BOSNIA: La fossa comune di Tomasica riapre le ferite di Prijedor

Nel suo libro, il sociologo Aldo Bonomi ha definito Prijedor la “comunità maledetta”. Durante la guerra del 1992-95 Prijedor ha infatti ospitato quattro campi di concentramento, di cui tuttora le autorità locali continuano a negare l’esistenza. Fu il giornalista del Guardian Ed Vulliamy che per primo, nel 1992, fornì le prove dell’esistenza dei campi di Omarska e Trnopolje con foto che non lasciavano dubbi su cosa stesse realmente accadendo in Bosnia Erzegovina. All’inizio delle ostilità venne inoltre imposto ai non appartenenti alla comunità serba residenti a Prijedor e nelle zone limitrofe di legare una fascia bianca al braccio in segno di riconoscimento. Quest’episodio segnò l’inizio di quella che in seguito venne riconosciuta come una campagna di pulizia etnica perpetrata dai serbo-bosniaci ai danni delle comunità musulmana e croata.

La maledizione di Prijedor sembra non avere fine: all’inizio di settembre è stato annunciato il ritrovamento di alcuni resti umani sepolti nei dintorni del complesso minerario di Tomašica, a circa quindici chilometri da Prijedor. Intervistato da East Journal, Ian Hanson, vice-direttore di medicina legale presso la Commissione internazionale per le persone disperse (International Commission on Missing Persons – ICMP) in Bosnia Erzegovina, riferisce che giacevano sepolti sono uno strato di terra alto più di cinque metri. I resti, che non sono ancora stati identificati, potrebbero appartenere a circa cinquanta persone, ma solamente scavando nei dintorni si potrà conoscere il numero esatto delle vittime, che potrebbero anche essere centinaia. Una volta recuperato ciò che rimane dei corpi, comincerà la parte più delicata, che consiste nell’identificazione delle vittime tramite il DNA. Secondo quanto riferito dall’ICMP, 30.000 delle 40.000 vittime dell’ultimo conflitto jugoslavo sono bosniache, e di queste 9.000 risultano ancora disperse.

La fossa comune di Tomašica non è la sola a portare alla luce nuovi corpi a quasi vent’anni dalla fine della guerra. L’ICMP, in collaborazione con la Procura della repubblica e l’Istituto per le persone disperse in Bosnia Erzegovina (MPI), sta lavorando in altri siti. Nell’aprile del 2013 sono iniziati gli scavi nella discarica del comune di Novo Sarajevo, dove si stimano essere presenti altri resti umani appartenenti alle vittime dell’ultimo conflitto. La loro estrazione è complicata dalle tonnellate di spazzatura da cui sono stati ricoperti durante gli ultimi vent’anni. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni, sotto l’immondizia potrebbero essere sepolte circa cento persone.

L’altro sito è la tristemente famosa fossa di Jakarina Kosa, nel complesso minerario di Ljublja, un villaggio nei dintorni di Prijedor. Il territorio è attualmente di proprietà della multinazionale Arcelor Mittal che ha riaperto parte della miniera. Dalla fossa di Jakarina Kosa sono già stati esumati circa 360 corpi, il cui DNA corrisponde a quello di alcuni resti ritrovati nella fossa di Tomašica nel corso dei precedenti scavi effettuati nel 2004 e 2006. Questo rivela che i corpi sono stati dislocati a Tomašica in un secondo momento, con la precisa intenzione di nascondere le prove del genocidio e rendere difficoltosa la loro localizzazione.

Gli scavi continuano, nonostante i problemi di tipo finanziario e logistico. L’ICMP può però contare sull’appoggio della popolazione locale, tanto che alcuni abitanti di Tomašica hanno supplito alla mancanza di macchinari prestando i propri. Un altro problema è rappresentato dalle condizioni meteorologiche, visto che l’inverno e le piogge si avvicinano minacciando di rendere difficile la rimozione della terra che copre la fossa. Se non ci saranno complicazioni, entro fine anno sarà possibile dare un nome alle vittime sepolte a Tomašica.

Nel frattempo, il 21 settembre i giovani di Prijedor hanno celebrato la Giornata internazionale della pace assieme a quelli dei villaggi vicini, riunendosi nella piattaforma Mladi za pomirenje, “Giovani per la riconciliazione”. Nella piattaforma sono confluite alcune associazioni giovanili appartenenti alle diverse comunità della zona. La riconciliazione, almeno tra le nuove generazioni, sembra possibile.

 Foto: DVI-Forensic

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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2 commenti

  1. Emilio Bonaiti

    Sarebbe bella la pacificazione tra i figli degli assassini e degli assassinati. Il sangue nella storia si secca presto….

  2. articolo interessante e ben scritto, l’argomento è di quelli che toccano profondamente le coscienze.
    Avete la possibilità di inviarmi del materiale, riferito al Kosovo, simile a questo che riguarda i fatti bosniaci?
    mi riferisco alle stragi di Klecka, di Trepcka, Brest Litovsk, la strage degli intellettuali di Mitrovica ecc, è solo per approfondire alcune mie lacune cognitve, vi ringrazio anticipatamente.

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