SIRIA: E l'Unione Europea interrompe l'embargo sulle armi. La gente muore e Bruxelles specula

E l’Europa getta la maschera. La sera di lunedì 27 maggio i ministri degli Esteri dei paesi dell’Unione Europea, riuniti a Bruxelles, hanno deciso di non estendere ulteriormente l’embargo sulla vendita delle armi alla Siria che durava dal maggio 2011. Tradotto: via libera alla vendita di armi ai ribelli al fine di rafforzarne la capacità bellica contro Assad. Era una questione aperta da tempo, e ad alcuni paesi dell’Unione questo embargo proprio non andava giù, Gran Bretagna in testa che da mesi ormai ha propri “osservatori” in Siria. Non a caso a dare l’annuncio è stato Wiliam Hague, ministro degli Esteri britannico, che ha aggiunto che al momento il Regno Unito non ha intenzione di inviare armi all’opposizione siriana. E’ stata poi Catherine Ashton, capo della diplomazia europea (pure lei britannica), a riassumere in un comunicato i punti dell’accordo raggiunto dai ministri UE. In sostanza se da un lato si potranno vendere armi ai ribelli, dall’altro si proseguirà nelle misure restrittive nei confronti di al-Assad quali il congelamento dei beni, le restrizioni sul commercio di petrolio e quelle sulle transazioni finanziarie. L’Europa ha dunque scelto: contro Assad e con i ribelli.

La posizione dei vari stati

Secondo quanto riportato dal Post, Francia e Gran Bretagna hanno spinto per cancellare l’embargo sulle armi, in modo da poter iniziare a venderle ai ribelli. Già a metà marzo i due paesi si erano detti pronti a inviare armi alla Coalizione Nazionale Siriana – unica opposizione civile riconosciuta a livello internazionale – anche senza l’appoggio dell’Unione Europea. Austria, Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda e Svezia avrebbero invece preferito estendere l’embargo sulla vendita di armi per altri 12 mesi: il ministro degli Esteri austriaco ha sintetizzato questa posizione dicendo che inviare armi è “contro i principi” dell’Europa, che è una “comunità di pace”. Germania e Italia si sono astenute.

Armi chimiche?

Nessuno qui “tifa” per il regime di al-Assad, sia chiaro, ma dopo che Human Right Watch ha dichiarato che i ribelli hanno compiuto crimini di guerra e dopo la relazione, sempre dell’Onu, che registra l’uso di armi chimiche da parte dei ribelli (e non dell’esercito di al-Assad), era lecito attendersi un poco di equidistanzaProprio sulle armi chimiche Carla Del Ponte, membro della Commissione Onu che indaga sui crimini di guerra commessi in Siria, ha dichiarato che le armi chimiche, in particolare il gas nervino, sono state utilizzate da “oppositori e resistenti”. Eppure, proprio la scorsa settimana, il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta sulle armi chimiche in Siria, realizzata per la prima volta da due giornalisti occidentali, nella quale si denuncia il regime di al-Assad. Chi ha ragione?

Un pasticciaccio brutto

Lealisti e ribelli combattono una guerra dove non ci sono “buoni” e “cattivi”. Da un lato l’esercito regolare siriano, espressione di un potere autarchico e repressivo; dall’altra una miriade di gruppuscoli che vanno dai fondamentalisti islamici wahabbiti, a hezbollah, alla Coalizione Nazionale Siriana. Un pasticcio complicato dalla presenza sul campo di “osservatori” russi, iraniani, inglesi, ad aiutare le varie parti in conflitto a unico detrimento della popolazione civile.

La diplomazia in confusione

La guerra contro Assad nelle ultime settimane ha registrato più di una battuta d’arresto e la decisione di Bruxelles è una boccata d’aria per le milizie anti-regime. La Russia, dal canto suo, ha criticato la scelta europea. Quel che appare chiaro è che, all’incertezza sul campo, si aggiunge quella diplomatica: Washington e Mosca non riescono a trovare un accordo diplomatico che tuteli gli interessi di entrambi, Teheran teme l’accerchiamento, Ankara soffia sul fuoco per avere la sua fetta, Pechino guarda da lontano ma con interesse. Bruxelles, incapace di esprimere una politica estera concreta, si accontenta di lucrare lasciando alla Gran Bretagna campo libero. Complimenti.

(AP Photo/Bilal Hussein, File)

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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6 commenti

  1. La Bonina, per dirla in parole semplici, non è stata all’altezza.
    Anche meno di Brunetta.

    • La Bonino nulla può se altri stati membri non sono d’accordo. E Brunetta non era ministro degli esteri.

      • x Davide
        La Bonino poteva porre il veto al prolungamento all’embargo alla Siria e non lo ha fatto.
        Tale veto, utilissimo all’Italia ed al popolo siriano, avrebbe, caso mai, essere negoziato in cambio di pari prolungamento al divieto di esportare armi.
        Brunetta non fu certamente Ministro degli Esteri, ma quanto ad altezza mi pare persino superiore a quella della Bonino.

        • No.
          In mancanza di accordo tra i 27, l’embargo si dissolveva in automatico.
          Un veto italiano non avrebbe fatto altro che aggiungersi a quelli di FR e UK, con lo stesso risultato attuale.
          Non esiste un contro-veto.

          • Si.
            Tutti gli embarghi si dissolvevano in automatico.
            Sia quello sulle armi che quello sul petrolio, per esempio.
            In mancanza del rinnovo dell’embargo sulle armi, l’Italia avrebbe potuto mettere il veto al rinnovo (per un anno) agli altri embarghi.
            Non esiste il contro-vetp (che ella scoperta!), ma esisteono i veti incrociati.
            La Bonino, invece, non è stata all’altezza degli interessi dell’Italia.

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