Ricordare per riconciliarsi. Non abbiamo bisogno del nostro genocidio quotidiano

Puntuale arriva il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, e puntale arrivano le polemiche. Perché questa giornata rischia di non essere vissuta come un ricordo per la riconciliazione, ma piuttosto come i “due minuti d’odio” d’orwelliana memoria. Il significato percepito è quello, auto-assolutorio, del “siamo noi le vittime“. E pertanto possiamo poi ritornare, l’11 febbraio, alla nostra vita quotidiana senza porci troppe domande sulle responsabilità del nostro passato.

Se il mondo politico moderno, fatto di stati-nazione indipendenti e sovrani, era nato con la pace di Westfalia in reazione all’incubo medievale delle guerre di religione, il mondo politico occidentale post-moderno basato sull’interdipendenza è nato nel 1945 in reazione all’incubo dello Stato assoluto e del genocidio perpetrato sui propri stessi cittadini. Su tale evento catalitico, la Shoah, si basa l’identità politica dell’Europa di oggi, un’Europa che ha come proprio altro il sé stesso del passato piuttosto che un diverso attore internazionale. Da qui discende la narrazione canonica della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, e la celebrazione del Giorno della Memoria del 27 gennaio.

Ma il paradigma europeo della memoria della Shoah, canonizzato a partire dalla conferenza di Stoccolma del 2000 (un caso di europeizzazione della memoria, secondo Ljiljana Radonic), non è rimasto intatto. Altri attori politici, soprattutto in quegli stati che ancora hanno problemi di legittimazione tanto interna quanto internazionale, hanno subito intravisto la possibilità di sfruttarne strumentalmente l’effetto di legittimità nell’arena internazionale. Così, sembra diventato necessario, per essere un popolo, aver subito un genocidio nel proprio passato (e paradossalmente: chi davvero tali genocidi li ha subiti, come i circassi, non è qui per raccontarlo).

Ecco, dunque, i croati accusare i serbi per il genocidio di Vukovar, e di converso i serbi accusare i croati per il genocidio della Krajina. Ecco Srebrenica innalzata a memoriale dai politici bosgnacchi e denegata dai politici serbo-bosniaci. Ecco i kosovari basare la legittimità del loro nuovo stato sul concetto di indipendenza-rimedio contro un tentato genocidio. Ecco l’Ucraina utilizzare il ricordo dell’Holodomor per rivendicare maggiore indipendenza da Mosca. Ecco i greco-ciprioti accusare i turchi per il genocidio del 1974. Ecco l’uso politico del riconoscimento del genocidio armeno, da parte della Francia e non solo, contro la Turchia, come prova del suo carattere “non abbastanza europeo” per non aver ancora fatto i conti con il proprio passato. Ecco infine persino l’Azerbaijan sottolineare di aver subito un genocidio per migliorare la propria legittimità internazionale nei confronti del conflitto congelato con l’Armenia e far dimenticare le proprie credenziali poco democratiche.

Ecco, infine, l’Italia compiere l’azione meritoria del discutere e rendere pubblica una pagina troppo a lungo nascosta e dimenticata della propria storia, quella dell’esodo istriano e giuliano-dalmata e delle vittime delle foibe, solo per trasformarla, in linea con la strumentalizzazione del canone europeo della memoria del genocidio, nella prova dell’ingiustizia subita e della propria innocenza in quanto vittima, anche grazie alla facile confusione indotta da due date a neanche due settimane di distanza

Tutti questi esempi rappresentano un meccanismo auto-assolutorio di memoria selettiva che permette di dimenticare completamente i crimini della propria parte, inclusa la pagina altrettanto nera dell’italianizzazione forzata della Venezia Giulia, prima e durante il fascismo, come ricordano lo storico Angelo Del Boca e lo scrittore Alessandro Marzo Magno. Una variante dello stereotipo degli “italiani brava gente“, tanto diffuso quanto falso (basti ricordare Rab e gli altri campi d’internamento dimenticati). E che, peraltro, distorce in maniera fondamentale i fatti storici su cui questa narrazione si fonda: le vittime prime del genocidio europeo furono due popoli – gli ebrei, e gli zingari – che non avevano mai avuto (fino ad allora) uno stato proprio, e che non avevano mai mosso guerra a nessuno.

Queste operazioni di politica storicizzante, che puntano a sfruttare l’effetto di legittimità del canone memoriale della Shoah per altri fini, vanno denunciate per ciò che sono: una distorsione della memoria. Le tragedie del passato vanno ricordate, è certo, e il dolore dei profughi e delle famiglie delle vittime va rispettato, ascoltato, e lenito. Ma non si possono lasciare tali armi memoriali nelle mani di politici interessati solo a sfruttarne la legittimità per i propri fini; vanno commemorate le foibe, non il nazionalismoRicordare deve essere solo il primo passo per riconciliarsi, con sé stessi e con gli altri. Tanti passi sono stati fatti verso la riconciliazione sulle vicende del confine orientale: dal rapporto della commissione mista italo-slovena (poi boicottato), al discorso comune di Napolitano e Josipovic a Pola nel 2011. Tanti restano ancora da fare. Sono queste le cose che andrebbero ricordate, nella Giornata del Ricordo. Non il vittimismo del proprio piccolo genocidio quotidiano.

Foto: Zellaby, da Flickr

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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Un commento

  1. Un bell’articolo.. complimenti !
    M’è piaciuta la frase : “Ma non si possono lasciare tali armi memoriali nelle mani di politici interessati solo a sfruttarne la legittimità per i propri fini; vanno commemorate le foibe, non il nazionalismo.”

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