UNIONE EUROPEA: La revisione dei trattati e il futuro dell'allargamento

Il primo luglio 2013, a scanso di sgambetti sloveni, la Croazia entrerà nell’Unione Europea come 28° stato membro. Da quel momento, e salvo novità a nord-ovest (Islanda e Scozia), dovrebbero passare alcuni anni senza ulteriori allargamenti. Gli altri stati candidati del sud-est Europa, infatti, sono ancora all’inizio del loro processo di negoziato d’adesione, e una misura realistica della durata di tale processo varia tra i cinque e i sette anni (ce ne vollero cinque per la Slovacchia, il caso più rapido, e otto per Bulgaria e Croazia). Realisticamente, l’orizzonte per il prossimo allargamento dell’UE è oggi il 2020.

Il problema fondamentale di una simile prospettiva temporale è che, allo stesso tempo, l’Unione Europea è in flusso: nessuno sa bene dire che tipo di istituzioni saranno in piedi nel 2020, ma quel che è certo è che non potranno essere le stesse di oggi. Secondo l’europarlamentare federalista inglese Andrew Duff, il processo di revisione dei trattati si riaprirà a seguito delle elezioni europee del 2014 e dell’elezione della nuova Commissione. “Il processo di emendamento dei trattati avrà inizio con una Convenzione che aprirà probabilmente nel febbraio 2015, continuerà con una Conferenza Intergovernativa nel 2016 e si concluderà con le ratifiche dei 28 stati membri dell’Unione, secondo i propri requisiti costituzionali, nel 2017. In molteplici paesi, non solo nel Regno Unito, tali requisiti o anche solo la convenienza politica del momento significheranno la tenuta di un referendum“. Sempre che l’Europa non incappi di nuovo nello psicodramma che seguì al rigetto per via referendaria del Trattato Costituzionale nel 2005 in Francia e Olanda, che ha ritardato di quattro anni la riforma dei trattati, o in altri blocchi contrapposti (ad esempio l’Estonia sembra spingere per l’eguaglianza tra tutti gli stati membri nel nuovo Consiglio/Senato UE), i nuovi testi legislativi fondamentali della costruzione politica europea dovrebbero entrare in vigore tra il 2018 e il 2020.

Negli anni scorsi, ha destato preoccupazione la nascita di un fenomeno nuovo: l’euroscetticismo nei paesi candidati. L’incertezza su che forma avrà l’Unione Europea quando i paesi candidati vi accederanno, e l’impossibilità di contribuire a darle forma (più una certa dose di disfattismo) stanno influenzando fortemente il dibattito politico nei paesi candidati, e assieme alla convinzione dei maggiori paesi membri che l’allargamento non sia più una priorità rischiano di danneggiare il soft power europeo nella regione dell’allargamento. Già qualche mese fa la Turchia di Erdogan aveva lanciato il suo ultimatum a Bruxelles: 2023 o mai più. Ora anche in Serbia iniziano a levarsi voci che spingono, complice la maggioranza nazional-conservatrice al governo e lo scoglio del Kosovo, a tralasciare l’integrazione europea e pensare a qualche alternativa più o meno fondata.

Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento ed approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. Ogni allargamento ha spinto alla razionalizzazione delle strutture di gestione comuni, ed ha apportato nuove sensibilità e nuove aree di competenza. Il primo allargamento a Regno Unito, Irlanda e Danimarca nel 1973 è stato fondamentale per la successiva creazione di un mercato unico di libera circolazione delle merci. L’allargamento ai paesi mediterranei post-autoritari negli anni ’80 (Grecia, Spagna, Portogallo) ha dato l’avvio alle attività di sostegno alla democratizzazione. L’adesione dei paesi nordici nel 1995 ha portato e nuove competenze nel campo della protezione ambientale. Il Trattato di Maastricht ha posto le basi per l’allargamento ad est, che di converso ha infine spinto ad una razionalizzazione con il Trattato di Lisbona. L’Unione Europea è stata paragonata ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, il rischio è che anche la discussione sull’approfondimento delle competenze comunitarie si arresti.

Nel 2001, quando venne lanciata la Convenzione europea a Laeken, che avrebbe dovuto scrivere il testo del Trattato Costituzionale, era chiaro che i paesi dell’Europa centro-orientale sarebbero a breve diventati stati membri UE. Per evitare che si ritrovassero a giocare con regole scritte esclusivamente da altri, i rappresentanti di tali paesi furono invitati a partecipare ai lavori della Convenzione e della Conferenza intergovernativa. Lo stesso deve accadere dopo il 2014, quando si “riapriranno i trattati”. Turchia, Serbia, e gli altri paesi candidati vanno invitati a contribuire al dibattito sul futuro della costruzione europea, cui presto prenderanno parte in toto. Potrà essere un modo di garantire che tali paesi restino dedicati al percorso dell’integrazione europea, che la prospettiva d’adesione appaia come un traguardo raggiungibile e non sempre più rimandato (specialmente per la Turchia, che aspetta già da 14 anni), e che l’Unione Europea non sembri qualcosa di esterno, vago, imprendibile e non influenzabile. E’ un modo, insomma, per salvare l’allargamento.

Aggiornamento (30/gen/2013): Andrew Duff ha confermato che la Convenzione 2015 dovrebbe includere anche tutti i paesi candidati. Speriamo che la sua opinione sia condivisa dagli altri gruppi parlamentari.

Traduzione in spagnolo disponibile a cura di Casa Balcanes.

Foto: Andrew Curran, Flickr

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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