Lo spirito del punk e il potere della figa. Mentre l’Italia dorme

RUBRICA: Opinioni ed eresie

Pubblichiamo stralci di un ampio articolo, apparso sul blog degli studenti modenesi, Piattaforma, scritto con intelligenza e acutezza di analisi. Non la solita sterile opinione sulle Pussy Riot ma una riflessione complessa, eretica ed erotica, che porta al cuore del male occidentale: autocompiacimento, impotenza intellettuale, cripto-cattolicesimo e moralismo femminista. Dall’est Europa sembra invece venire una lezione diversa.

Nell’anno in cui sono nato, il 1990, venne dato alle stampe The power of pussy, terzo album della band newyorkese Bongwater. Al di là della qualità dell’opera, vado molto fiero del fatto che questo disco figuri tra le soundtrack possibili per la mia venuta al mondo. […] Nel video della title-track del disco, la cantante e performer Ann Magnuson ripete insistentemente, come un mantra, la parola «pussy» sopra un tappeto sonoro psichedelico fuori tempo massimo, mentre falli eretti inseguono una vagina pelosa dotata di braccia e gambe muscolose. […] Non a caso il 31 luglio, giorni prima che si scatenasse la stampa internazionale, la Magnuson auspicava dal suo profilo twitter la liberazione delle Pussy Riot. […] Le giovani manifestanti sono state in grado di dare risonanza mediatica all’insofferenza per il regime molto più efficacemente di altre personalità accreditate di maggior spessore e rilievo culturale, una fra tutte Anna Politkovskaja.

È a questo punto che si forma il principale nodo problematico: le Pussy Riot sono davvero punk? Rispondere a questa domanda non significa trovare la soluzione ad un quesito di tassonomia musicale. Al contrario: significa capire una volta per tutte se dietro questo fenomeno mediatico si nasconda una qualche autenticità […]. Ammettiamo che le Pussy Riot siano davvero punk. Ebbene, come per molti altri artisti di questo macro-categoria (semplifichiamo), la ragion d’essere della formazione russa è sostanzialmente la subordinazione dell’aspetto musicale all’impellente bisogno di produrre effetti e trasformazioni nella società. [..] Gli atteggiamenti delle prime rockstar istituzionalizzate e i tecnicismi autoreferenziali del progressive rock erano visti come meri divertissement falsamente ribelli di una borghesia sotto sotto compiaciuta di sé. I primi punk, al contrario, erano iscritti alle liste di collocamento. […]

La risposta alla domanda iniziale è quindi: sì, le Pussy Riot sono punk. Che facciano schifo – e lo fanno – è un altro discorso. Nessuno però si ricorderà dunque delle Pussy Riot se non per questo gesto «vandalico», come recita la sentenza, che è valsa loro due anni di carcere. […] Come reazione alla sentenza del Tribunale di Mosca, le attiviste ucraine di Femen hanno alzato il livello dello scontro abbattendo con una sega elettrica una croce di legno eretta a Kiev durante la Rivoluzione Arancione e dedicata ai morti del comunismo. Non è importante il significato del gesto. […] È rilevante invece che durante tutta la dimostrazione le attiviste fossero, come prassi, in topless. Qui si segna la principale linea di demarcazione rispetto al femminismo nostrano. In Ucraina, giovani e avvenenti attiviste protestano esibendo il proprio corpo prive di tentennamenti cripto-cattolici, senza fare dell’intelligenza uno squallido alibi; in Italia, democratiche signore di mezza età affrontano con superficialità ipertiroidea temi complessi come diritti, doveri, dignità e ruoli della donna, annacquandoli nel moralismo e diffondendo la pericolosa convinzione che esista un solo ed unico corpo della donna, una ed una sola modalità (etica, sessuale, civile, estetica ecc.) dell’esser-donna. […]

L’idea di rendere il corpo reagente di un complesso scenario politico, etico e culturale è del tutto assente nella vecchia Europa dell’ovest […]. Le femministe di Femen […] sanno di essere fiche e capiscono che contare sul power of the pussy è un nobile diritto, non una mercificazione, non una reificazione. Se è ancora vero che il medium è il messaggio, gli slogan scritti sui seni hanno la stessa dignità di un manifesto qualsiasi redatto e controfirmato da massimi esponenti del mondo della cultura. L’utilizzo della seduzione e dell’erotismo nella loro portata carnale segna la strada che conduce fuori della retorica intesa come irriflessa verbosità pseudo-etica. Se si ritiene di vedere con nitidezza zone di degrado morale, il metodo più efficace per bonificarle è rivoltare contro il sistema le sue stesse logiche, il suo stesso linguaggio. Se si vuole combattere il fallocentrismo delle società contemporanee e la diffusione di un’immagine di donna-oggetto, la strada meglio percorribile è la riduzione a merce del proprio stesso corpo. […]

La paura del corpo di certo femminismo nostrano è figlia di un dispositivo di controllo permeato, e non è mai una banalità affermarlo, di aberrante cattolicesimo – in poche parole, di metafisica. Quello che fanno le Pussy Riot e le attiviste del Femen è mettere da parte definitivamente la metafisica e cogliere il potenziale della metafica: nessun gioco di parole, la posta in gioco è qui  la capacità di parlare della donna a partire dalla donna stessa, dal suo stesso corpo e non seguendo i dettami di un imprecisato decalogo morale.

Se dunque la vostra domanda poteva essere «perché nell’est Europa sì e in Italia no?», avete appena avuto la vostra risposta. Ma è solo una delle tante possibili. Volendo chiudere così come si è iniziato […] è lecito pensare che il nostro problema sia il seguente: la colonna sonora della nostra prima infanzia […] (sia stata, ndr) Lemon Tree dei Fool’s Garden, ovvero il desolante piagnucolare, impotente ma compiaciuto, dell’individuo occidentale, costretto a fissare un albero di limoni perché non ha nulla da fare o, peggio, non gli resta nient’altro da fare.

In Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister [1795], Goethe inserisce una poesia da lui composta poco dopo il suo ritorno dal primo viaggio in Italia. Inizia così: «Conosci il paese dove fioriscono i limoni? (Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn)». Il paese dei lemon trees è, ovviamente, il nostro, dove «c’è vita e animazione […], ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé. Bello è il paese! Ma […] non è più questa l’Italia che lasciai con dolore». In breve: qui non ci sono altro che limoni, non c’è altro che un bel paesaggio. Ecco cosa accade quando il corpo fa paura: […] che oggi tre ragazzette qualunque possano diventare eroine.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO

Altro su Piattaforma

Foto: AP – Micheal Sohn / Huffington Post

Chi è redazione

East Journal nasce il 15 marzo 2010, dal 2011 è testata registrata. La redazione è composta da giovani ricercatori e giornalisti, coadiuvati da reporter d'esperienza, storici e accademici. Gli articoli a firma di "redazione" sono pubblicati e curati dalla redazione, scritti a più mani o da collaboratori esterni (in tal caso il nome dell'autore è indicato nel corpo del testo), oppure da autori che hanno scelto l'anonimato.

Leggi anche

Contro la chiusura di Radio Radicale

La nostra redazione si schiera in difesa di Radio Radicale, contro l'ingiusta chiusura di un patrimonio dell'informazione pubblica italiana.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: