Ruch, i nazionalisti e l’indipendenza dell’Ucraina

Speciale dedicato al trentennale della dissoluzione dell’Unione Sovietica in collaborazione con Q Code

Tra le tante cause del crollo del colosso sovietico, la cosiddetta ‘questione nazionale’ è stata certamente una delle più importanti e, probabilmente, tuttora spesso sottovalutata. Il Movimento Popolare dell’Ucraina (Narodnyj Ruch Ukraiiny) più conosciuto come Ruch, ha ricoperto un ruolo fondamentale nella lotta per l’indipendenza, ma le ambiguità ideologiche e il rapido cambiamento del contesto politico lo hanno condannato a giocare un ruolo marginale nella nuova Ucraina indipendente. La parabola di Ruch, però, rimane un passaggio importante nella storia del paese e offre una chiave di lettura per capire le dinamiche che caratterizzano il ruolo del nazionalismo nell’Ucraina di oggi.

La forza del nazionalismo

Nel 1978 la storica francese Hélène Carrère d’Encausse pubblicava il suo famoso volume “L’Empire éclaté”, tradotto in italiano nel 1980 con il titolo “Esplosione di un impero? La rivolta delle nazionalità in URSS”. Secondo Carrère d’Encausse la legittimità, e quindi la stabilità, dell’impero sovietico si basava principalmente su un precario equilibrio tra la maggioranza dominante slava e una crescente minoranza non-slava. La principale faglia che avrebbe potuto causare ‘l’esplosione dell’impero’ si trovava quindi tra la sua parte ‘europea’ e quella ‘asiatica’ (Asia Centrale).

Anche se le previsioni della storica francese si riveleranno errate da lì a un decennio – con le repubbliche dell’Asia Centrale tra le più restie a dismettere l’Unione Sovietica – l’intuizione principale era proprio quella che la struttura politico-amministrativa consolidata durante il periodo sovietico portava in grembo il seme dalla sua stessa distruzione. Sebbene il carattere federale dell’URSS che prevedeva una certa autonomia per le repubbliche fosse in pratica solo una facciata, distorta dalla forza centralizzatrice del partito Comunista (PCUS), indirettamente proprio la divisione amministrativa in varie repubbliche ha consolidato il legame tra territorio e nazionalità. Come sottolinea Valerie Bunce, professoressa alla Cornell University, le pseudo-istituzioni federali sovietiche hanno contribuito alla creazione e lento consolidamento di ‘proto-nazioni’ e ‘proto-stati’ anche laddove questi non erano mai esistiti prima del 1917.

La politica di russificazione dell’Unione, inoltre, è stata spesso contrapposta alla pratica di ‘indigenizzazione’ (korenizacija), abbandonata ufficialmente alla fine degli anni ’30 ma proseguita soprattutto dal punto di vista amministrativo-politico. Indigenizzazione, cioè la promozione all’interno delle strutture statali delle nazionalità dominanti in un determinato territorio, aveva contribuito a consolidare il controllo dei gruppi etnici sulle strutture politiche delle varie repubbliche sovietiche. Un’impalcatura complessa tenuta insieme dalla forza monopolizzante del partito e dall’unificante ideologia sovietica. Proprio per questo, quindi, le riforme in senso democratico avviate da Michail Gorbačev a partire dal 1986 avevano di fatto aperto un vaso di pandora. Le forze del nazionalismo organizzate in vari ‘movimenti nazionali’ avevano velocemente catalizzato il malcontento popolare in diversi angoli dell’Unione, dai Baltici all’Ucraina.

Non tutti i nazionalisti sono uguali

Ruch è nato in questo contesto, fondato nel febbraio 1989 da membri dell’intelligencija, come il poeta Ivan Drač e dissidenti come Vjačeslav Čornovil. All’interno del complesso quadro dei vari movimenti di stampo nazionalista emersi in Ucraina, Ruch rappresentava l’ala più moderata amalgamando i chiari riferimenti alla promozione della cultura e nazione ucraina con principi basati sulla giustizia sociale, pluralismo e internazionalismo. Non a caso ancor prima di rivendicare l’indipendenza, Ruch era diventato il principale pilastro di sostegno alle politiche di democratizzazione (glasnost‘) e riforma (perestrojka) avanzate da Gorbačev. Nonostante il nocciolo del movimento fosse costituito dalla classe intellettuale e con chiare radici nell’Ucraina occidentale (culturalmente ucraina e ucrainofona), Ruch era ben presto riuscito a guadagnare un più ampio sostegno popolare tra le varie componenti della società promuovendo una visione inclusiva e multidimensionale di nazionalismo. Nelle prime elezioni parlamentari semi-libere dell’Ucraina sovietica, nel marzo 1990, il movimento guidato da Čornovil unitosi con altre forze nel Blocco Democratico riuscì a guadagnare un sorprendente 26% dei voti.

Ben presto il sostegno alla visione riformista di Gorbačev si tramutò, però, in rivendicazioni d’indipendenza. Il clima era cambiato in pochi mesi. Le prime elezioni semi-libere, la caduta dei partiti comunisti in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e Romania e una crescente serie di proteste dal basso come la ‘rivoluzione sul granito’ avevano radicalmente stravolto le prospettive per i movimenti nazionali. Ruch guardava ora all’esempio dell’Europa centro orientale assumendo un ruolo centrale nel movimento che da lì a qualche mese avrebbe portato alla dichiarazione d’indipendenza nell’agosto 1991 e al referendum nel dicembre dello stesso anno, sancendo la creazione dell’Ucraina indipendente.

Dalla luna di miele alla marginalizzazione

Alle prime elezioni presidenziali nel dicembre 1991 il principale oppositore di Leonid Kravčuk fu proprio Čornovil. Totalizzando il 23% il leader di Ruch arrivò secondo, ma l’importanza che il movimento ha avuto tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 è paradossalmente esemplificata dalla figura del vincitore di quella prima corsa presidenziale. Kravčuk – il primo presidente dell’Ucraina indipendente – era infatti un membro di lunga data del PCUS e aveva fatto un’importante carriera all’interno del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda. Oppositore di Ruch ai tempi della sua creazione, Kravčuk era saltato sul carro del nazionalismo nel 1990 quando la forza del movimento era diventata chiara anche a molti funzionari del regime.

La camaleontica trasformazione di un rappresentante della vecchia élite da comunista in nazionalista della prima ora, abile ad incorporare nella propria retorica molti dei riferimenti ideologici di Ruch, contribuì alla lenta ma progressiva marginalizzazione del movimento. Proprio la posizione di Ruch nei confronti del presidente, all’interno della nuova, complessa, realtà dell’Ucraina indipendente fu uno dei fattori capaci di dissipare la forza propulsiva del movimento. La postura di ‘opposizione responsabile’ e la visione pluralista del nazionalismo promossa da Čornovil rimase schiacciata tra coloro che all’interno del campo nazionalista promuovevano un sostegno incondizionato a Kravčuk e le frange più radicali che esortavano una rapida ed inconfutabile ucrainizzazione del paese. I numerosi dissidi interni portarono a diverse defezioni e divisioni all’interno del movimento che nel frattempo era diventato partito politico.

L’elezione di Leonid Kučma come nuovo presidente nel 1994 sposto il centro di gravità politica verso est (tradizionalmente più russofono) chiudendo la porta ai movimenti che del nazionalismo ucraino facevano il proprio cavallo di battaglia. Pur rimanendo il secondo partito nelle elezioni parlamentari del 1994 e 1998, Ruch non raccolse più del 9% dei consensi divenendo in pratica un partito capace di rappresentare solo la parte occidentale del paese e cadendo lentamente nell’oblio della politica ucraina. Čornovil rimase ai margini fino al giorno della sua morte avvenuta in un misterioso incidente stradale nel marzo 1999, appena qualche mese prima delle elezioni presidenziali.

Quello che rimane oggi di Ruch è certamente la sua impronta sull’ampio movimento per l’indipendenza che ha contribuito alla costituzione della nuova Ucraina. Ma anche un’immagine diversa del nazionalismo e del suo possibile ruolo nella costruzione della società post-sovietica, una visione pluralista e inclusiva dello stato che si contrappone al nazionalismo esclusivo, riemerso a folate nella storia recente del paese. Una visione che non è mai diventata dominante, ma che avrebbe potuto cambiare le dinamiche della giovane Ucraina. Avrebbe, o forse no.

Foto: Wikimedia Commons

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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