ESCLUSIVO Elezioni Azerbaijan: Intervista ad Asim Mollazade, l'alternativa al regime

Intervista con Asim Mollazade, leader del Partito per le Riforme Democratiche in Azerbaigian

 Mercoledì 9 ottobre l’Azerbaigian andrà alle urne per eleggere il suo presidente. Se l’ex repubblica sovietica, governata con pugno di ferro da Ilham Aliyev da un decennio, non è ancora pronta per una svolta in senso democratico (salvo clamorose sorprese il vincitore sarà ancora lui, Aliyev) – i report di molte Ong testimoniano come siano ancora tanti i passi che il paese deve compiere per raggiungere standard democratici soddisfacenti – l’impressione, tuttavia, è che l’Azerbaigian punti decisamente sull’occidente per costruire un paese economicamente più equilibrato, meno legato ai petroldollari del passato, e che in futuro sappia attuare quelle necessarie riforme democratiche per avvicinarsi sempre più all’Europa. Un’Europa che negli ultimi anni, basti pensare al progetto TAP, considera sempre più il gas azero risorsa chiave per la propria sicurezza energetica.

Dott. Mollazade lei è il Presidente del Partito per le Riforme Democratiche. Mi potrebbe illustrare quali sono i principali obiettivi in politica interna ed estera della sua formazione politica?

Il nostro partito è stato fondato nel 2005 allo scopo di dare voce e rappresentanza politica alla classe dei piccoli e medi imprenditori azeri. È un partito ancora giovane, fatto di gente giovane. In politica estera il nostro principale obiettivo è l’integrazione euro-atlantica. Per quanto riguarda la politica interna è nostra volontà cercare di rafforzare la classe media, favorendo la rapida attuazione di riforme democratiche.

L’attuale Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, succeduto al padre nel 2003, è al potere da 10 anni. Come giudica la politica di questo decennio?

Con la salita al potere di Ilham Aliyev nel 2003, il paese ha visto una significativa crescita economica dovuta ai proventi del petrolio. L’Azerbaigian ha sviluppato una serie di settori e sono aumentate opportunità sociali ed economiche. Ma i petroldollari hanno portato all’espansione delle risorse politico-amministrative del partito del presidente…

Il 9 ottobre i cittadini azeri sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente. Cosa pensa di questo appuntamento elettorale? Esiste qualche chance per i partiti di opposizione?

L’Azerbaigian ha sviluppato la sua economia a tal punto che negli ultimi dieci anni il PIL ha fatto registrare tassi di crescita del 30-35%. Questo significa che il partito attualmente al governo si avvicina alle elezioni con una vasta gamma di risorse finanziarie e un forte potenziale. Allo stesso tempo, ahimè, l’opposizione, frammentata in ben nove partiti, ha risorse limitate e programmi deboli per potere essere competitiva in questo appuntamento elettorale. Disunione e conflitti interni l’hanno ulteriormente indebolita riducendo al minimo le sue possibilità di vittoria. Purtroppo oggi le forze di opposizione non sono in grado di competere con le potenzialità del partito di governo.

La visita nel mese di agosto del presidente Vladimir Putin in Azerbaigian è stata considerata da alcuni osservatori occidentali come un passo decisivo verso una collaborazione più profonda tra i due paesi in materia di energia, ma anche come una potenziale minaccia per l’indipendenza energetica dell’Europa. Quali sono le sue opinioni su questo tema?

Innanzitutto la visita di Vladimir Putin è legata alla politica del Cremlino volta a ripristinare in qualche modo l’Unione Sovietica. La Russia cerca la rappresentanza dell’Azerbaigian nell’ Unione doganale e nell’Unione eurasiatica. Tuttavia l’Azerbaigian preferisce non aderire e mantenere relazioni bilaterali con i paesi ex -sovietici. L’incontro con Putin ha portato alla firma di nuovi contratti energetici, ma l’Azerbaigian è riuscito a tenersi fuori da ogni nuova unione! La cooperazione con la Russia in ambito energetico non danneggia in alcun modo quella con i paesi occidentali. L’Azerbaigian considera essenziale per la sua strategia energetica la collaborazione diretta con l’Europa fornendo il gas del Caspio ai mercati europei attraverso vari gasdotti costruiti in direzione est e ovest. In quest’ottica sono già stati realizzati diversi progetti come il TAP (Trans Adriatic Pipeline). L’Azerbaigian sta cercando di attirare altri paesi dell’area del Caspio verso questi progetti. È probabile che la Russia non sia felice di tutto questo, tuttavia l’Azerbaigian è uno stato indipendente e stabilisce la politica energetica sulla base dei propri interessi, non solo di quelli dei paesi vicini.

Un altro importante evento politico nell’area caucasica sono le elezioni presidenziali in Georgia alla fine di ottobre. Secondo lei una sconfitta del Movimento Nazionale Unito del Presidente dimissionario Saakashvili, attualmente all’opposizione nell’esecutivo, muterà l’assetto geopolitico dell’area caucasica favorendo un riavvicinamento a Mosca?

Noi consideriamo molto importante l’esito delle elezioni presidenziali in Georgia. L’attuale presidente Mikheil Saakashvili non parteciperà a queste elezioni, il suo mandato scadrà nel mese di ottobre. Per via delle riforme costituzionali introdotte nel paese lo scorso anno, i poteri presidenziali sono stati significativamente ridotti a favore del primo ministro. È probabile che un candidato della coalizione attualmente al governo vinca le prossime elezioni. Ma forse questo non porterà a cambiamenti significativi nella politica attuale della Georgia. Come altri paesi del Caucaso meridionale la Georgia è vittima di conflitti. Gran parte del suo territorio è sotto occupazione e la Russia ha riconosciuto queste enclavi separatiste come stati indipendenti. Tale situazione non lascia molto sperare che avvengano seri cambiamenti nelle relazioni russo- georgiane. Al contrario i rapporti tra Azerbaigian e Georgia sono molto buoni. L’Azerbaigian ha effettuato diversi investimenti in Georgia. Dal momento che l’Azerbaigian è un paese molto importante per Georgia e Ucraina, le relazioni tra i nostri paesi si sono ulteriormente approfondite sia nell’ambito del GUAM sia del progetto di partenariato orientale. Siamo fiduciosi che questo rapporto aiuterà l’integrazione euro-atlantica di questi due paesi che si considerano a pieno titolo parte dell’Europa.

La parola ‘instabilità’ è sovente usata per descrivere la situazione politica nella regione del Caucaso. Mentre la Georgia deve affrontare i conflitti congelati di Abkhazia e Ossezia del Sud, l’Azerbaigian si confronta con la spinosa questione del Nagorno Karabakh. Vorrei chiederle se vede analogie tra questi conflitti e qual è a suo avviso il ruolo che la Federazione russa può esercitare in quest’area. In altre parole, Lei crede, come sostiene il Cremlino, che la Russia possa svolgere un ruolo determinante di peace-keeping e di stabilizzazione in quest’area geografica?

C’è un fattore che accomuna tutti i conflitti in corso sia nella regione del Caucaso meridionale sia nei territori dell’ex Unione Sovietica nel suo complesso. Se esaminiamo con attenzione la geografia di questi conflitti vediamo che coincidono con la presenza di basi militari russe. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica le basi militari russe hanno operato secondo una logica che si può riassumere brevemente in “dividi, provoca il conflitto e gestisci questo processo”. Questo principio è stato applicato in Georgia nei conflitti con Abkhazia e Ossezia del Sud, in Moldova con la Transnistria e analogamente con il Nagorno Karabakh oggetto di dispute tra Armenia e Azerbaigian. La presenza di un’enorme base militare russa in Armenia, attualmente il paese ex sovietico più legato a Mosca, permette al Cremlino di perseguire una politica attiva nel Caucaso meridionale. L’incapacità di risolvere tali conflitti e la mancanza di influenza delle organizzazioni internazionali dimostra come il fattore russo sia molto forte in questa regione. La Russia non vuole risolvere questi conflitti e le forze internazionali non possono esercitare alcuna significativa influenza.

Secondo lei l’attuale crisi siriana potrebbe avere ripercussioni dirette nell’area del Caspio e del Caucaso in caso di un intervento militare, al momento scongiurato, di Stati Uniti e Francia?

Gli eventi in Siria non possono influenzare direttamente il Caucaso e la regione del Caspio. Anche se, geograficamente parlando, queste regioni sono molto vicine le une alle altre, dal punto di vista politico ci sono grandi differenze. Gli eventi in Siria potrebbero influenzare, seppure indirettamente, la regione del Caucaso meridionale solo se Iran e Russia svolgessero un ruolo attivo in questa crisi appoggiando concretamente il governo di Assad. Per fortuna, al momento, non vi è alcuna prospettiva che lo scenario siriano verrà replicato nel Caucaso.

Foto: Vano Shlamov/Agence France-Presse — Getty Images

Chi è Massimiliano Di Pasquale

laurea alla Bocconi in Economia Aziendale, ha lavorato a Londra come consulente di marketing, per imprese americane e inglesi, nel settore tecnologico. Tornato in Italia si dedica alla cultura, lavorando come consulente e scrittore freelance. E' è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel giugno 2007, con un’intervista all’allora Presidente ucraino Viktor Yushchenko, inizia la sua collaborazione con East, bimestrale di geopolitica sull’est dell’Europa e del mondo. Ha pubblicato il libro fotografico "In Ucraina, immagini per un diario" (2010) e "Ucraina, terra di confine" (2013).

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3 commenti

  1. Cioè, fatemi capire. L’Azerbaigian si affaccia sul Mar Caspio, confina con l’Iran, è di fronte alla regione un tempo chiamata Turkestan, è vicino alla Russia, è immerso nel mondo caucasico … e questo signore va cianciando di “integrazione euro-atlantica dell’Azerbaigian. Avrebbe più senso un’adesione italiana all’Unione Africana o una nostra stretta partnership con l’ANZUS, che ci legherebbe alle vicinissime Australia e Nuova Zelanda.
    Perché non riconoscere la realtà dei fatti ed applicarla alle proprie azioni, invece di lasciarsi accecare dall’ideologia, scivolando pure nel ridicolo ?

  2. Grazie a Dio la sola vicinanza geografica non autorizza o non dovrebbe più autorizzare politiche colonialiste. Contano più la volontà e la storia dei chilometri. Speriamo per l’Azerbaijan che riesca a mantenere equilibrio e ragionevole distanza dagli ingombranti vicini 😉

    • Appunto, Francesco, vediamo quale sarà la volontà degli Azeri e vediamo che prefisso telefonico porta a casa il sig.Mollazade.

      D’accordissimo che non dev’essere la vicinanza geografica ad autorizzare politiche colonialiste. Ma che dire di noi miseri tapini che ospitaiamo ben 109 basi di una potenza straniera, che non ha manco la scusante della vicinanza geografica ?

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