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TURCHIA: L’esplosione di Istiklal caddesi riporta la paura a Istanbul

Ci è voluta una notte intera per avere informazioni dettagliate sull’esplosione avvenuta a Istanbul domenica 13 Novembre intorno alle 16:20 (ora turca) nel pieno centro del lato europeo della città, su Istiklal caddesi. Lo scoppio di un ordigno ha causato 6 morti e 81 feriti di cui 5 gravi. Tra le vittime ci sarebbe anche una bambina, Ecrin Meydan, di soli 3 anni.

É stato subito abbastanza chiaro che si trattasse di terrorismo, ipotesi confermata in mattinata dal ministro dell’Interno Souleyman Soylu che ha dichiarato l’arresto della donna attentatrice e di un’altra ventina di sospettati.

La donna si chiama Ahlam Albashir, è siriana, ha confessato e ha ammesso di essere stata addestrata dal PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) proprio in Siria per poi entrare in Turchia passando per Afrin. Il PKK, però, smentisce ogni tipo di coinvolgimento.

La Istanbul che attraversa Istiklal caddesi

Istiklal caddesi, il viale dell’indipendenza, è un’arteria lunga quasi un chilometro e mezzo che collega la conosciutissima piazza Taksim alla piazza del Tünel, l’antica piccola tratta sotterranea che porta al quartiere di Karaköy, sul Corno d’Oro. Istiklal è la via pedonale dove sfilano i cortei, dove vengono represse le manifestazioni e dove, più banalmente, milioni di persone camminano ogni giorno per raggiungere altri luoghi oppure passeggiano facendo shopping, specie nel fine settimana. Facile quindi pensare che sia stato il bersaglio di un attentato che puntava ad uccidere più gente possibile, come il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan ha ipotizzato in una conferenza stampa poche ore dopo il fatto dichiarando di sentire “puzza di terrorismo” appena prima di partire alla volta dell’Indonesia per il G20.

Sebbene sia un’area fortemente monitorata dalle forze dell’ordine, proprio il sovraffollamento ha fatto sì che questo punto caldo del distretto di Beyoğlu sia sempre più evitato, se possibile, da chi vive nella megalopoli. Certo, non significa che Istiklal caddesi sia percorsa solo dai turisti, errore in cui è caduto il New York Times, subito tacciato di occidentalismo per aver titolato un articolo sulla vicenda focalizzandosi più sulle eventuali ripercussioni sui numerosi visitatori stranieri a Istanbul che sui suoi abitanti. Il turismo dall’estero in Turchia era finalmente tornato ai tempi pre-pandemici, con un aumento del 27,1% rispetto al 2021, ma ben presto potrebbe ricevere una nuova battuta d’arresto, come già accaduto in passato, se una nuova scia di attentati colpisse il paese.

I più recenti “anni di piombo” turchi

Chi vive in Turchia ha spesso fatto i conti con questo tipo di eventi, la relativa tensione, l’inevitabile sconforto. Infatti, non sarebbe il primo attentato terroristico avvenuto proprio su Istiklal caddesi: l’ultimo il 19 marzo 2016 ad opera di un kamikaze turco arruolato all’Isis in Siria. In quell’occasione le vittime furono 5, tutte straniere. Tra il 2015 e il 2017 la Turchia, e in particolare la città di Istanbul, subirono un’ondata di violenza che in chiave italiana potremmo definire “anni di piombo”, quando la possibilità di un attacco bomba di matrice terroristica era diventata parte della quotidianità.

La loro frequenza vedeva uno schema di reazioni a cui abbiamo assistito anche in queste ore: l’accesso ai social media viene inibito nell’intento di evitare la diffusione di fake news, così rallentando anche il naturale fluire delle notizie, impedendo ai media di riportare quanto accaduto e invitando a fare riferimento solo ed esclusivamente alle fonti governative. Un copione che si ripete anche nelle grosse manifestazioni e che genera ulteriore rabbia e confusione.

Anche in questo caso, i cittadini turchi hanno ormai trovato le loro scorciatoie: nella maggior parte dei casi fanno uso di una VPN per continuare ad utilizzare le piattaforme, in particolare Twitter, ma ad oggi anche Tik Tok. Molti i video che mostrano le scene appena prima dell’esplosione, altrettanti e crudissimi i video in strada e dai palazzi circostanti subito dopo l’esplosione, coi corpi riversi in terra, il sangue e un passeggino sventrato, già diventato il simbolo di questa tragedia.

Il silenzio mediatico è stato rotto nelle prime ore del mattino dalle suddette fonti ufficiali che, senza più censurare il volto della presunta colpevole, hanno pubblicato i video del raid per l’arresto dell’attentatrice e le sue foto, ammanettata prima nell’appartamento dove si nascondeva con un’arma, un bel po’ di denaro e dell’oro, poi al dipartimento della polizia di Istanbul, tra due enormi bandiere turche.

Perché il PKK? Perché adesso? Di chi è “la colpa”?

Negli ultimi mesi, il governo turco aveva intensificato le operazioni contro le milizie curde in Siria e in Iraq mietendo diverse vittime con attacchi di droni. Secondo il giornalista di Middle East Eye Ragip Soylu, il PKK sarebbe in difficoltà al momento, perdendo alcune squadre in Siria e terreno in Iraq. Questo attentato, quindi, se effettivamente perpetrato dal PKK con la collaborazione delle truppe YPG, dimostrerebbe che le milizie curde sono ancora in grado di colpire la Turchia e di vendicarsi per quanto subito.

Tuttavia, proprio di recente si parlava di disarmo del PKK auspicato tanto dal partito nazionalista MHP  quanto dal partito curdo HDP. Desiderio un po’ semplicistico se si pensa che il conflitto con quella che viene considerata a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica da Turchia, Europa e Stati Uniti va avanti dal 1984 e ha fatto più di 40000 vittime. Stati Uniti che il governo turco considera altrettanto colpevoli di questo attacco in virtù del loro appoggio alle milizie filo-curde. Inoltre, a detta di Al-Monitor, la recente stretta della Turchia in Siria sarebbe avvenuta sostenendo un’altra organizzazione terroristica, l’Hayat Tahrir al-Sham (HTS) che controlla la regione di Idlib ed è alleata con il Syrian National Army (SNA) che da sempre gode dell’appoggio turco.

Altrettanto certo è che la spettacolarizzazione della cattura della presunta colpevole di origini siriane non aiuti la distensione dei rapporti tra cittadini turchi e cittadini siriani che vengono regolarmente discriminati e già deportati in massa. Nel giro di pochissimo, i social si sono riempiti degli slogan: “sınırları kapatın, interneti değil” ovvero “chiudete i confini, non internet”.

I più scettici all’opposizione, ai limiti del complottismo, riconoscerebbero un ulteriore schema: non è forse un caso che questa proattività in politica estera e la conseguente escalation di tensione si verifichi più frequentemente a ridosso di un’elezione. Le precedenti elezioni generali si tennero nel 2018, precedute dal referendum costituzionale che ha abolito il sistema parlamentare in virtù di quello presidenziale. Quelle del 2023 si avvicinano e il pugno duro in una situazione di insicurezza potrebbe portare qualche voto in più all’ordine già costituito.

Già nella mattina dopo l’attentato non sono mancate le polemiche contro il sindaco Ekrem İmamoğlu, del partito repubblicano CHP, di opposizione rispetto all’AKP di Erdoğan, per aver installato le panchine lungo Istiklal caddesi su cui l’attentatrice si sarebbe seduta per 45 minuti osservando la situazione prima di posizionare il pacco bomba. Pare che le panchine siano già state rimosse, sostituendole con ben 1200 bandiere turche poste su 1200 pedane, come riportato dal giornalista Ibrahim Haskoğlu. Ecco come anche e soprattutto un evento di tale gravità può essere sfruttato per fare propaganda.

foto: Yasin Akgul, AFP

Chi è Eleonora Masi

Classe 1990, una laurea in Relazioni Internazionali ed esperienze in Norvegia, Germania, ma soprattutto Turchia, di cui si occupa dal 2015. Oltre a coordinare la redazione dell'area del Vicino Oriente per East Journal svolge il ruolo di desk per The Bottom Up mag. Ha ideato e prodotto il podcast "Cose Turche" che racconta gli ultimi 10 anni della Turchia dal punto di vista dei millennial che li hanno vissuti sulla loro pelle.

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