EUROPA: Il dibattito Nord-Sud ci fa dimenticare l'Est

(libertiamo.it) Nel corso degli ultimi anni il dibattito politico europeo si è polarizzato in modo particolare attorno alla dimensione Nord-Sud. Da una parte il Nord “ricco ed egoista” che chiede il rigore – tedeschi, olandesi, finlandesi ed altri individui biondi. Dall’altra il Sud che sgarra, chiede regole più lasche e punta a spendere la garanzia complessiva e solidale dell’intera Eurozona.

In realtà è interessante notare che, quando parliamo di Nord e di Sud, ci stiamo riferendo ad un concetto di Europa territorialmente datato; stiamo parlando, in altre parole, dei paesi del vecchio mondo occidentale e ragionando come se non ci fosse alcuna Europa oltre i confini l’Oder-Neisse.

I paesi dell’Europa dell’Est – sia quelli che si trovano all’interno della zona Euro (Slovenia, Slovacchia ed Estonia), sia quelli che conservano una loro moneta nazionale – non entrano mai veramente nel dibattito, pur contando nel complesso oltre cento milioni di abitanti.

Per tante ragioni storiche, ci si sarebbe forse dovuti aspettare che lo squilibrio politicamente più importante all’interno del nostro continente fosse quello tra Ovest e Est – quello tra chi ha sempre conosciuto, nel dopoguerra, libertà e democrazia e chi, invece, le ha potute scoprire solamente di recente.

Invece l’asse prevalente attorno al quale ruota il dibattito politico continentale è innegabilmente quello geograficamente verticale. Il “malato d’Europa” non è l’Est, è il Sud – e questo è un dato su cui è molto utile una riflessione.

Nei fatti i paesi ex-comunisti sono ancora, nella maggior parte dei casi, più poveri di tutti i paesi occidentali. Pagano, in larga parte, colpe non loro. Pagano i danni di un regime esogeno durato più di quarant’anni, ma, dopo la caduta del muro, hanno provato seriamente a rialzarsi con le loro forze, innescando un circolo virtuoso di crescita e di sviluppo.

Nel 2011 il PIL pro-capite della Grecia era ancora superiore a quello della Polonia e della Slovacchia, ma c’è qualcuno che oggi preferirebbe “scommettere” su Atene, piuttosto che su Varsavia o su Bratislava?

La realtà è che, ad eccezione della pecora nera ungheresei paesi della “nuova Europa” si sono sviluppati in modo strutturalmente solido e sembrano disporre di dinamiche di crescita sane e sostenibili.

E’ vero, sono relativamente poveri; ma hanno anche una spesa pubblica commisurata alle loro possibilità, anzi più che proporzionalmente ridotta rispetto ai paesi “ricchi”, in modo da poter garantire un regime di tasse basse che attiri gli investimenti. In altre parole si sono organizzati attorno a criteri di buon senso liberale.

Riportare l’Est all’interno dell’analisi dell’attuale crisi europea sarebbe oggi importante, in quanto ci aiuterebbe a riconsiderare in maniera meno accondiscente la posizione dei paesi dell’area mediterranea.

Se nel discorso rientra anche l’Europa orientale, allora risulta molto meno convincente l’idea che il Sud possa intestarsi lo status di “zona svantaggiata” e rivendicare con esso una speciale solidarietà comunitaria, anche attraverso prestiti e bail out.

In molti sensi, la sostenibilità economica di paesi meno ricchi di Italia, Grecia, Spagna o Portogallo toglie argomenti al frequente vittimismo dei paesi dell’Europa meridionale e porta a comprendere le vere ragioni della crisi dell’Eurozona, che sono quelle di una spesa pubblica fuori controllo. Da questo punto di vista le resistenze ad intraprendere, nei nostri paesi, una radicale inversione di rotta più che assomigliare ad una “difesa dei deboli” appaiono – nel confronto con altre nazioni – la difesa di lussi e di privilegi.

Se davvero auspichiamo un’Europa solidale, dobbiamo anche avere le idee chiare su chi sono i poveri e su chi sono i ricchi (nota: PIL pro-capite 12.600$ Romania vs. 30.900$ Italia) e sul fatto che la difesa in Italia di un welfare spendaccione, di una massa sterminata di posti pubblici e di una “disoccupazione di lusso” – quando invece altri europei accettano qualsiasi lavoro – non rientrano necessariamente sotto la voce solidarietà.

Foto: Jordi Escuer, Flickr

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4 commenti

  1. “Disoccupazione di lusso”? In cosa consiste, prego? Nello stare a casa a milioni senza sussidi, né reddito di cittadinanza, né speranza di trovare mai più un posto di lavoro manco a volerli accettare o con come unica prospettiva il “qualsiasi” lavoro, cioè lo sfruttamento totale contrabbandato per necessità imposta dalla crisi? Sono schifata da questo articolo, l’unica cosa che mi viene da dire è che c’è da vergognarsi a scrivere certe cose.
    Giuliana Cupi

  2. mi piace molto che qualcuno, a “ovest” si accorga che esiste un “est” con cui fare i conti. I media nostrani parlano a tutte le ore di contrapposizione nord-sud ma mai che ci si ricordi di quella “nuova Europa” che scardina, in tutta evidenza, quella categoria che – a ben vedere – testimonia un modo di pensare “atlantista”, cioè un modo di pensare dimentico che l’Europa non è solo più Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia ma Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca.
    Mi fa piacere che se ne sia accorta una testata, quella da cui il pezzo è stato ripreso, che è di chiara ispirazione “liberal”. Pure troppo “liberal”, quella della “disoccupazione di lusso” in Italia è una “cagata pazzesca” (cit.) visto che è l’unico Paese che non ha un minimo di workfare, niente sussidi, niente reddito di cittadinanza… in questo sto al mille per cento con quanto scritto sopra da Giuliana.

    Matteo Z.

  3. 1. “La realtà è che, ad eccezione della pecora nera ungherese, i paesi della “nuova Europa” si sono sviluppati in modo strutturalmente solido” : e la Romania? (lo so dovrei commentare sul sito originale per avere una risposta…).

    2. Per metà/tre quarti un buon articolo, peccato che le conclusioni siano assolutamente inconsistenti, deboli e populiste (“welfare spendaccione”, “massa sterminata di posti pubblici”, “disoccupazione di lusso”, “altri europei accettano qualsiasi lavoro”)… esistono delle buone argomentazioni anche di ispirazione “liberal” ma queste – che neppure sono argomentazioni – mi sembrano proprio grottesche… degne di un discorso da bar dei peggiori. Ci sono problemi seri in Italia e nei cd. paesi del sud Europa.

  4. La solita paccottiglia liberista. I paesi dell’est sono quasi tutti un disastro. Bulgaria, Romania, Lettonia, Ungheria sono allo sfascio, e gli altri non se la passano affatto bene. Il “circolo virtuoso di crescita e di sviluppo” è consistito solamente nell’attirare aziende occidentali con il basso costo del lavoro e l’assenza di diritti sindacali, e questo bel circolo virtuoso ha trasformato in deserti industriali paesi come l’Italia e la Spagna, senza portare reale benessere all’est. La stessa Polonia che è considerata la “storia di successo” dell’est Europa ha il 20 % di manodopera emigrata all’estero e un’alta disoccupazione. In generale in quei paesi la crescita ha creato una minoranza di arricchiti e una stragrande maggioranza di persone al limite della povertà (il welfare poi è inesistente). Certo la borsa di Varsavia cresce e gli indicatori economici sono apparentemente buoni. Ma la realtà traspare dalla stessa affermazione dell’articolista: — “E’ vero, sono relativamente poveri; ma hanno anche una spesa pubblica commisurata alle loro possibilità, anzi più che proporzionalmente ridotta rispetto ai paesi “ricchi”, in modo da poter garantire un regime di tasse basse che attiri gli investimenti. In altre parole si sono organizzati attorno a criteri di buon senso liberale”– In “altre parole” hanno fatto macelleria sociale, tagliato sanità, pensioni, asili nido, scuole, servizi. Adesso il PIL cresce e la gente crepa, questo è il “buon senso liberale”. I cittadini dell’est stanno facendo da cavie, ma il vero obiettivo della “cura” siamo noi dell’ovest, appena finita la “sperimentazione” ci arriva il cetriolone.

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