno zoo, pescare in un laghetto di pesca facilitata. Una perfetta cornice azzurra abbelliva ogni scatto. Le foto erano quadri, io un maestro del colore. Estasiato, tornai in hotel dopo ore passate a zonzo per le strade, con presunti ottimi scatti ed eccessiva, ingiustificata autostima.

Sorseggiando un tè su una terrazza affacciata sulla città, riguardando le foto della giornata, arrivai quasi a pensare che un giorno avrei emulato il maestro. Una mia foto avrebbe sostituito Sharbat Gulat, la famosa ragazzina afgana dallo sguardo penetrante immortalata da Mccurry, sulla celebre copertina del National Geographic.

Il mio delirio, probabile conseguenza della sostanza aleggiante nell’aria, fu interrotto da un inequivocabile odore. Smisi di smanettare con la mia reflex, alzai la testa e incrociai lo sguardo di un omone alto, biondo, dalla lunga barba e l’aria di un backpacker giramondo: fumava una canna abnorme.

“Do you want to smoke my friend?”

Conversammo per qualche minuto, io e Alan, con scarso feeling e poche soddisfazioni reciproche. Fumare hashish o marijuana, al di là di una sana curiosità che mi aveva portato a provare l’esperienza in passato, mai più di qualche tiro qua e là a casa di amici, non è mai stato uno dei miei passatempi preferiti. Sui “trip” da acido, nonostante il mio amore per i Pink Floyd, ero piuttosto impreparato. Conoscevo vita, morte e “miracoli” di Pablo Escobar, re incontrastato tra i narcotrafficanti del XX secolo, ma i fiumi di facile cocaina, disponibili a Medellin, non mi avevano sedotto. Mai avevo sperimentato, nel corso dei miei lunghi viaggi (fisici e mentali) sudamericani il decantato “pane degli dei”: il peyote. Rifiutai più volte, in Indonesia, la gentile offerta di “magic mushroom”, i funghetti allucinogeni che animano le trasgressive notti di Gili Island.

L’amico inglese era basito. Quanti viaggi inutili! Come si fa a viaggiare rinunciando a “viaggiare”? La vita, a suo modo di vedere le cose, mi aveva concesso un sacco di calci di rigori: io li avevo sbagliati tutti o peggio, non mi ero mai neanche presentato sul dischetto. Ero, ai suoi occhi, uno stupefacente sfigato, lo capii dal suo sguardo. Mi congedò deluso, ormai privo di argomenti.

Di questa memorabile conversazione, una frase mi rimase però impressa: “do you like blue city? Go to Chefchaouen, in Morocco, my friend. It’s a paradise!”

A distanza di due anni decisi di visitare il Marocco: seguii, naturalmente, il consiglio di Alan.

Adagiata in una valle del Rif, la regione montuosa del Marocco settentrionale, la pittoresca cittadina di Chefchaouen, spicca per la sua bellezza.

La medina, la città vecchia, è un dedalo di vicoli lunghi e stretti. Strade e case sono dipinte di azzurro, il colore con cui gli ebrei, fuggiti dall’Europa negli anni ‘30 a causa delle persecuzioni naziste, dipinsero le loro abitazioni. Gli ebrei hanno lasciato la città ormai da anni, ma un azzurro intenso, abbagliante, acceso dalla luce viva del Marocco, la caratterizza ancora ai giorni nostri, donandole una magica atmosfera.

Dichiarata dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, Chefchauoen è, ad oggi, stranamente rimasta fuori dalle principali rotte turistiche del paese. Milioni di turisti si riversano nelle storiche città imperiali di Fes, Meknes, Rabat e Marrakech, sulle dune del deserto marocchino o visitano la splendida Essaouira, affacciata sull’oceano Atlantico. I cinefili si concedono una toccata e fuga a Casablanca, sulle orme di Humphrey Bogart.

Due strambe, singolari categorie di persone sono habituè della “città blu” del Marocco: i fotografi, attratti dalla magica e fotogenica atmosfera del posto, e i fumatori di canne abnormi come Alan, veterani della città, da anni attratti dal “paradiso dell’hashish e della marijuana”. La categoria di persone più in voga negli ostelli della città è, ovviamente, quella dell’artista/fotografo fumatore di canne abnormi.

Vita facile per gli amanti di questo vizio: se vuoi fumare a Chefchaouen e non riesci a trovare il fumo, vuol dire che hai fumato troppo.

Il kif (la cannabis) cresce rigoglioso nel nord del Marocco, cullato da un clima ideale per la coltivazione di questa pianta. L’hashish prodotto in queste valli dalla lavorazione del Kif è forse oggi il migliore al mondo. E’ qui, tra i monti del Rif che si produce circa il 40% del quantitativo mondiale di hashish, un settore che occupa circa ottocentomila persone. Da secoli, gli abitanti del Rif coltivano e fumano cannabis. Oggi la coltivazione di cannabis è illegale in tutto il Marocco, tranne che in questa zona, in cui la coltivazione è lecita, mentre il trasporto e il commercio sono illegali. Un sottile compromesso per salvaguardare la sussistenza di centinaia di migliaia di poveri contadini.

Per tre giorni mi persi a fotografare per le viuzze colorate della città, estasiato come ai tempi di Jodhpur.

Due giorni assolutamente magici, in cui tutti i miei pensieri si colorarono di azzurro. Pensai, tornato in Italia, di ridipingere le pareti della mia stanza di azzurro. Avrei persino convinto mia madre a ridipingere tutto il terrazzo della sua casa di azzurro, vasi delle piante inclusi. Al terzo giorno tutta questa esplosione di azzurro iniziò a darmi alla testa, quasi a nausearmi. Nessuna canna abnorme, credetemi: era tempo di partire.

Ebbi modo, in quei giorni, spinto dalla solita sana curiosità, di visitare una delle numerose fattorie di hashish che si nascondono nel Rif, la catena montuosa che circonda Chefchaouen.

Non fu difficile trovare una delle innumerevoli, sedicenti, “guide turistiche” del posto, ben liete di accompagnare turisti interessati all’acquisto o, come nel mio caso, semplicemente curiosi. Maestri nella lettura del pensiero, sono loro a trovare te, ancor prima che tu possa iniziare a chiedere di loro.

“Amico, io vado avanti, tu seguimi, ma mi raccomando, stai bene a distanza, altrimenti potrei passare dei guai seri!”, mi disse Amine, il cui patentino di guida turistica era un filo sospetto.

Camminai, solitario, per una quarantina di minuti tra le montagne del Rif, senza perder di vista la sfuggente sagoma del mio cicerone. Attraversando rigogliosi campi di canapa, giungemmo ad una piccola fattoria a conduzione famigliare per la produzione di hashish.

Tutto filò liscio. Amine fu utile e gentile, riuscì nella doppia impresa di non farsi arrestare e di tradurre in un discreto inglese tutto ciò che il contadino mi spiegava durante le fasi di trasformazione del kif in hashish.

Sulla strada del ritorno, sempre a debita distanza, mi riaccompagnò fino a un punto in cui, dall’alto, scorsi la la suggestiva macchia blu della città. “Da qui sempre dritto amico, non ti puoi sbagliare”. Ricevuto il compenso per i suoi preziosi servigi di guida, scomparve dalla mia vista in una frazione di secondo, saltellando tra le rocce con l’agilità di una capra di montagna…

Benvenuti a Chefchaouen, la gemma azzurra del Rif, paradiso del kif: qui il reportage fotografico

Chi è Luca Vasconi

Nato a Torino il 24 marzo 1973, fotografo freelance dal 2012. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Torino, dopo alcuni anni di vita d’ufficio piuttosto deprimenti decide di mettersi in gioco e abbandonare lavoro. Negli anni successivi viaggerà per il mondo alla ricerca dell'umanità variopinta che lo compone.

Leggi anche

shooting in sarajevo

East Journal presenta “Shooting in Sarajevo”, a 25 anni dagli accordi di Dayton

Venerdì 20 novembre alle ore 18.30 presenteremo in diretta Facebook il libro "Shooting in Sarajevo" assieme agli autori: Roberta Biagiarelli, Mario Boccia, Jovan Divjak, Azra Nuhefendić, Luigi Ottani, Gigi Riva, Carlo Saletti.

Un commento

  1. bellissimo articolo. Quanti posti fantastici ci sono in giro per il mondo

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: