Il Giorno del ricordo e le sue manipolazioni, intervista a Tenca Montini

Oggi ricorre il Giorno del ricordo, commemorazione istituita nel 2004 per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Sin dalla sua istituzione, la commemorazione è stata preda di manipolazioni e strumentalizzazioni politiche, che sono degenerate spesso in episodi di revisionismo storico nonché di etnonazionalismo.

Per il Giorno del ricordo East Journal ha intervistato lo storico Federico Tenca Montini, autore del volume La Jugoslavia e la questione di Trieste (1945-1954).

Cosa furono le foibe e cosa si ricorda, oggi, di quei fatti?

Il termine “foibe”, designazione dialettale dei pozzi verticali di cui è ricca l’area carsica estesa tra Trieste e l’Istria, viene usato per indicare due episodi storici distinti. Il primo si verificò a seguito dell’Armistizio di Cassibile l’8 settembre 1943, allorché in Istria, regione mistilingue assegnata all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, il vuoto di potere venne riempito, nelle aree interne, da una rivolta antiitaliana nel corso della quale furono uccise – e in parte gettate appunto nelle foibe – circa 500 persone.

Il secondo episodio, durante i quarantadue giorni di presenza militare jugoslava nelle province di Gorizia e Trieste nel maggio 1945, consistette nell’eliminazione di alcune migliaia di persone ad opera dell’Esercito di liberazione popolare jugoslavo e di strutture ad esso collegate (incrociando una serie di studi si arriva alla stima, comunque provvisoria, di circa 3500 vittime). Sebbene esse siano state per lo più fucilate dopo la deportazione in varie zone della Jugoslavia, anche a queste ci si riferisce impropriamente con il termine “infoibati”.

La memoria delle foibe e dell’esodo è riemersa relativamente di recente. Perché?

La tempistica della riemersione negli anni Novanta sembra suggerire una relazione con i cambiamenti del sistema politico in quella stagione: il crollo del comunismo in Europa centro-orientale, la successiva trasformazione del PCI e l’ingresso del MSI nell’area di governo poco prima della svolta di Fiuggi che portò alla nascita di Alleanza nazionale. Per quanto questo possa stupire alcuni, non è eccezionale che a determinati eventi del passato venga attribuito un particolare significato a decenni di distanza. In questo senso il passato ci dice molto sul presente. E viceversa.

Ogni anno la ricorrenza è accompagnata da palesi manipolazioni e strumentalizzazioni politiche. Perché succede?

La mia opinione è che manipolazioni e strumentalizzazioni fioriscano proprio perché – a differenza di altri avvenimenti – la ricerca storica su questi temi è relativamente giovane. Essa inoltre ha iniziato a svilupparsi in un momento in cui, a decenni dagli episodi indagati, diventa sempre più difficile procedere con stime e interpretazioni accurate.

Da un lato il confine, cementato definitivamente nel 1975, ha complicato la ricerca a causa di barriere burocratiche e linguistiche. In secondo luogo, questi eventi sono serviti a lungo in passato a perseguire fini politici: si pensi alla decennale questione di Trieste. Lo sfruttamento del passato per raggiungere risultati politici immediati giova di rado alla ricerca e ad una serena comprensione degli eventi.

Il lavoro degli storici è stato ed è fondamentale nel far riemergere la verità, che a lungo è stata invocata. In generale, c’è concordanza tra gli studiosi che se ne sono occupati?

Una concordanza c’è, ma gli storici che se ne sono realmente occupati, documenti d’archivio alla mano, sono molto pochi e concentrati nell’area sui due lati del confine. In questi ambienti, anche se non proprio sulle interpretazioni, c’è una convergenza di massima sull’entità dei fenomeni e sulle linee principali del loro sviluppo.

Come ogni anno, la ricorrenza viene accompagnata da cerimonie che fanno molto discutere. Quest’anno è successo a Verona, dove il comune ha autorizzato la manifestazione del Veneto fronte skinheads. Arriveremo mai ad avere cerimonie utili per le future generazioni piuttosto che per pochi nostalgici?

Rispondere a questa domanda significa allontanarsi dai documenti d’epoca e dalla storiografia addentrandosi nell’analisi del discorso pubblico e della stampa. A me sembra, da una lettura dei materiali prodotti da varie formazioni di destra più o meno estrema, che in tali ambienti la ricorrenza venga interpretata in chiave prettamente anticomunista. In questo modo, con una serie di slittamenti e semplificazioni semantiche, si cerca di creare uno spazio discorsivo di riabilitazione del fascismo. Rappresenta in ogni caso un dato di fatto, e l’episodio da lei descritto lo dimostra, che in questo periodo dell’anno gruppi/gruppuscoli di destra radicale riescano a ritagliarsi una grande visibilità.

Cerimonie come quelle da lei invocate comunque ci sono, ma passano in sordina.

Da quali libri o autori consiglia di partire per approfondire quella pagina di storia?

Il mio consiglio – appassionato – è di rivolgersi a pubblicazioni scientifiche di professionisti riconosciuti anziché a libri divulgativi o, peggio ancora, al sentito dire. Proprio su questi temi assistiamo infatti al paradosso per cui la “divulgazione” appare del tutto preponderante sui lavori di impostazione scientifica. Sulla contabilità delle vittime rimando alle ricerche dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione che, compilate a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, rappresentano ancora un riferimento imprescindibile.

Per una trattazione generale, che inquadra necessariamente il fenomeno delle foibe in una storia dell’Alto Adriatico di più lungo periodo, rimando a lavori di case editrici prestigiose come il libro sul tema di Joze Pirjevec per Einaudi, che raccoglie una serie di contributi di storici italiani, sloveni e croati (Dukovski, Troha, Bajc e Franzinetti). Ci sono naturalmente anche i lavori di Raoul Pupo. Infine, per chi fosse interessato al periodo successivo al 1945, segnalo il mio studio edito nel 2020 dalla casa editrice il Mulino, La Jugoslavia e la questione di Trieste (1945-1954)

Qui potete trovare le altre interviste realizzate a Raoul Pupo, Eric Gobetti, Angelo Del Boca, Maurizio Tremul e gli interventi di Roberto Spagnoli, Francesco Mazzuccotelli e altri, in merito alla Giornata del ricordo.

Foto: Wikimedia Commons

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione è Research Fellow e publications editor presso ISPI. Ha collaborato con EastWest, Balkan Insight, Il Venerdì di Repubblica, Domani, il Tascabile occupandosi di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. È tra gli autori di “Capire i Balcani occidentali” (Bottega Errante Editore, 2021) e ha firmato due studi, “Pandemic in the Balkans” e “The Balkans. Old, new instabilities”, pubblicati per ISPI. È presidente dell’Associazione Most-East Journal.

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