GEORGIA: Saakashvili sempre più sotto assedio e l'Europa sempre più lontana

DA MOSCA – Sempre più confusa la situazione politica in Georgia. Da essa si possono ricavare almeno quattro conclusioni: il presidente Mikheil Saakashvili deve misurarsi con un’opposizione popolare (in parte costituita da ex detenuti politici) di cui è difficile valutare le dimensioni, ma che è certamente assai “rumorosa”; il dissidio con il premier Bidzina Ivanishvili è profondo e probabilmente insanabile, soprattutto per quanto riguarda le riforme costituzionali; il capo dello Stato è chiaramente sulla difensiva di fronte alle misure proposte da Ivanishvili con lo scopo di esautorarlo il più possibile; infine, in politica estera Saakashvili sembra rendersi conto di non aver trovato in Occidente l’apprezzamento in cui sperava e che la Georgia in questo campo ha bisogno di considerare bene su chi può puntare e con quali possibilità di successo.

Queste difficoltà sono apparse chiare da quanto è successo all’inizio di febbraio, quando Saakashvili avrebbe dovuto illustrare in parlamento la sua relazione annuale sullo stato del paese. Il movimento “Unità”, del quale fanno parte 40 organizzazioni non governative che chiedono le dimissioni di Saakashvili, aveva invitato il parlamento a non ascoltare questa relazione in agenda per il 6 febbraio. In caso contrario gli attivisti minacciavano di organizzare davanti al parlamento a Kutaisi un “corridoio della vergogna” attraverso il quale avrebbe dovuto passare il capo dello Stato. Ricordiamo che il movimento “Unità”, creato il 27 novembre 2012, dal 20 gennaio sta conducendo davanti al palazzo presidenziale azioni di protesta per chiedere le dimissioni di Saakashvili. Queste dimostrazioni sono motivate dal fatto che il 20 gennaio 2013 avrebbe dovuto scadere il mandato quinquennale del presidente. Tuttavia, secondo gli emendamenti apportati nel 2011 dalla maggioranza, allora pro-Saakashvili, al Codice elettorale, le elezioni si possono convocare solo in ottobre. In tal modo le prossime elezioni presidenziali si dovrebbero svolgere nell’ottobre 2013. Inoltre in tutto il paese si stanno raccogliendo firme in favore delle dimissioni.

Per decisione della maggioranza parlamentare guidata dal premier Ivanishvili, l’intervento annuale del presidente fu effettivamente rinviato a data da destinarsi. In un primo momento, dopo questa decisione, Saakashvili aveva optato per la lettura del suo rapporto in televisione dalla Biblioteca Nazionale, ma una folla di dimostranti a lui ostili gli aveva impedito perfino di entrare nell’edificio. Parte dei dimostranti erano cittadini che avevano ottenuto dal governo Ivanishvili il riconoscimento come “detenuti politici” ed erano stati liberati dalle prigioni georgiane in seguito all’ampia amnistia di gennaio. I manifestanti si dissero decisi a impedire a Saakashvili l’ingresso nell’edificio finché non avesse risposto alla domanda sulle ragioni per cui “i detenuti politici erano stati illegalmente arrestati e condannati senza motivo”.

Alla fine fu deciso che il discorso fosse trasmesso dalla residenza presidenziale. Saakashvili prese a polemizzare con il (relativamente) nuovo premier Bidzina Ivanishvili: “Il nuovo governo – disse – è intenzionato a modificare la Costituzione e, di fatto, a castrare le prerogative del presidente, è intenzionato a restringere anche il ruolo del parlamento. Io sottolineo – proseguì il capo dello Stato – che sono pronto a ridurre le mie prerogative, ma sono contrario alla subordinazione del parlamento al governo”, cioè ad una delle riforme patrocinate da Ivanishvili, desideroso di ampliare i propri poteri. Saakashvili condannò anche la nuova iniziativa del governo per l’abolizione delle elezioni presidenziali dirette e il trasferimento della scelta del presidente al parlamento. È infatti chiaro che con l’approvazione di queste riforme, i poteri di Saakashvili verrebbero praticamente azzerati: Ivanishvili capo del governo, il governo controlla il parlamento, il parlamento elegge il presidente il quale non potrebbe essere che una creatura di Ivanishvili.

Passando alla politica estera, Saakashvili disse di continuare a credere che la Georgia non abbia davanti a sé altra via che quella europea. “La Georgia – affermò – deve continuare l’integrazione nella NATO e nell’Unione Europea”. A suo parere tutte le strade alternative sono “vuote chiacchiere” che non porteranno il paese a nulla. A questo proposito Saakashvili sottolineò che “in ultima analisi, il destino della Georgia non si risolve né a Washington, né a Mosca, ma lo risolverà il popolo georgiano che è diventato molto più esperto e più saggio”. Il presidente ritiene che la gente, compreso il suo partito, abbia imparato molto, soprattutto dopo le ultime elezioni politiche che hanno dato la vittoria al partito Kartuli otsnebi (il “sogno georgiano”) e al suo leader, il nuovo premier Ivanishvili. “Il popolo – così Saakashvili concluse il suo discorso televisivo, – ha visto con i suoi occhi ciò che è bene e ciò che è male”. Per ora non resta che aspettare per vedere se Saakashvili effettivamente si dimetterà (cosa che non sembra intenzionato a fare) o se le elezioni di ottobre veramente si faranno e che risultato produrranno.

 

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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