serial killer

STORIA: Un serial killer nel socialismo

Una serie di omicidi nella Polonia socialista portarono alla condanna di un uomo alla fine di un processo farsa

Tra il novembre del 1964 e il marzo 1970, nella regione del bacino carbonifero dell’Alta Slesia, nella Polonia socialista, un serial killer commise 21 aggressioni nei confronti di donne che rientravano da sole dal lavoro di sera o a tarda notte, condotte con lo stesso modus operandi; le vittime venivano sorprese alle spalle, stordite con un violento colpo alla testa e poi colpite ripetutamente fino alla morte; l’omicida le spogliava infine di qualcosa, per portarsi via un feticcio o di un trofeo, come la biancheria intima; 14 di loro morirono, ma sette si salvarono. L’opinione pubblica era terrorizzata da quello che fu rinominato “il Vampiro della Slesia” e si organizzarono spontaneamente dei gruppi di volontari che accompagnavano le donne sole in orario serale. La polizia non poteva ammettere che un assassino seriale fosse nato in seno alla perfetta società socialista era semplicemente inaccettabile per le autorità.

Un capro espiatorio?

Quando, nell’ottobre 1966 a essere uccisa fu Jolanta Gierek, 18 anni, le indagini si intensificarono perché non si trattava di una ragazzina qualunque, ma della nipote del politico Edward Gierek, uno dei capi di partito di Katowice; nel 1968 venne fissata la somma di un milione di zloty in cambio di informazioni sul suo assassino. Nessuna delle informazioni pervenute, però, sembrò davvero rilevante, mentre il DNA all’epoca era ancora inutile ai fini delle indagini. Più le ricerche proseguivano e gli omicidi continuavano, più la polizia si sentiva sotto attacco da parte della popolazione, per cui l’obiettivo – più ancora che trovare il serial killer – divenne quello di dare ai cittadini un colpevole, fosse pure un capro espiatorio, da mostrare per sedare gli animi e mantenere l’ordine traballante.

Venne coinvolto un celebre criminologo statunitense, considerato il padre della tecnica del profiling, James Brussel, che ritenne che l’assassino potesse essere un operaio, serio e rispettabile – praticamente il cittadino socialista modello – ma affetto da schizofrenia. Ma l’idea stessa che potesse esserci un serial killer nei Paesi socialisti era duramente rigettata dalle autorità socialiste, che ritenevano che anomalie di quel tipo, prodotti avariati della società, sintomi di qualcosa di profondamente sbagliato, fossero possibili solo nel contesto capitalista.

Così le indagini cercarono in altre direzioni e individuarono il candidato ideale in un uomo accusato dalla moglie di pratiche sessuali brutali, nonché vicino di casa di una delle vittime: Zdzisław Marchwicki. Venne messa in atto un’istanza probatoria farsa. Il personaggio si prestava bene: era cresciuto in una famiglia disfunzionale, era violento con la moglie, era “un tipo strano”; già all’epoca, però, alcuni esperti e investigatori sollevarono dubbi, perché non c’erano veri indizi su di lui, le testimoni che avevano detto di riconoscerlo erano state preventivamente influenzate e l’imputato era di fatto stato privato dell’effettiva possibilità di difendersi. L’unico altro sospettato, Piotr Olszowy , si era suicidato e le autorità avevano dovevano poter dimostrare di saper fare il proprio lavoro. Ben 500 persone andarono a vedere le udienze del processo, in cui erano imputati anche dei fratelli di Marchwicki, presunti complici, e il fatto che uno di loro fosse omosessuale – una vera infamia all’epoca – venne sfruttato per aggravare la loro posizione. L’imputato, alla fine, aveva confessato.

Oggi molti ritengono che si trattasse di un capro espiatorio, vittima della condannato a morte quando  era ormai ridotto allo spettro di se stesso e quasi sollevato all’idea che fosse tutto finito. Gli omicidi erano finiti due anni prima del suo arresto.

Paura nella DDR

Purtroppo non è l’unico caso di indagini su un serial killer che, nella stessa epoca e per ragioni anche ideologiche, siano state condotte in modo poco preciso, con scopi politici di controllo sulla popolazione e a dimostrazione del potere delle autorità. Anche in Germania Est tra il 1969 e il 1971, ad esempio, si verificarono degli omicidi che sconvolsero la routine e rappresentarono un problema non da poco per polizia e governo, che si sforzarono a tutti i costi di contenere la notizia. Nella tranquilla cittadina brandeburghese di Eberswalde, a un’ora circa da Berlino, tre ragazzini vennero trovati nel bosco, morti con la gola tagliata. Imputato fu un “pedofilo omosessuale” : alla fine il mirino della polizia si concentrò su Hans Erwin Hagedorn, un giovane cuoco di 19 anni, che era stato accusato di aggressioni sessuali ai danni di ben 17 bambini. Dopo un processo piuttosto superficiale, che non mancò di sollevare dubbi, il ragazzo venne condannato a morte, come previsto all’epoca nella DDR.

Accadimenti di questo tipo – non tanto i crimini, quanto i tentativi di risolverli frettolosamente, anche a costo di condannare un innocente – non erano poi così rari. Perché quando la propaganda governa la cronaca nera diventa una questione politica e la verità non deve uscire.

 

 Fonti:

Il Vampiro del Socialismo. Il mistero del serial killer dell’Est (2022), di Magdalena Gwódźdź-Pallokat e di Nils Werner

Hajnal Király, Zsolt Győri (a cura di) Postsocialist Mobilities: Studies in Eastern European Cinema

Sławomir Krempa, Cała prawda o wampirze. Wywiad z Przemysławem Semczukiem, 26.03.2021

Malwina Użarowska, Wampir z Zagłębia. Historia zbrodni , 24.06.2019

 

Immagine: A Nightmare on Antwerp Central Station, di Koen Jacobs – Licenza Creative Commons

Chi è Silvia Granziero

Nata tra le nebbie della Pianura Padana, ma con il cuore a est. Laureata in Giornalismo e cultura editoriale, vive a Trieste, dove lavora come autrice freelance e non smette mai di studiare. Volontaria al Trieste Film Festival, è in East Journal da gennaio 2022.

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