LIBRI: “La buona condotta”, come è difficile fare il sindaco in Kosovo, di Elvira Mujcic

Cosa succede se in un piccolo paesino del Kosovo dove vivono 1362 albanesi e 1177 serbi viene eletto un serbo che vuole andare d’accordo con gli albanesi? La risposta è contenuta in “La buona condotta” (Crocetti, 240 p.), romanzo della scrittrice di origini jugoslave Elvira Mujcic che parte da una storia realmente accaduta per raccontare la difficile convivenza tra i gruppi nazionali che abitano il Kosovo dopo l’indipendenza da Belgrado.

Come ci ricorda l’attualità di queste settimane, la carica di sindaco in Kosovo è tutt’altro che marginale e la dimensione dei comuni, quando vi vivono diversi gruppi etnici, è solo apparentemente limitata. E infatti arriva a scuotere i già compromessi equilibri geopolitici. “La buona condotta” ci parla della questione etnica del Kosovo attraverso la manipolazione della politica, specie della Serbia, che decide di sostituire il sindaco che sogna la convivenza con uno fedele ai mantra nazionalisti del regime. Mujcic indaga i caratteri umani di chi abita in questo limbo politico-istituzionale, scavando in profondità i sentimenti di chi vive una quotidianità condizionata dalla storia recente, esplorando la psicologia sociale di villaggi ostaggio di contrapposte retoriche e dove avere una personalità autonoma ed indipendente dal contesto è un’impresa tutt’altro che scontata. East Journal ha intervistato l’autrice Elvira Mujcic.

Elvira, come nasce l’idea di questo romanzo?

La prima scintilla di ispirazione per questo romanzo è stata la visione di un documentario sul Kosovo dall’emblematico titolo: Kosovo versus Kosovo di Andrea Legni e Valerio Bassan. All’interno di questo film c’è un piccolo episodio legato proprio alla circostanza di un sindaco eletto durante le elezioni del Kosovo e un altro sindaco inviato dalla Serbia che, non riconoscendo il Kosovo come stato, non riconosce nemmeno le elezioni del sindaco, nonostante in quel caso fosse un serbo ad essere eletto.

Questa vicenda si prestava molto bene come contesto per alcune mie piccole ossessioni. Prima di tutto la burocrazia nei suoi aspetti più disumani e grotteschi, poi la bontà, il bene come forma o come sostanza, da qui la buona condotta con le sue implicazioni ambigue. Infine, l’influenza della grande Storia sulla vita delle persone comuni, l’essere investiti da eventi abnormi, passare da un’ideologia a quella opposta senza quasi rispondere di sé; ecco, sì, il tema della responsabilità individuale come il più bruciante dilemma esistenziale.

Le notizie di fine maggio, con gli scontri nei comuni del nord del Kosovo, ci ricordano che la carica di sindaco non è così marginale in paesi dove vivono diversi gruppi nazionali…

Si può sostenere che forse la carica del sindaco è il punto esatto in cui la grande politica si incarna nella quotidianità pratica della vita, è il ruolo più vicino alla popolazione e quindi il più importante sia che si voglia mantenere uno status quo, sia che si voglia provare a cambiarlo. Nel mio romanzo io opto per la via del cambiamento, della trasformazione del pensiero collettivo attraverso il cambiamento individuale, nella realtà invece mi pare si sia molto più interessati a conservare le dinamiche e l’instabilità che determinano.

Nel romanzo, evidenzi soprattutto la componente politica, e la sua manipolazione, piuttosto che le divisioni a livello etnico. Credi che sia così anche nel Kosovo di oggi?

Il mio romanzo è ambientato in una zona del Kosovo dove i serbi sono l’assoluta minoranza, siamo nel sudest del paese e qui la situazione è nettamente diversa dal nord, ossia da Mitrovica.

Proprio per questa ragione ho scelto quella zona, poiché lì è ancor più evidente la lontananza da Belgrado e la sensazione di essere degli ostaggi di politiche nazionaliste che causano molto più disagio di quanto possa arrecare la questione delle diverse appartenenze nazionali. Lì è ancor più visibile lo scollamento tra retorica nazionalista e la vita pratica.

Un’altra cosa che ricorda molto l’attualità è questa specie di effetto farfalla, ovvero le conseguenze geopolitiche di eventi la cui dimensione spazio-temporale è limitata, se si pensa che i comuni del nord del Kosovo sono più piccoli della provincia di Napoli ma sono in grado di preoccupare e polarizzare l’Europa…

Credo che questo sia spiegabile col fatto che le piccole dimensioni spazio-temporali di certi eventi non siano mai legate solo a quel territorio e a quel tempo, ma siano sempre inserite in un quadro più ampio dal punto di vista geopolitico. Tutto quel che è accaduto nella ex Jugoslavia negli anni Novanta non può essere solo e unicamente interpretato come un affare jugoslavo, sarebbe una miopia storica preoccupante.

Il tuo romanzo ha il merito di mettere al centro dell’attenzione la vita dei cittadini, vittime inerti del sadismo nazionalista, un elemento che anche chi fa analisi politica a volte rischia di trascurare…

Ma forse perché chi fa analisi politica si interessa di masse, a me affascinano gli individui con le loro piccole storie e vite, i loro meccanismi psicologici, i loro dilemmi, le loro malvagità e le loro fragilità.

Credi che in Kosovo e in generale nei Balcani potrà tornare ad esserci una convivenza civile?

Penso che l’odio e il conflitto non siano tratti endemici dei Balcani e che i popoli che abitano quei territori non siano condannati a una Storia sempre identica a se stessa. Bisogna ammettere, però, che la posizione geografica ha sempre reso quei luoghi una faglia su cui i movimenti tettonici degli andamenti geopolitici mondiali si sono scaricati. Uno scrittore bosniaco, Faruk Šehić, restituisce un’immagine perfetta di questo concetto quando scrive: “Il muro di Berlino da qualche parte doveva cadere, è caduto sulle nostre teste”.

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione è Research Fellow e publications editor presso ISPI. Ha collaborato con EastWest, Balkan Insight, Il Venerdì di Repubblica, Domani, il Tascabile occupandosi di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. È tra gli autori di “Capire i Balcani occidentali” (Bottega Errante Editore, 2021) e ha firmato due studi, “Pandemic in the Balkans” e “The Balkans. Old, new instabilities”, pubblicati per ISPI. È presidente dell’Associazione Most-East Journal.

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