SERBIA: Accordo con il Kosovo, le reazioni e il referendum

DA BELGRADO  –   L’accordo tra Serbia e Kosovo non è stato una sorpresa. Nonostante i recenti timori su una possibile rottura dei negoziati, un esito positivo era nell’aria da tempo e gia’ nei giorni precedenti al 19 aprile diverse fonti ne avevano anticipato l’annuncio. Per ora, anche le prime reazioni in Serbia non si discostano dai margini del prevedibile. A Belgrado, più o meno le stesse corde suonano i due principali volti dell’accordo, il premier serbo Ivica Dačić e il suo vice Aleksandar Vučić. Entrambi sottolineano le condizioni strappate da Belgrado sul filo di lana, riguardo l’Associazione dei Comuni Serbi che si formerà nel nord del Kosovo (essenzialmente tre: 1) il comando unificato di polizia in mano a un kosovaro serbo; 2) la garanzia della NATO sul tenere l’esercito kosovaro fuori dall’Associazione; 3) l’esclusione di qualunque riferimento all’adesione all’ONU del Kosovo). “Di più era impossibile”, è il cuore del discorso di entrambi, che enfatizzano il contesto difficile e le pressioni dell’Unione Europea, ribadendo che l’accordo “non sancisce nessun riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo”.

Gli stati maggiori dei due partiti della maggioranza – i socialisti di Dačić e i progressisti di Vučić – hanno approvato quasi all’unanimita’ l’accordo, che ora deve passare il vaglio del Governo (lunedì 22) e del Parlamento nei giorni successivi. Nell’ iter dell’approvazione che porta alla firma, c’è però un nuovo “ma”, suggerito proprio da Vučić. Il vice-premier ha citato apertamente la possibilità di un referendum sull’accordo. “Chiederemo ai cittadini […] se vedremo che non c’è unità sulla questione”. Per adesso Vučić non ha chiarito le condizioni di un eventuale referendum, che potrebbe modificare sensibilmente gli scenari e le tempistiche della ratifica. Nonche’ del tanto atteso “datum”, cioé la data di inizio dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea, che la Serbia si aspetta di ottenere dall’Europa con la firma dell’accordo di normalizzazione con il Kosovo.

Quanto all’opposizione serba, le posizioni in campo sono ovviamente diversificate. Il Partito Democratico (che poco prima di perdere le elezioni del 2012, gestì la fase iniziale dei negoziati con Pristina) ha dato il suo assenso di massima all’accordo. Ma secondo le parole del leader democratico Dragan Đilas, la condizione è che i partiti di maggioranza “ammettano chiaramente” che il governo ha riconosciuto de facto del Kosovo (una posizione evidentemente strumentale, per cercare d’indurre in contraddizione il governo ed accentuare la presunta impopolarità dell’accordo). I democratici inoltre incalzano su alcune questioni non menzionate nei 15 punti dell’accordo, come le proprietà statali e private in Kosovo, i rifugiati e i luoghi religiosi. Pieno consenso all’accordo danno i liberal-democratici (LDP), da sempre tra i più ferventi sostenitori del riconoscimento del Kosovo. Il DSS dell’ex-presidente Kostunica, invece, ha espresso netta contrarietà e ha organizzato una manifestazione per lunedì pomeriggio nel centro della capitale.

Esplicite manifestazioni di dissenso, almeno a Belgrado, per ora sono state poco più che effimere. Domenica mattina c’è stata una piccola contestazione al premier Dačić durante la maratona di Belgrado – interrotta però da una contro-contestazione che scandiva “Maraton, maraton”. Vi sono stati alcuni, sparuti presidi di gruppi ultra-nazionalisti. Nella mattinata di sabato, non più di una ventina di Radicali hanno manifestato a Trg Republike (Curiosamente, proprio nello stesso momento e ad appena un isolato di distanza, centinaia di giovani assistevano in strada al concerto a sorpresa dei Dubioza Kolektiv, gruppo rock bosniaco impegnato nell’attivismo anti-nazionalista e molto noto in tutta la ex-Jugoslavia. Sarà un aneddoto marginale, ma è sempre un bel segnale vedere che Dubioza batte Šešelj con distacco).

La mobilitazione più significativa di segno nazionalista e’ corsa via sms: ambienti ultra-nazionalisti hanno fatto filtrare i numeri di cellulare di Dačić e Vučić i quali, a loro dire, sono stati bersagliati da migliaia di messaggi con minacce e insulti. Proprio questo sembra il segno della debolezza dell’ultradestra, che affida lo sfogo della protesta ai telefonini perché ormai incapace – almeno, in questa fase – di portare migliaia di cittadini in piazza, come era invece successo nel 2008 dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di Priština.

Diversa, com’era prevedibile, e’ stata la reazione nella comunita’ serba del Kosovo, dove l’opposizione all’accordo è decisamente più palpabile. Rappresentanti della comunità serbo-kosovara hanno informato che non intendono applicare l’accordo, ne’ accettare che le istituzioni vengano poste sotto la sovranità di Pristina. A Kosovska Mitrovica è stata annunciata una mobilitazione per lunedì pomeriggio. Ma, almeno visto da Belgrado (e forse non solo) l’accordo sembra davvero cosa fatta. La firma (referendum o no) dovrebbe davvero arrivare presto. Ora l’attenzione di Belgrado e di Pristina, così come la rabbia dei serbo-kosovari, si rivolgerà ai molti punti (e ai nervi) ancora scoperti.

Foto: Ap

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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Un commento

  1. Il referendum a mio avviso sarebbe un suicidio!E se non passa cosa si fa?Si buttano via anni di trattative??Inoltre questo accordo potrebbe porre le basi per una spartizione del Kosovo,cosa che accontenterebbe i serbi locali.

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