Presentato al festival di animazione di Annecy, il debutto di László Csáki Pelikan Blue é un'irriverente immagine dell'Ungheria di fine Guerra Fredda.

CINEMA: Pelikan Blue, tra animazione e documentario

Presentato al festival di animazione di Annecy, il debutto di László Csáki Pelikan Blue é un’irriverente immagine dell’Ungheria di fine Guerra Fredda.

Gli anni tra il 1987 ed il 1990 hanno ottenuto, in ungheria , una certa dimensione leggendaria. L’epoca in cui si è aperta la possibilità dei viaggi in occidente, con nuove speranze e possibilità. In questo contesto si colloca il soggetto di Pelikan Blue, un film d’animazione, pensato per un pubblico adolescente/adulto – non a caso, il design ricorda molto le svariate serie animate di adult swim. Ciò che rende speciale Pelikan Blue è che non è solamente un film d’animazione: riprende direttamente, nella forma del suono, le testimonianze di alcune persone che sono state coinvolte in un’operazione di falsificazione dei biglietti internazionali – un episodio poco noto, perché non ha portato a quasi alcun arresto, e fu risolto senza conseguenze particolari con l’evoluzione tecnologica.

Una storia talmente intrigante, che potrebbe funzionare in qualsiasi forma che venga scelta: ne si potrebbe trarre una commedia, un documentario, un film d’animazione, letteralmente qualsiasi opera audiovisiva. Così, Csáki la adatta in un film che, effettivamente, contiene tutte queste forme.

Csáki ed il marketing insistono molto sulla base reale degli eventi narrati e sulla natura del film come “il primo documentario d’animazione ungherese” – diffatti, la struttura narrativa e il montaggio sonoro sono propri del linguaggio documentario: ricostruzioni di eventi, ma principalmente innumerevoli interviste. Colpisce però che, nella forma visiva, non troviamo i soliti materiali d’archivio o le inquadrature in primo piano dei soggetti intervistati, i cosiddetti “talking heads”, ma un film d’animazione a tutto tondo, che sfrutta il potenziale astratto della forma animatat per visualizzare in modo dinamico i concetti e gli eventi, con alcune sporadiche scene ricostruite secondo canoni finzionali.

Qui sta la forza di Pelikan Blue: il film supera ogni convenzione tradizionalmente associata ai generi del cinema, li mescola in un’opera talmente caleidoscopica che sarebbe riduttivo chiamarlo “documentario d’animazione”. Pelikan Blue è un film, è cinema, è intrattenimento e contenuto.

Con Pelikan Blue sembra consolidarsi un ritorno in voga del cinema d’animazione ungherese: già l’anno scorso a Berlino si è visto White Plastic Sky, film di fantascienza d’animazione molto apprezzato e particolare; sempre ad Annecy ha trionfato nel 2023 Four Souls of Coyote di Áron Gauder, che aveva vinto il premio della giuria, ed è stato poi scelto dall’Ungheria per rappresentarli nella corsa agli oscar.

Chi è Viktor Toth

Cinefilo focalizzato in particolare sul cinema dell'est, di cui scrive per East Journal, prima testata a cui collabora, aspirante regista. Recentemente laureato in Lingue e Letterature Straniere all'Università di Trieste, ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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