TURCHIA: La protesta silenziosa di Taksim. Fermi in piedi guardando Ataturk

Ormai ci conoscete, sapete distinguere un’opinione da un fatto, e sapete che abbiamo l’onestà di non vendervi le nostre idee come verità. Quando non siamo d’accordo abbiamo l’abitudine a dirlo, e non ci piacciono troppo le semplificazioni del nostro giornalismo. Ma veniamo al punto.

Leggo l’entusiasmo corale della stampa nostrana nell’apprendere che un uomo, Erdem Gunduz, coreografo e artista turco, dal pomeriggio del 17 giugno se ne sta in piedi, in piazza Taksim, in segno di protesta. Una bellissima protesta, un gesto simbolico di sfida al potere oppressivo esercitato da primo ministro Erdogan. Erdem Gunduz è stato subito imitato da molti giovani. Erdem se ne sta lì, silenzioso, con lo sguardo rivolto verso il centro culturale Ataturk. Abbiamo più volte spiegato che piazza Taksim è da sempre un simbolo del kemalismo, ovvero dell’ideologia politica derivata da Mustafa Kemal, poi fregiatosi dell’epiteto di Ataturk, “padre dei turchi”. In piazza Taksim si erge il monumento alla Repubblica (inaugurato nel 1928 commemora la guerra d’indipendenza turca guidata da Ataturk). La decisione di Erdogan di far sorgere nella piazza un centro commerciale ha quindi suscitato la reazione degli ambientalisti, e di tanti giovani stanchi di un governo oppressivo, come pure dei kemalisti, che vi vedevano lo sfregio dell’eredità di Ataturk ad opera di un governo islamico che per di più vuole edificarci una moschea gigantesca.

Il problema è che il kemalismo non è un’ideologia politica democratica e con il pretesto della laicità ha sempre rovesciato (attraverso l’esercito, garante della nazione fondata da Ataturk) tutti i governi eletti nelle poche votazioni pluri-partitiche andate in scena nel paese dal dopoguerra in poi. Nel 1960, poi nel 1971 e infine nel 1980 tre colpi di stato rovesciarono governi che, di fatto, minavano la supremazia dell’esercito. Ancora nel 1995 (l’altroieri) la vittoria del partito islamico Refah, che aveva abbandonato l’Islam politico per farne un semplice riferimento culturale, viene contestata dall’esercito che pone un ultimatum in seguito al quale il governo si dimette per evitare un nuovo intervento dei carroarmati.

Lo stesso Ataturk aveva conferito all’esercito un potere di “garanzia” sul regime da lui fondato a seguito della caduta dell’Impero Ottomano. Quella di Mustafa Kemal era un’idea politica non dissimile, benché “terza”, al fascismo e la bolscevismo: corporativa, militare, gerarchica. E un pochetto razzista, com’era moda all’epoca: “chi non è un puro turco ha solo un diritto in questo paese, il diritto alla schiavitù” tuonava il ministro della Giustizia di Ataturk nel 1930. E Afet Inan, figlia adottiva di Kemal, studiò presso il teorico razzista svizzero Pittard e contribuì alla radicalizzazione in senso razzista del nazionalismo turco. Siamo negli anni Trenta e Kemal era ancora vivo. Nel 1937 si procedette a misurazioni antropometriche sui crani di 64mila turchi per dimostrare l’origine ariana della razza turca. Può sembrare assurdo, ma è successo. Infine il kemalismo è “laico” nella misura in cui ogni buon turco debba essere musulmano: ne consegue una vita difficile per le minoranze (aleviti sciiti, armeni, greci ortodossi, curdi).

Qui non si intende demonizzare Ataturk, sia chiaro, quanto spiegare che il kemalismo non è un’ideologia democratica, che non si radica in valori come la tolleranza e le libertà individuali, e che fino all’inizio degli anni Duemila teneva la Turchia sotto un controllo autoritario (ricordo di nuovo i tre colpi di Stato). E non s’intende nemmeno stigmatizzare le proteste che anzi, in cuor mio, osservo con speranza.

È ovvio che una protesta come quella in corso comprenda di tutto, ed è pure ovvio che in un paese dove i bambini alla mattina devono recitare i “detti” di Ataturk non possa far meno di produrre un culto della personalità. La domanda è: siamo sicuri sia il caso di applaudire al signor Erdem Gunduz? Contro cosa protesta il signor Erdem Gunduz? Contro Erdogan, certo, ma quale Erdogan? L’oppressore della democrazia o l’islamico anti-kemalista? Quelli che con lui protestano cosa vogliono? Maggiori libertà per tutti o la caduta di un governo islamico che a loro proprio non va giù? Insomma, il loro problema è la democrazia o l’islam politico?

Qualcuno dirà che l’islam non si concilia con la democrazia e che quindi, chiedendo le dimissioni di un governo islamico, essi chiedono di fatto la democrazia. Non è la mia opinione. L’islamismo in Turchia ha fatto parecchia strada e se, almeno fino agli anni Ottanta, i partiti musulmani vedevano nella religione il loro modello politico (come in Iran, per intenderci), oggi questo non è più vero: già il Refah aveva abbandonato l’islam come riferimento politico facendone solo un riferimento culturale. L’Akp, insomma, non è un partito di radicalisti islamici ma l’espressione di un sentire diffuso in una Turchia che vuole essere moderna senza abbandonare la religione.

A Sivas, città dell’Anatolia centrale, hanno subito preso da esempio l’iniziativa e un gruppo di giovani si è messo in piedi, silenzioso, davanti all’Hotel Madimak. Qui, nel 1993, circa ventimila salafiti (musulmani radicali sunniti) hanno massacrato trentatrè persone, tutti aleviti (musulmani sciiti) riuniti nell’hotel per festeggiare la ricorrenza di Pir Sultan Abdal, poeta medievale alevita. Anche in questo caso la protesta assume un carattere più anti-religioso che pro-democratico.

Quelle presentate qui sono valutazioni su cui si può non essere d’accordo, per carità, ma che vanno fatte se non vogliamo leggere la vicenda turca con l’abituale superficialità a cui il giornalismo italiano ci ha abituati.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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6 commenti

  1. o matteo ma non sarà un po’ esagerata tutta questa filologia su ataturk rispetto a quelle manifestazioni? va bene che in piazza taksim c’hanno le magliette stile che guevara con aturk (i simboli si sa, come le parole sono importanti, quando si fa casino, anche se presi un po’ a casaccio) ma tutto sommato sembra folklore da protesta, e collegare le manifestazioni troppo strettamente all’ideologia originaria di kemal sembra un po’ forzato. poi è difficile capirci davvero qualcosa, da qua.

    • ciao Leo

      è possibile che io esageri. Dico che però non tenere conto di questo elemento sia sbagliato. E dici bene i simboli, anche se presi a casaccio, sono importanti. Personalmente non condivido del tutto la vulgata entusiastica sulle proteste turche. Posso sbagliare, anzi lo spero, e credo ci siano anche altri elementi, direi preponderanti, rispetto al kemalismo. Ma il kemalismo va preso in considerazione. Tutto qui. E bisogna spiegare il kemalismo cos’è. Non cerco ragioni o torti, bianchi o neri: penso che la protesta turca sia molto complessa (poiché complessa è la società turca) e io la guardo come uno che ha la democrazia come termine di paragone. Infine, se esagero, per fortuna pubblico autori che non la pensano come me per bilanciarmi. Il mio timore, negli estremismi di queste situazioni, è di passare per pro-Erdogan, cosa che non sono. Vorrei “mostrare” quanti più aspetti possibili, pur da qui. Non credo molto nel valore dell’esserci. Se uno fa un reportage da piazza Taksim tutto invasato per le proteste (e ne ho letti così), mi chiedo quale valore di oggettività abbia più di una mia opinione da osservatore a distanza. Non credere, anche io sono molto incerto quando scrivo. Vedremo come va a finire, e non “finirà” prima dell’esito delle elezioni del 2014 secondo me.

  2. Bonaiti Emilio

    Le manifestazioni contro il premier turco a mio giudizio nascono dal timore che sia in corso una islamizzazione “strisciante” della società turca, forse l’unica laica nei paesi islamici, per attuare una repubblica islamica fondata sul Corano. . Quando si vuole abbattere un parco per costruire una gigantesca moschea, quando si stabilisce il divieto di vendita degli alcolici, per adesso nelle vicinanze delle moschee, quando si proibisce ai giovani di baciarsi in pubblico, quando si invitano le donne turche a fare almeno tre figli, quando la voce delle minoranze con uno sbarramento elettorale del 10% è estremamente fievole, alla luce di quanto è accaduto nei paesi arabi il dubbio non sembra infondato, anche se il nostro onorevole ministro degli Esteri rassicurante sostiene: “I turchi non sono arabi”.

    • Egr. sig Bonaiti

      quello che dice riguardo alle limitazioni è vero. Ma non sono d’accordo sul fatto che Erdogan voglia instaurare una repubblica islamica fondata sul Corano. Il suo partito non è islamista. Personalmente non ho nessuna stima di Erdogan, sia chiaro. Ma nemmeno ne ho del kemalismo, dei colpi di stato, della repressione delle minoranze (lo sbarramento al 10% c’era già prima di Erdogan). Ora, tra queste due turchie forse ce n’è una terza, quella di Taksim. Cerco solo di mostrare come quella di Taksim non sia omogenea, e come (secondo me) il riferimento ideologico ad Ataturk non sia (né moralmente, né politicamente) meno pericoloso di quello all’islam. Sulle dichiarazioni del ministro Bonino: io le ho interpretate così: “i turchi non sono arabi” quindi la protesta non è una disorganica lotta al tiranno ma un movimento portatore di richieste democratiche, perché la Turchia è più “occidentale” dei paesi arabi ha rivendicazioni simili a quelle che in “occidente” potremmo avere.

    • però è vero, i turchi non sono arabi 🙂

  3. Il ministro Emma Bonino ha detto una delle sue solite stupidaggini filoamericane, quasi che i sommovimenti che interessano il vicino Oriente in questi ultimi anni non avessero una matrice comune, figlia di quello scontro tra “occidentalizzazione” e preservazione della propria identità culturale da parte dei popoli islamici che sta diventando il vero fulcro del del dibattito nell’Islam.

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