BOSNIA: Elezioni amministrative, il trionfo nazionalista e l'incerto destino di Srebrenica

È stata una domenica di elezioni amministrative in Bosnia-Erzegovina: si è votato per i sindaci e i sindaci e consigli comunali di 138 dei 141 comuni bosniaci, tra cui tutte le principali città (tranne Mostar, dove non e’ stato ancora raggiunto l’accordo per cambiare la legge elettorale). A più di 36 ore dalla chiusura dei seggi mancano ancora i risultati ufficiali di alcuni comuni, ma il quadro è ormai semi-definitivo.

I cittadini bosniaci sembrano appoggiarsi alla tradizione e al passato. Hanno trionfato i tre “grandi vecchi”, i tre partiti nazionalisti storici che dominarono la scena politica degli anni Novanta: SDA (bosgnacco), SDS (serbo), e HDZ (croato). SDA e’ il primo partito del paese con 34 sindaci, seguito dall’SDS che diventa la forza leader in Republika Srpska con 27 sindaci. L’HDZ, con 14 primi cittadini, conferma la propria egemonia assoluta nei comuni a maggioranza croata, principalmente in Erzegovina. I grandi sconfitti sono i due attori protagonisti della politica bosniaca negli ultimi anni: SDP (socialdemocratici multietnici, primo partito nella Federazione dal 2010) e l’SNSD (socialdemocratici nazionalisti serbi). L’esito di domenica è innanzitutto un “voto-sanzione” contro di loro e soprattutto contro i due rispettivi leader, Zlatko Lagumdžjia e Milorad Dodik, protagonisti di politiche disinvolte ed arrembanti che hanno causato profonde fratture politiche e sociali. SNSD ha più che dimezzato i sindaci eletti (da 41 a 15): il sistema di potere politico-finanziario, egemonico e simil-putiniano tessuto da Milorad Dodik in Republika Srpska potrebbe avviarsi al tramonto.  SDP, oltre a registrare una netta flessione dei consensi, ha perso varie città chiave (tra cui Novo Sarajevo, uno dei 3 comuni in cui è divisa la capitale), a beneficio dell’SDA. Quanto agli altri partiti, si registra il buon risultato di SBB, il partito populista-bosgnacco fondato da Fahrudin Radončić, il magnate dell’informazione (auto)definito il “Berlusconi di Bosnia” e lanciatosi negli ultimi mesi come astro nascente della politica nazionale. SBB, a sorpresa, elegge il sindaco del centro storico di Sarajevo (Stari Grad), ma nel resto della Federazione si mantiene ben distante da SDA, lungi dall’intaccarne il successo assoluto nel campo politico bosgnacco.

Tra i verdetti più attesi c’era la corsa a sindaco di Srebrenica, la città che nel luglio 1995 fu teatro del massacro di circa 8.000 cittadini bosgnacchi da parte dell’esercito serbobosniaco. La nuova legge elettorale cittadina permetteva il voto solo ai residenti attuali (in maggioranza serbi) e non più in base al censimento del 1991 (escludendo così i profughi sopravvissuti residenti fuori città, in maggioranza bosgnacchi) come era avvenuto finora. La poltrona di sindaco sembrava così destinata a passare ad un esponente serbo, dopo anni di successi delle forze bosgnacche. Invece, secondo i risultati provvisori dovrebbe spuntarla Čamil Duraković, a capo di una coalizione “mista” bosgnacco-nazionalista e civica, davanti a Vesna Kočević, sostenuta dai nazionalisti serbi. Mancano allo spoglio le schede inviate per posta che secondo i più dovrebbero garantire (come ha ammesso la stessa Kocevic) la vittoria a Duraković. Per i risultati ufficiali a Srebrenica si dovrà attendere qualche giorno. Nel frattempo, a minare la verita’ storica e i fragili propositi di riconciliazione della cittadina bosniaca ci pensa sempre qualcuno: oggi e’ il turno del presidente serbo Tomislav Nikolić, con una delle sue ormai comuni ed evitabili sparate, pronunciata oggi a Roma (“Nessun serbo ha mai riconosciuto il genocidio, e nemmeno io”).

Lontano dai riflettori mediatici, si osserva una triste sconfitta per le forze multietniche e anti-nazionaliste. Zdravko Krsmanović, sindaco uscente di Foča, è stato sconfitto con il 45% dei voti contro il 53% dell’alleanza nazionalista SDS-SNSD. Krsmanović aveva guidato negli ultimi anni un ambizioso programma di riconciliazione e di riforme istituzionali a Foča, comune del sud-est della Bosnia che fu teatro di gravi crimini di guerra e covo dell’ultranazionalismo serbo nel post-Dayton. Ancora una volta, i partiti “civici” non sfondano: Naša Stranka, il movimento più radicalmente anti-nazionalista del paese, fondato dal regista Danis Tanović, ottiene risultati apprezzabili nella sola Sarajevo. Fuori dai confini non esiste o raccoglie le briciole.

Per finire, c’è un dato sorprendente e significativo: l’affluenza alle urne non cala, anzi aumenta (sfiora il 56% nella Federazione di BiH e il 59% in Republika Srpska: nella tornata del 2008 fu, rispettivamente, del 53 e 58%). Era logico aspettarsi il contrario. Sembrava che la fiducia per i partiti politici avesse toccato livelli minimi negli ultimi mesi, sia per i recenti e un po’ torbidi intrighi di palazzo in Federazione, sia per il crescente malcontento contro il potere di Milorad Dodik in Republika Srpska. È curiosa, e molto indicativa, la polarizzazione dell’affluenza tra città e campagna: nei grandi centri urbani oscilla tra il 40 e il 45% (circa il 42% a Sarajevo), nei piccoli comuni supera il 60% con punte perfino dell’80%. “I cittadini bosniaci si preoccupano sempre più per i problemi locali e della propria sopravvivenza materiale”, commenta Asim Mujkić, docente universitario e analista politico. L’aumento dell’affluenza non è certo prova di un’inedita passione civile. Del resto, si son viste davvero poche novità nei partiti, nei volti e nei linguaggi di questa campagna elettorale. Piuttosto, si tratta dell’ennesima riconferma della prevalenza delle reti clientelari, delle pressioni sociali e dell’ “istinto di sopravvivenza” comunitario, in chiave rigorosamente nazionale, nella vita politica e civile bosniaca. Un ambito in cui i tre partiti “dinosauro” della politica bosniaca che hanno trionfato domenica sono sempre stati grandi maestri.

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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